Robert Stone.
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Orso e sua figlia.
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Titolo originale: Bear and his daughter. 1997.
2002 Giulio Einaudi Editore, TORINO.
ISBN 88-06-14697-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione. di Ame Ros.
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Per Rowan il padre  come un orso, un animale grande e protettivo che nasconde una tragica minaccia. Di fronte allo smarrimento delle certezze, i personaggi di Stone varcano spesso confini terribili, cercando sollievo nella droga, nell'alcol, nella violenza. Ma il loro cammino  sempre segnato dolorosamente dalla volont di amare. Sette racconti che esplorano il lato oscuro e inquietante dell'esperienza.
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Quella roba un giorno si prender la tua vita: ma nessuna ammonizione, nessuna ragionevole messa in guardia pu cambiare il destino tormentato dei
protagonisti di questi sette racconti, scritti tra il 1969 e oggi. Lo sguardo dell'autore si appunta sul turbamento e sul lato pi irrequieto di individui che con la maturit non hanno acquistato sicurezze. I suoi personaggi condividono un'esperienza comune - forse la solitudine, forse l'incomprensione - che li porta a cercare sostegno nella droga, nell'alcol o nella violenza.
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Gli effetti (e l'occhio lucido di Stone li indaga senza falsi moralismi) si rivelano quasi sempre funesti. Come in Miserere, dove un'ex alcolista cerca
conforto dalla tragica perdita di marito e figli assumendo un ruolo alquanto macabro nella crociata anti-aborto, o in Senza piet, dove la violenza che
ha improntato l'infanzia del protagonista riesplode nel suo animo quando meno se lo aspetta.
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In Orso e sua figlia, il racconto che d il titolo alla raccolta, i confini che si possono varcare sotto l'effetto di alcol e droga sono terribili e spietati. Ma nell'indagare il tragitto compiuto dall'esperienza umana di fronte allo smarrimento delle certezze, Stone esplora terreni ambigui, spesso morbosi, sempre dolorosamente segnati dalla volont di amare.
AME ROS.
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L'AUTORE.
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Robert Stone  nato a Brooklyn nel 1937. Ha frequentato una scuola cattolica, dove si  innamorato del linguaggio e ha iniziato a descrivere in forma narrativa le proprie esperienze. Non ha finito il liceo, espulso perch bevevo troppa birra ed ero un ateo convinto. Nel 1955 si  arruolato in marina, e pi tardi ha vissuto a New York e a New Orleans. Nel 1959 ha sposato Janice Burr, con cui ha avuto due figli. Nel 1962 ha vinto una borsa di studio per un corso di scrittura creativa alla Stanford University e in California  diventato amico di molti esponenti della Beat Generation, da Ken Kesey a Neal Cassidy, Jack Kerouac e Alien Ginsberg. Nel 1971  stato corrispondente di guerra in Vietnam, esperienza da cui  nato Dog Soldiers, con il quale Stone ha vinto il National Book Award. Da allora si  dedicato completamente alla scrittura, visitando per lunghi periodi il Messico e altri paesi dell'America Centrale. Oggi vive con la moglie tra il Connecticut e New York City.
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Orso e sua figlia.
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Indic
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Miserere.
Senza piet.
Porque no tiene, porque le falta.
Aiuto.
Sotto i Pitons.
Oscurit all'acquario.
Orso e sua figlia.
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Fine Indice.
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MISERERE.
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L'ora del racconto si era appena conclusa quando Mary
Urquhart ud lo squillo attutito del telefono provenire dal
banco della biblioteca. Il libro che aveva letto ai bambini
si intitolava Il principe Caspian.
All'apparecchio c'era Violet Innaurato, e come al solito
era fuori di s.
- Mary, Mary, ascoltami... - esord Violet. Sembrava
quasi una preghiera. Poi cominci ad ansimare.
- Oh, Violet, - disse Mrs. Urquhart. - Calmati. Ti senti bene, cara? Hai l'inalatore?
- Ce ne sono altri! - gracchi finalmente Violet con
forza. La veemenza delle parole nella gola contratta ricord
a Mary Urquhart la sua omonima nella Traviata.
- Altri? - Mary aveva capito subito di che cosa si trattasse,
ma sentiva il bisogno di un ulteriore momento di libert.
- Altri bambini! - grid Violet. Mary, pur tenendo il
ricevitore quanto pi incollato all'orecchio riusciva a sopportare,
temette che tutti attorno al banco della distribuzione
udissero quella furia insensata.
- Li ha trovati mio fratello! - esclam Violet. - E li ha
portati qui. Adesso li ho io.
- Capisco, - disse Mary Urquhart.
All'esterno, Mrs. Carter, la direttrice afroamericana,
stava riconsegnando alle madri i bambini che avevano partecipato
all'ora di lettura. Erano bambini neri o ispanici,
senza eccezione. La maggior parte delle madri dei bambini
neri lavoravano come domestiche e venivano dalle Indie
occidentali; erano le pi assidue, e desideravano che i
loro figli ascoltassero storie inglesi, storie della Gran Bretagna.
- Mary... - Violet annasp al telefono. - Mary?
Fuori dalle finestre della biblioteca, nell'imbrunire del
pomeriggio invernale, i bambini avevano un'aria vispa,
soddisfatta ed educata, e Mary ne fu orgogliosa. Le madri
sorridevano, e anche Mrs. Carter.
- Calma e sangue freddo, - disse Mary Urquhart all'amica
Violet. Per anni, dopo che aveva smesso di bere, era
andata in giro con quella scritta su un autoadesivo appiccicato
al paraurti dell'auto. Imbarazzante ripensarci adesso.
- Vieni, Mary? Puoi venire oggi, cos sistemiamo subito
tutto?
L'anno precedente Mary Urquhart aveva regalato ai
bambini dei volumetti con i racconti di C. S. Lewis, pagandoli
di tasca sua. Forse qualcuno di loro avrebbe imparato
a leggerli. Le piaceva conoscere le madri, parlare
con loro. Osservando la scena, si rammaric di non essere
fuori sul marciapiede, anche solo per scambiare un saluto
e imprimersi in mente i nomi di tutti. Ma Mrs. Carter
era la direttrice e rivendicava il privilegio di sovrintendere
al congedo dall'ora di lettura.
- S, cara, - disse Mary a Violet. - Vengo appena chiudiamo.
Chiusero nel giro di un'ora perch la citt del New Jersey
dove Mary lavorava non disponeva di molti fondi per
le biblioteche. Era una citt abitata in gran parte da minoranze
razziali, la cui amministrazione stava ormai ultimando
il passaggio dalle mani di un corrotto apparato politico
bianco a quelle di un corrotto apparato politico nero.
Le scuole erano focolai di patologie e clientelismo. I
poliziotti, ancora in maggioranza bianchi, erano spesso criminali.
Mary Urquhart si guard attorno guardinga mentre attraversava
il parcheggio della biblioteca diretta alla sua
vecchia station wagon. Era quasi buio, anche se permaneva
una debole traccia del giorno. Sull'orizzonte occidentale,
di l dal fiume, sopra le ciminiere e i tetti spioventi
di fabbriche abbandonate, Venere brillava in una vivida
chiazza di sereno. Nell'isolato della biblioteca alcuni
lampioni nuovi erano gi fuori uso, le parti elettriche
asportate dai tossicomani che le vendevano ai rigattieri.
In terra, mucchi sparsi di neve sporca e gelata. Nell'ultima
settimana ne era caduta poca, ma il clima era rigido e
i cordoli e le banchine esposti a nord ne erano ancora in
parte coperti.
Tu dorato angelo della sera, recit silenziosamente
Mary alla prima stella. Non riusciva a togliersi quel verso
dalla mente.
Temple Street, la strada che Mary percorreva per tornare
a casa, era fiancheggiata da fatiscenti case di legno.
All'interno di alcune, dietro a copriletto zingareschi fissati
con puntine da disegno su finestre sigillate da giri di
nastro adesivo, brillavano bulbi di lampadine. In media,
un edificio su cinque era in stato di completo abbandono,
e in alcuni di questi si intravedeva gi la luce delle candele.
Erano fumerie di crack. Durante l'ultimo censimento
Mary aveva raccolto dati nel quartiere e lo conosceva abbastanza
bene, malgrado l'estrema precariet della sua popolazione.
Gli interni di molte case erano in condizioni
peggiori dell'esterno. Ufficialmente il censimento le definiva
tutte degradate. Alcuni bambini che frequentavano
l'ora di lettura abitavano in quella strada.
Su qualche angolo, edifici in blocchetti di cemento ospitavano
uno spaccio con in vetrina la fioca insegna al neon
di una birra. Il freddo aveva allontanato gli ubriaconi con
la bottiglia nascosta nel sacchetto di carta marrone dal piccolo
centro commerciale dove si trovavano il Mashona
Beauty Shoppe, un economico negozio di lampade e un
takeaway chiamato Floyd's, che vendeva costine di maiale
e osservava orari irregolari. Al crepuscolo tutti i negozi
chiudevano e Dio solo sapeva, pens Mary, dove finivano
gli alcolizzati. Forse si riparavano dal vento pungente nelle
fumerie di crack. Mary conosceva di vista molti dei pi
anziani che bazzicavano nella zona. A volte, durante il
giorno, si fermava a comprare le costine di Floyd, che non
erano affatto male. Floyd, che aveva sempre un sorriso per
lei, teneva sopra la cassa un cartello che diceva in cristo
LA RISPOSTA.
Con alcuni di loro intratteneva un dialogo regolare.
Quelli che acconsentivano a parlare con una donna bianca
di mezza et la chiamavano Mary e a volte, nel caso
degli anziani vagabondi del vecchio Sud, Miss Mary.
All'inizio lei aveva dato a tutti del signore, ma aveva
intuito subito che cos li offendeva, lo consideravano un
segno di condiscendenza e non era appropriato al gergo di
strada. Quindi, se non li conosceva per nome, li chiamava
guy, suscitando il loro divertimento. Era cos che suo
marito, figlio della buona borghesia del Sud, si rivolgeva
ai suoi pari, molto tempo prima che diventasse un appellativo
comune; era ormai morto da tredici anni.
- Conosco la sua storia, guy, - diceva Mary dirigendosi
verso l'automobile con il sacchetto delle costine, rivolta
a un vagabondo con la bottiglia nel sacchetto. - Sono
stata anch'io una beona. Un'alcolizzata.
- Ma bisogna pur godersi la vita, Mary, - le aveva detto
un vecchio. - Ne abbiamo una sola, no?
Era rimasta interdetta.
- Appunto, - gli aveva risposto. - Proprio per questo.
Lui aveva scosso la testa, come per dirle che non avrebbe
mai capito. Paragonare le loro due vite? Lei per aveva
insistito.
- Ecco perch oggi non ho la mia bottiglia come lei. Un
tempo non era cos. Mi creda.
Allora l'uomo aveva percepito in lei il residuo accento
del Sud e aveva alzato la testa dicendo, con tono marcatamente
sarcastico ma non del tutto ostile: - Continui cos,
Mary. Parole sante.
- Dio la benedica, amico.
- Stia bene, Mary.
Pover'uomo, pens lei. Chi era? Chi sarebbe potuto diventare?
Gli augur di poter conoscere la grazia.
Poco prima della brusca curva a gomito con cui si immetteva
nella statale 4, Temple Street fiancheggiava il
lato pericoloso di un parco cittadino che comprendeva
un grande lago. Il freddo aveva gelato l'acqua fino a una
profondit che Mary valut di diversi metri. Dopo settimane
e settimane di freddo, ci si poteva pattinare senza
rischio. In altre cittadine ci sarebbero stati bambini
con i pattini e luci sulla riva; qui niente. Mary ne fu lieta,
perch temeva di non sopportare la vista di bambini
e luci sulla riva di un lago ghiacciato. Neppure dopo tredici
anni.
Negli ultimi trecento metri, Temple Street acquistava
un guardrail in alluminio e qualche lampada alogena, il cui
metallo era stato anch'esso piegato, svitato e divelto dai
tossici-cavalletta.
Al semaforo che regolava il traffico all'intersezione con
la statale 4 c'era una grande stazione di servizio. Apparteneva
a un immigrato indiano che un tempo vi aveva lavorato
come dipendente e poi l'aveva comprata. In seguito
era diventato proprietario di altri distributori e immobili
di vario genere. Ora dava lavoro ad altri immigrati
indiani che svolgevano orari pesanti, diurni e notturni. Negli
ultimi dodici mesi, secondo il giornale della contea, non
meno di quattro di loro erano morti nel corso di rapine, e
altri quattro erano rimasti feriti.
Ferma al rosso, a Mary riusciva pi facile pensare ai poveri
gujarati uccisi che al lago gelato. Preg per loro, a modo
suo, lo sguardo fisso sul segnale di svolta. Ripetere formule
non le piaceva. Le parole venivano piuttosto sulle note
della melodia che tante volte aveva udito, in tanti
ambienti diversi, quella preghiera cantata e ripetuta fin
dai primordi della musica.
Agnus Dei, qui tollis peccata mundi,
miserere nobis.
S'immise quindi sulla statale 4, l'American Strip. Il
New Jersey, dove Mary si era stabilita, ne era il luogo d'origine
e incubazione: l'aveva nutrita perch strisciasse fuori
e avvolgesse il mondo. Poco alla volta, era giunta fino a
quel lembo residenziale di Carolina del Nord dove lei aveva
abitato, conservando sempre lo stesso aspetto.
Dopo essersi ripresa dalla morte del marito, Mary Urquhart
si era trasferita in una modesta abitazione in un
quartiere un tempo periferico di quella cittadina del New
Jersey, a pochi isolati dal confine amministrativo. Da
un'altura in fondo alla sua strada, nelle mattine pi limpide
si vedevano i grattacieli di Manhattan. Gli aerei in
fase di atterraggio per l'aeroporto di Newark le passavano
sopra la testa tutto il giorno e buona parte della notte,
svegliandola spesso, anche dopo tanti anni.
Quel pomeriggio, per, Mary non era diretta a casa.
Circa un chilometro prima dell'inizio della citt lasci la
statale 4 per svoltare in Imperial Avenue. La strada portava
ad Auburn Hill, un rione diventato un'enclave italiana
nel settore ispanico del ghetto. Ad Auburn Hill si era
sicuri di trovare prati ben curati e strade tranquille, certezza
rafforzata dai truculenti aneddoti di punizioni sommarie
inflitte a scippatori e scassinatori. Giovani fuorilegge
inchiodati con cacciaviti al catrame di un tetto. O
scaraventati gi da un cavalcavia sui binari della Jersey
Central, venti metri pi in basso. A Natale, il quartiere
splendeva di allegre luminarie. Mary lo conosceva ormai a
fondo e, comprendendo di Auburn Hill il dolce e l'amaro,
vi era affezionata.
La casa di Violet Innaurato era tipica di quella parte
della citt. Era costruita in mattoni, su un unico piano, e
aveva tre stanze da letto, infissi di alluminio e un angusto
portico dello stesso materiale. Di fronte si apriva un piccolo
prato circondato da un recinto metallico, e sul retro
un orto in cui nella bella stagione Violet coltivava pomodori
e peperoni.
Quando Mary imbocc il vialetto, vide alla grande finestra
il volto pallido e ansioso di Violet. Muoveva le labbra,
torcendosi le mani. Un momento dopo apriva la porta
al vento invernale, mentre Mary usciva dall'auto e la
chiudeva a chiave.
- Oh, Mary. Ringrazio Dio onnipotente che sei venuta.
Lo ringrazio con tutta me stessa.
Violet era una di quelle donne che invecchiano al devoto
servizio degli anziani genitori. Li aveva aiutati a crescere
il fratello pi giovane, poi aveva condiviso con il padre
l'assistenza alla madre malata. Quando il padre era
morto, si era assunta ogni responsabilit - sua madre, la
casa, tutto. Violet lavorava in un laboratorio di sartoria
installato sui due piani di un vecchio setificio, dove sorvegliava
la manodopera cinese e salvadoregna.
Il fratello minore, August, era di professione poliziotto,
ma non apparteneva all'attiva schiera dei corrotti. In
realt non svolgeva alcuna funzione di ordine pubblico. La
famiglia aveva goduto di aderenze politiche sufficienti ad
assicurargli un lavoro impiegatizio. Era un uomo timido
ed emotivo, con figli gi grandi, che viveva con la moglie,
una donna autoritaria, in un sobborgo lontano dal centro.
In quanto addetto ai lavori, per, conosceva i segreti della
citt.
Gli Innaurato, fratello e sorella, non avevano ereditato
nulla dai genitori oltre alla casa ora abitata da Violet e
all'instancabile religiosit della madre.
Mary Urquhart entr, abbracci l'amica e la osserv.
- Allora, Violet, stai bene? Riesci a respirare?
La scrut ben bene, poi soddisfatta delle sue condizioni,
controll la casa. Il soggiorno era abbastanza in ordine,
anche se il televisore spento era un segno inequivocabile
dell'agitazione di Violet.
- Devi vederli, Mary. Oh, devi assolutamente vederli -.
La voce era incrinata, ma gli splendidi occhi scuri che
fissavano Mary erano asciutti. Occhi degni di un ritratto
alessandrino, pens Mary, lucidi e scintillanti per lo spettacolo
infernale che contemplavano. Per un attimo fu come
se Violet si fosse riavuta da una sorta di rapimento.
Strinse Mary al suo grande, morbido, sterile seno. - Vuoi
del caff, tesoro? Biscotti? Un po' di vino?
Nell'emozione del momento, quando c'erano di mezzo
i bambini, Violet offriva sempre a Mary del vino, dimenticando
che non poteva bere.
- Ne porto un bicchiere per te, - propose Mary. - Io
mi faccio un caff.
Violet segu con sguardo ansioso Mary che si dirigeva
in cucina.
- Siediti, cara, - le grid Mary. - Ti servo io.
Lentamente, Violet si sedette sul bordo del divano e
fiss lo schermo spento del televisore.
Nella cucina immacolata, Mary trov una bottiglia di
sangiovese, aperta ma non inacidita, bevibile. Riemp un
bicchiere, poi si vers una tazzina di caff fresco. Bevvero
nel soggiorno triste e pulitissimo, sedute fianco a fianco
sullo sbiadito sof a fiori, tra i merletti, le fotografie
della famiglia di Violet e il ritratto del Papa.
- Adoravo il sangiovese, - disse Mary, osservando l'amica
bere. - Il vino della Romagna. Di Bologna. Di Urbino.
- E buono, - disse Violet.
- Una volta, con mio marito e i bambini, abbiamo affittato
per le vacanze una villa fuori Urbino. Pioveva.
Pioggia tutti i giorni, ma le colline erano splendide. Per
non parlare dei paesi umbri. Un periodo fantastico.
- Avete visto il Santo Padre?
Mary rise. - Eravamo tutti bravi protestanti a quei
tempi.
Violet la guard meravigliata, anche se aveva udito molte
volte la storia della giovent di Mary. Poi il suo volto
si rannuvol.
- Devi vederli, Mary.
- Gi, - sospir Mary. - Ma prima bevi.
Finito il vino, andarono a vedere i feti. Erano quattro.
Violet li aveva distesi su una tela cerata, sul pavimento della
veranda sul retro della casa, un locale chiuso ma non riscaldato,
freddo quasi quanto la notte esterna. Li aveva
coperti con un tendaggio viola da chiesa, sul quale aveva
posato uno dei crocifissi di solito appesi alle pareti.
Mary sollev la tenda e guard le creature morte. Avevano
chele da aragosta e dita non separate; uno dei volti
era gi completo. Sembrava un manato della Florida, pens
Mary, l'unico essere vivente con cui riusciva a trovare
una somiglianza - il volto bovino, la fronte inclinata. Un
altro era ancora avvolto in una sorta di membrana fibrosa
che ricordava le ali di un pipistrello.
- Piccini, - singhiozz Violet. - Che tristezza. Chi pu
fare una cosa simile? Un assassino! - Si morse il pollice.
- Un assassino, un pezzo di merda, dovrebbero cavargli
gli occhi! - Si fece il segno della croce, per chiedere perdono
dello sfogo.
- Little lamb who made thee? - recit stancamente Mary
Urquhart. Le creature erano davvero disgustose. - Forza,
al lavoro.
Il fratello di Violet, August, aveva scoperto che la ditta
incaricata di smaltire i rifiuti ospedalieri della regione
contava tra i suoi clienti le cliniche per gli aborti, prive di
inceneritori propri. I feti venivano avviati allo smaltimento
insieme a tutto il resto. August aveva preso accordi
con gli addetti perch gli segnalassero la presenza di feti
e li mettessero da parte. Poi avvertiva Violet, che entrava
in azione insieme a un'amica - il pi delle volte
Mary.
Mary conosceva un sacerdote di nome padre Hooke,
parroco in un ricco quartiere tra i monti Ramapos. Si conoscevano
da anni. Padre Hooke era stato, in maniera
piuttosto superficiale, il consigliere spirituale di Mary.
Molto pi colto della media del clero, era anche capace di
un pungente sarcasmo. Le loro conversazioni sulle assurdit
del mondo moderno, le Scritture e le stravaganze canoniche,
la storia e la letteratura, l'avevano aiutata a superare
l'ultima fase della sua riconquistata astinenza. Era
stato lui a farle conoscere Julian di Norwich. L'aveva accolta
nella Chiesa cattolica e lei l'aveva ricambiato con la
sua amicizia. Negli ultimi tempi, tuttavia, i rapporti si erano
fatti tesi. Mary lo chiam dal telefono di Violet per avvertirlo.
- Frank, - disse al sacerdote, - abbiamo dei bambini.
Le rispose con il silenzio.
- Pronto, Frank, - ripet. - Mi hai sentito, padre? Ho
detto che abbiamo dei bambini.
- S, - disse Hooke, con quel tono che Mary cominciava
a trovare affettato, - certo che ti ho sentito. Stasera
... difficile.
- Gi, non c' dubbio, - disse Mary. - Difficile  dire
poco. Quando puoi riceverci?
- Prima vorrei discutere questa faccenda.
Le aveva citato spesso Dame Julian. Tutto andr per
il meglio, e tutto andr per il meglio, e ogni genere di cosa
andr per il meglio. Gli piacevano quei versi.
- Davvero? - si inform lei educatamente. - Capisco.
Possiamo parlarne dopo la sepoltura.
- Sai, Mary, - disse padre Hooke con un risolino nervoso,
- al vescovo, quel campione di intelligenza, il nostro
principe spirituale, sono giunte voci che l'hanno preoccupato.
Mary Urquhart arross per la bugia del sacerdote.
- Il vescovo, - gli disse, - non  assolutamente un problema.
Sei tu il problema.
- Io? - Proruppe in una risata, spontanea e amara. - Io
sarei un problema? Oh, chiedo scusa. Esistono anche delle
leggi...
- A che ora, padre? Violet lavora per vivere, e io pure.
- Il fatto , - disse padre Hooke, - che stasera non potete
venire.
- Oh, Frank, - disse Mary. - Andiamo. Non fare il ragazzino
con me. Prenditi la tua croce sulle spalle, amico.
- Immagino, - disse Hooke, - che non riuscir a convincerti
a lasciar perdere, vero?
- Vergognati, Frank Hooke, - gli disse lei.
Nel tragitto verso i lindi sobborghi dell'hinterland attraversarono
complessi residenziali e aree verdi, poi fitti
boschi in cui sorgevano case coloniali dalla rassicurante illuminazione
nella notte invernale. Infine incontrarono alcune
fattorie, o residenze di campagna gestite come aziende
agricole. I boschi erano pieni di laghi e stagni gelati.
Mary guidava una Buick familiare vecchia di quasi
quindici anni, la stessa che aveva usato nel quartiere periferico
di Boston dove risiedeva quand'era una giovane madre
e percorreva le tipiche rotte materne, portando Charles
Junior all'allenamento di calcio e Payton a giocare a
softball e la piccola Emily all'asilo.
I feti erano nel bagagliaio della station wagon, assicurati
con corde elastiche, tra la tela cerata e la tenda in cui
Violet li aveva avvolti. Il carico era ben fermo e non sbatteva
con i sobbalzi; al crocifisso avevano rinunciato. La
campagna scura che attraversavano somigliava sempre pi
alla cittadina in cui Mary aveva vissuto con Charles e i
bambini.
- Mi dici la poesia? - chiese Violet. Quando partivano
per una sepoltura, Violet amava che Mary le recitasse
qualche poesia. Mary preferiva i versi alle preghiere imparate
a memoria. Per Violet erano sempre nuovi e la facevano
piangere, uno sfogo salutare, aveva notato Mary,
per allentare la tensione e prepararla al lavoro che le aspettava.
- Quale poesia, Violet?
Talvolta Mary declamava Ai martiri bambini di Crashaw,
o una parte del suo inno a Santa Teresa. A volte preferiva
Vaughan o Blake.
- Quella con la stella, - disse Violet. - Quella con il
lago.
- Oh, - disse Mary in tono allegro. - Strano, ci stavo
proprio pensando poco fa.
Una volta, chiss poi perch, Mary le aveva recitato Alla
stella della sera di Blake. La poesia evocava in lei un dolore
intenso, Mary accoglieva ogni verso con terrore e tremava
quando le veniva in mente all'improvviso:
Tu dorato angelo della sera,
ora che il sole scende sui monti, accendi
la tua luminosa torcia d'amore; la radiosa corona
indossa, e sorridi sul nostro giaciglio serale !
Recitandola per la prima volta aveva creduto di morire,
perch era stata la loro poesia segreta, sua e di Charles,
la loro preghiera per una protezione che non sarebbe stata
concessa. Il sapore che le lasciava in bocca era quello
della rabbia furibonda, del dolore lancinante e soprattutto
del whisky in cui annegare ogni cosa, il whisky per farla
finita ed essere con loro. Quella notte, al volante, con
le sinistre creature nel bagagliaio, offr a Dio la sofferenza
nella poesia.
Violet piangeva. Per un attimo Mary fu incapace di continuare.
- Ce n' ancora, - disse Violet.
- Lo so, - disse Mary. Fece appello alla sua esperienza
di narratrice.
Lascia che il tuo vento dell'ovest dorma
sul lago; parla silenzio con i tuoi occhi lucenti,
e inonda d'argento il crepuscolo. Presto, troppo presto,
svanisci; allora ovunque imperversa il lupo,
e il leone sfolgora nella tetra foresta:
le pecore del nostro gregge si coprono della
tua sacra rugiada: proteggile col tuo influsso sottile.
Violet singhiozz. - Oh Mary, - disse. - Nessuno ha
protetto la tua famiglia.
- Sai come sono le stelle... - disse Mary Urquhart, sempre
in tono allegro. - Influsso sottile, magari ghiaccio sottile...
Le luci erano accese nel parlatorio della canonica quando
lasciarono l'elegante strada principale della cittadina ai
piedi delle colline ed entrarono nel parcheggio di Nostra
Signora di Fatima. Mary ferm la station wagon accanto
all'ingresso, le due donne uscirono e suonarono il campanello.
Venne ad aprire padre Hooke. Indossava un maglione
da marinaio, una camicia blu e pantaloni khaki. Violet
mormor un saluto deferente e accenn un inchino. Mary
squadr il sacerdote. Quell'abbigliamento informale suggeriva
disagio, riluttanza a celebrare. Stava cercando il coraggio
per tirarsi indietro?
- Salve, Frank, - disse Mary. - Scusa l'ora.
Hooke era solo nella canonica. Non aveva un curato e
si occupava personalmente della casa, le perpetue a tempo
pieno erano ormai una cosa del passato.
- Posso offrirvi un caff? - chiese padre Hooke.
- L'ho gi preso, - disse Mary.
Il sacerdote aveva un sorriso stanco, inquieto. - Mary, -
disse. - E Miss... non volete sedervi?
Si era dimenticato come si chiamava Violet. Era uno
snob, pens Mary, uno snob provinciale. Persino il nome
etnico e mariolatrico della sua parrocchia, Nostra Signora
di Fatima, lo metteva in imbarazzo.
- Padre, - disse lei, - perch non cominciamo subito?
La fiss con aria smarrita. Vergognandosi per lui, Mary
ne evit lo sguardo.
- Credo, - disse lui con la gola secca, - che d'ora in poi
dovremmo pensarci bene.
- Non  curioso? - chiese Mary a Violet. - Avevo la
strana sensazione che stasera qui avremmo incontrato
qualche problema Si rivolse a Hooke. - Cosa intendi dire
? Pensare bene a che cosa?
- Va bene, va bene, - disse lui. Una resa apparente intesa
a ispirare una minor resistenza. - Dov'?
- Dove sono, - disse Mary.
- I bambini, - disse Violet. - I poveri piccoli sono fuori
nella macchina di Mary.
Ma padre Hooke esitava. - Oh, Mary, - disse. Sembrava
un ragazzino impaurito.
Lei fremeva di rabbia. Esisteva al mondo un cattolico
adulto? Questi preti, pens, che razza di smidollati indulgenti
con se stessi.
- Santo cielo, - disse. - Che problema pu esserci adesso?
Hai paura di impressionarti troppo?
- Sempre pi spesso... - disse padre Hooke. - Ho la
sensazione che ci stiamo comportando in modo sbagliato.
- Davvero? - chiese Mary. - Ne sei sicuro? - Indugiavano
accanto all'elegante tappeto rosso boliviano, nell'atto
di uscire dalla canonica per dirigersi verso l'automobile,
ma non si muovevano. Alle pareti, dipinti haitiani.
Nemmeno una tendina di pizzo, qui. - Che peccato, -
disse lei, - non avere il tempo per una discussione teologica.
- Forse dovremo trovarlo, il tempo, - disse padre
Hooke. - Accomodatevi.
Violet guard Mary in cerca di rassicurazione prendendo
posto con esagerata compostezza sull'orlo di una
scheletrica sedia spagnola. Mary rimase in piedi dov'era.
Il sacerdote la guard intimorito. Dopo aver impartito l'ordine,
esitava a sedersi a sua volta.
- Non si tratta solo delle sepolture, - disse padre Hooke
a Mary, ignorando Violet. - E l'intera faccenda che mi
preoccupa. La nostra posizione... - Ebbe un fremito e cominci
a camminare su e gi sul tappeto, stropicciandosi
nervosamente le mani.
- La nostra posizione, - ripet Mary meccanicamente.
- Vuoi dire la tua posizione? Ti riferisci agli insegnamenti
della Chiesa?
- Gi, - disse lui. Si guard intorno cercando aiuto ma,
come spesso succede in questi casi, nessun aiuto era disponibile.
- Intendo dire che forse abbiamo torto.
Mary lasci che le parole echeggiassero nel silenzio della
canonica. Poi chiese: - Ti rimorde la coscienza, vero,
padre?
- Credo che abbiamo torto, - ripet lui con rinnovato
vigore. - Credo che le donne abbiano il diritto di farlo.
Dico sul serio. A volte mi vergogno del collare che porto.
Lei scoppi nella sua piacevole, elegante risata. - Ti
vergogni del collare che porti? Povero Frank. Hai paura
che la gente pensi male di te?
Lui cerc forza nella rabbia. - Risparmiami l'ad hominem,
ti prego, - disse.
- Ma Frank, - disse lei, con apparente leggerezza, - ci
sono solo ad hominem.
- Temo di non essere abbastanza teologo per seguirti.
- Oh, - disse Mary, - chiedo scusa. Per dirla in modo
crudo, padre, quel che ti viene chiesto, ti viene chiesto direttamente.
Personalmente. A te, Frank.
Lui assunse un'espressione imbronciata. Un risentito
silenzio infantile. Poi prosegu: - Non credo che Dio ci
chieda di perseguire cos quelle giovani donne. Mi riferisco
a te in particolare, Mary, con il tuo cosiddetto counselling.
Si riferiva ai colloqui di Mary con le madri nubili che
la contattavano dopo aver letto il suo indirizzo su un volantino.
Mary aveva partecipato con orgoglio alle manifestazioni
contro la guerra e l'apartheid. Quelle davanti alle
cliniche per gli aborti, invece, le considerava un'umiliazione
da offrire a Dio, schierarsi in mezzo ai pazzi e ai
fanatici era una penitenza e un freno al proprio orgoglio.
Sorprendentemente per, dopo un incontro privato con
lei, davanti a un caff e una fetta di torta, molte future
madri portavano a termine la gravidanza.
Mary osserv padre Hooke. Era privo di solennit, pens.
Le mani, quel farfugliare inconcludente.
- Per amor del cielo, - continu lui, - guarda il quartiere
in cui lavori ! Credi davvero che il mondo abbia bisogno
di qualche altro milione di bambini neri indesiderati,
lasciati a se stessi?
Lei si appoggi a uno degli antichi cassettoni e incroci
le braccia. Alta ed elegante, a cinquantanni era pi bella
e pi in forma che mai. Violet sedeva a bocca aperta.
-  spregevole e disonesto da parte tua fingere una crisi
di coscienza, - disse calma Mary a Hooke. - Ti interessa
solo una bieca rispettabilit. E parli della volont di
Dio? - Parve reprimere per educazione un attacco di sincera
ilarit. - Quando hai paura di guardare creature a sua
immagine e somiglianza? Parlo dei corpicini nell'auto,
Frank, i poveri piccoli che hai persino paura di vedere.
Quelle piccole bellezze bifide e tumefatte sono esseri umani.
Sono l'immagine di Dio, te ne sei dimenticato? E ti
terrorizza.
Lui si tolse gli occhiali e sbatt le palpebre con aria
inerme.
- Il tuo dolore... - cominci. Un rammollito, pens lei,
che cerca di salire in cattedra. Di sembrare preoccupato.
Un attimo dopo si era perso d'animo. - Ti ha reso crudele...
Forse non crudele, ma...
Mary Urquhart drizz la schiena. - Ah, - disse, accennando
una risata indulgente, - il trito argomento del
mio dolore. Forse sono di nuovo ubriaca stasera, eh padre?
Chiss?
Tredici anni prima, la sera dell'antivigilia di Natale,
suo marito aveva portato i loro tre figli a pattinare sul lago
alla periferia di Boston. Era stato il giovane Charley a
insistere, e Charles aveva nicchiato; era gi un po' brillo.
Poi aveva acconsentito con quel suo modo ruvido, canzonatorio,
lento - era alto, allampanato, uno scozzese della
Carolina, come Mary. Natale si avvicinava, i bambini erano
eccitati, e per quanto tempo ancora sarebbe stato abbastanza
freddo per pattinare? Poi anche Payton aveva
chiesto di accompagnarli, e infine la piccola Emily, perch
il giorno prima Charles aveva insegnato loro a schioccare
la frusta sul ghiaccio. E il lago, circondato da boschi, era
ben illuminato e i bambini pattinavano ben oltre il tramonto,
anche se un'estremit si rivel priva di illuminazione,
un'insenatura solitaria orlata da scuri pini azzurri
di Germania dove forse gi allora qualche tossicomane era
arrivato da Roxbury, Southie, Lowell o Dio sa dove a distruggere
i lampioni per razziare il metallo. Ed Emily aveva
ancora il raffreddore e non sarebbe dovuta andare.
Invece partirono tutti e Mary li aspett fino a tardi, e di
tanto in tanto, ascoltando musica, bevendo Wild Turkey,
credette di udire strane urla. Le ricordava perfettamente
ora, come ricordava il momento in cui cominci a insinuarsi
in lei il vago dubbio che non si trattasse di grida divertite.
La polizia disse che era rimasto aggrappato al ghiaccio
per ore, per salvare se stesso e i bambini avvinghiati a lui,
e molte persone avevano udito le richieste di aiuto ma non
le avevano prese sul serio.
Mary era presente quando recuperarono la cosa che erano
diventati, un grappolo bluastro avvolto in vivaci colori
di stagione, berretti di lana nordici e sciarpe e muffole,
stretti in un intreccio di gambe e braccia che a Mary ricord
il re dei ratti, un groviglio di ratti intrappolati nelle
loro stesse code, spazzati via nudi da un relitto abbandonato,
affogati e galleggianti, una compatta zattera di
ratti sulle onde del basso corso del fiume Cape Fear.
Un'immagine che si era figurata da bambina, e che aveva
ritrovato negli occhi sbarrati, nel ghigno mortale sui visi
della sua famiglia. Vicino a Walden Pond, il vento dell'ovest
dormiva sul lago, gli occhi brillavano nel crepuscolo
d'argento, un crepuscolo mattutino. Aveva perso tutti i
suoi cari.
- Sai, - disse a padre Hooke, - tu mi sembri il tipo
d'uomo - e gli uomini li conosco, sono stata sposata - che
 rimasto bambino. Un uomo piccino piccino, timoroso di
toccare la croce o guardare in direzione di Dio.
Lui la fiss e deglut. Lei sorrise, come per rassicurarlo.
- Sai cosa devi fare, padre? Togliti quella tonaca che
hai paura di portare. Tua madre, che hai accontentato facendoti
prete,  morta. Diventa la piccola graziosa nullit
omosessuale che sei.
- Sei una strega crudele, - disse Hooke, pallido in volto.
- Sei una donna malata e pazza.
Violet cominci a boccheggiare. Mary si chin per assisterla.
- Violet? Hai portato l'inalatore?
Violet l'aveva portato. Mary l'aiut a sistemarlo e attese
che il respiro dell'amica tornasse regolare. Quando si
alz, vide che padre Hooke aveva una brutta cera.
- E hai anche il coraggio, ometto sciagurato, - infier,
- di parlare di bambini neri indesiderati? Non c' un solo
bambino nero sofferente, Dio li benedica tutti, non un
solo bambino nero in questo paese infelice e stupido che
non preferirei a te e non nutrirei con il tuo maledetto sangue
acquoso. Non metterei mai a rischio la sicurezza del
pi moribondo, perduto, deforme bambino nero, tantomeno
per salvare la vita a te, inutile pezzo di stronzo!
Ora padre Hooke era sconvolto. Signore, pens lei, l'ho
combinata bella. Lo vedremo piangere. Distolse lo sguardo.
- Eri la mia sola amica, - disse padre Hooke quando
riusc a parlare. - Lo sapevi?
Lei sospir. - Mi dispiace, padre. Immagino che sia il
mio lato di ignorante donna del Sud, e poi, Dio mi aiuti,
sono malata, pazza e crudele. Ti prego di accettare le mie
scuse pi sincere. Prega per me.
Ma Hooke era inconsolabile. La tenera Violet, con l'inalatore
in mano, fece un passo verso di lui come se potesse
in qualche modo aiutarlo a respirare.
- Andatevene, - disse lui. - Andatevene prima che
chiami la polizia.
- Devi cercare di perdonarmi, Charles L'aveva chiamato
Charles? Che stranezza. Il povero vecchio Charles
si sarebbe rivoltato nella tomba. - Frank, voglio dire. Devi
cercare di perdonarmi, Frank. Chiedi a Dio di perdonarmi.
Io gli chieder di perdonare te. Ne abbiamo bisogno
tutti, vero, padre?
- Chiamo la polizia! - esclam lui, alzando la voce. - Vi
rendete conto di che cosa avete in macchina? La gente ci
accusa di commettere violenze! - grid. - Siete voi la violenza!
- Era un uomo distrutto.
Lei si avvicin e gli mise una mano su una spalla, sotto
lo sguardo stupefatto di Violet.
- Dio ci perdoni, Frank -. Ma lui si appoggi allo schienale
della sua poltroncina di pelle e le volt la schiena,
piangendo. - Oh Frank, agnellino, - disse lei, - cosa ti ha
raccontato la tua povera mamma? Che un mondo dove c'
Dio  pi confortevole di un mondo senza Dio?
Diede a padre Hooke un'ultima pacca amichevole e si
rivolse a Violet. - Perch  una bugia, non  vero, Violet?
- Hai ragione, - si affrett a dire Violet. Il sacerdote
in lacrime aveva commosso anche lei. Ma i suoi occhi erano
sempre asciutti, fissi, alessandrini. - Hai proprio ragione,
Mary.
Una volta ripreso il viaggio, fu chiaro che Violet Innaurato
era sfinita.
- Allora, Mary, - chiese. - Dove andiamo ora, tesoro?
- Be', - disse Mary, - per fortuna ho un altro asso nella
manica Rise. - Gi, un altro di quei valentuomini che
santa madre Chiesa ci offre come guida. Un altro ecclesiastico
disinteressato.
- Domani perder la messa.
-  questa la messa, - disse Mary.
- Va bene. D'accordo.
Questa  la messa, pensava Mary, questo  il sacrificio
e non ne siamo ancora uscite. Allung la mano e accarezz
amichevolmente Violet.
- Domani non lavori, vero, cara?
- No, ma...
- Se vuoi ti riaccompagno a casa. Posso fare da sola.
- No, - disse Violet, un po' nervosa per la stanchezza.
- Niente da fare.
- D'accordo, faremo benedire questi bambini, cara.
L'asso che Mary aveva nella manica era un prete dell'Europa
centrale di nome monsignor Danilo. Bench fossero
le dieci passate quando Mary gli telefon da una stazione
di servizio, acconsent prontamente. Era mellifluo
e ossequioso e sembrava ben disposto ad accontentarla.
La sua parrocchia, St. Macarius, era in una vecchia cittadina
portuale sulla baia di Newark, e per raggiungerla
dovettero attraversare di nuovo la campagna e poi dirigersi
a sud superando varie uscite della Garden State.
Ci volle quasi un'ora, malgrado il traffico scarso. La
chiesa e la sua canonica erano in un quartiere costiero,
tra raffinerie e caseggiati di legno poco migliori delle case
attorno a Temple Street. Il monsignore le aspettava in
chiesa.
L'interno dell'edificio era un incubo irlandese-giansenista
di marmo annerito, tabernacoli con guglie bianche e
colonne color panna. Consacrata a un diverso patrono, la
chiesa era stata frequentata dai portuali irlandesi di
cent'anni prima. Aveva dimensioni troppo anguste per accogliere
quella massa di decorazioni, tanto pi che la congregazione
di padre Danilo vi aveva ammucchiato le proprie
icone, santi slavi vagamente bizantini, padri del deserto
e celebrit del paradiso nella loro versione slava.
La fiamma delle candele guizzava mentre le due donne
facevano il loro ingresso. L'ambiente odorava di cera, vino
inacidito e incenso di cerimonie precedenti. Mary reggeva
il panno viola in cui erano avvolti i bambini.
Monsignor Danilo attendeva di fronte all'altare, in fondo
alla navata centrale. Indossava una tonaca porpora con
la cotta e una stola di seta. Gli occhiali riflettevano la luce
delle candele.
Accanto a lui c'era un giovanotto alto, magrissimo e
inespressivo, in tonaca e cotta. Il ragazzo, che avrebbe avuto
bisogno di radersi, reggeva una patena su cui erano disposte
ampolle di acqua benedetta e crisma, e una fettina
di limone.
Monsignor Danilo accolse Mary con il suo sorriso da
lupo, e quando lei ebbe deposto i feti davanti all'altare le
afferr la mano. A volte gliela baciava; quella sera se la
premette sul petto. L'intrusione di quel corpo flaccido nella
sfera delle sue sensazioni riemp Mary di disgusto. Il sacerdote
non prest alcuna attenzione a Violet Innaurato e
non present il chierico.
- Ah, - disse, chinandosi per sollevare la tenda sotto la
quale giacevano le creature, - i bimbetti, eh?
Mary lo osserv mentre li considerava con studiata
compassione, come se fosse commosso dalla loro bellezza,
la loro residua umanit, la somiglianza con il loro Creatore.
Ma forse, pens Mary, aveva visto altri spettacoli raccapriccianti
e ne sorrideva. Nonostante il contegno innocente,
era il ritratto del pi lurido assassino fascista, clericale
e antisemita che mai avesse preso i voti a est del
Danubio. La sua espressione gioviale era grossolana ipocrisia.
Aveva mani enormi, con grandi nocche, le mani di un
bruto, mentre il volto era quello di un Caino sorridente.
- Che belli, - comment. Poi disse qualcosa nella sua
lingua nativa al giovanotto trasandato, che fiss Mary, alz
le spalle e accenn un sorriso volgare. Lei guard altrove.
Pi tardi, Mary sarebbe stata costretta ad ascoltare la
storia del viaggio compiuto dalla madre di Danilo per assistere
all'apparizione della Vergine in qualche piccolo villaggio
della Bessarabia o dei Balcani, e le singolari traversie,
uniche nella storia, della patria di Danilo. E avrebbe
dovuto dargli almeno settantacinque dollari per evitare lamentele
e una faccia delusa. E questa volta qualcosa in pi
per il giovanotto, senza dubbio un immigrato clandestino
e squattrinato.
Violet Innaurato respirava attraverso l'inalatore. Padre
Danilo prese un'ampolla dalla patena e con le grosse dita
asperse gli esseri senza vita. Poi si voltarono tutti verso
l'altare e il crocifisso orientale che lo sovrastava. Pregarono
insieme nel latino che ognuno conosceva:
Agnus Dei, qui tollis peccata mundi,
miserere nobis.
Finalmente Mary fu sola con l'antica Cosa di fronte alla
cui volont ancora allibiva, di cui tutti erano ombra e
contorno e luce: lo sgradevole sacerdote, il giovanotto
equivoco, Violet Innaurato, lei stessa e la carne azzima che
insudiciava il pavimento. Con adorazione e sfida, nell'incerto
chiarore da fumeria d'oppio di quella mostruosa semioscurit
consacrata, Gli offr ci che Gli era dovuto, per
antico comando.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo,
abbi piet di noi.

 SENZA PIET.

Una volta Mackay si defin l'ultimo degli orfani.
Espressione che gli amici, in virt della sua aria buffa e
sconsolata, trovano assai divertente. Alcuni la usano alle
sue spalle.
All'et di cinque anni Mackay venne mandato in un
istituto cattolico gestito da un ordine di fratelli insegnanti.
Il St. Michael's era ufficialmente un convitto, in realt
tutti gli alunni erano, in misura maggiore o minore, privi
di una casa, e molti avevano perso, in un modo o nell'altro,
entrambi i genitori. Una met di loro era stata iscritta
al collegio da qualche parente, che in pieni anni Quaranta
pagava ai fratelli paolini una retta annuale di cinquanta
dollari. Altri erano stati assegnati all'istituto dal
tribunale dei minori, attraverso la rete delle organizzazioni
assistenziali cattoliche. Curiosamente, i convittori venivano
chiamati discepoli.
Una significativa minoranza dei discepoli del St. Michael's
consisteva di piccoli delinquenti. Molti soffrivano
di disturbi emotivi pi o meno gravi. Erano tutti bambini
infelici, non amati, o amati in modo sbagliato, o inefficace.
Tutti erano lievemente denutriti; diventato adulto,
Mackay avrebbe scoperto di non ricordare il cibo del St.
Michael's come tale, ma solo come occasione di colpa o di
malessere. Tutti subivano incessanti angherie.
Essere un discepolo del St. Michael's significava vivere
con i nervi a fior di pelle. Il rischio di ricevere percosse
era sempre presente. I pallidi ragazzini sussurravano
tutto il tempo, con le mascelle rigide come quelle di un
ventriloquo, di attacchi di sorpresa, vendette e castighi.
A volte gli anni della scuola elementare apparivano a
Mackay come un succedersi ininterrotto di disubbidienze,
scoperte e punizioni. Altre volte li ricordava come un
caos fisico e morale di tutti contro tutti.
Mackay si trovava al St. Michael's a causa della malattia
mentale della madre. Era una zia nubile, un'insegnante,
a pagare la retta ai confratelli. La madre di Mackay era
single quando esserlo non era ancora di moda e soffriva di
schizofrenia paranoide. Era una donna colta, dal lessico
raffinato, e Mackay ricordava che negli anni precedenti il
loro ricovero in due diversi istituti gli leggeva spesso dei
libri. Ricordava anche di essere rimasto disteso a letto con
lei in una stanza buia ad ascoltare una musica solenne e
spaventosa proveniente da una radio con elaborati ornamenti
di legno. Per qualche tempo, al St. Michael's, dimentic
il volto di sua madre. Pensava a lei come una presenza
vaga, tormentata, dolce. Da adulto, apprese con stupore
che aveva manifestato un lato violento.
La violenza Mackay l'aveva conosciuta al St. Michael's,
dove assumeva tre forme principali. La prima era una violenza
intestina, imposta dai convittori forti sui deboli. Negli
angoli bui, nei gabinetti, nelle docce e nella brulicante
oscurit dopo lo spegnersi delle luci, i ragazzini lottavano
da soli o con qualche alleato per definire le leggi del conflitto
e del dominio. San Michele era un angelo guerriero
e l'istituto St. Michael's aveva le stesse dinamiche sociali
della barriera corallina.
Un secondo tipo di violenza era parte integrante dell'educazione
e correzione dei discepoli, somministrata sovranamente
dai confratelli. Poteva assumere la forma spontanea
di un energico scappellotto, affibbiato con il palmo o
le nocche della mano sulla testa di un bambino irrequieto
o chiacchierone. Oziare in classe, fornire a un insegnante
risposte incomplete o magari sbagliate erano altri
comportamenti meritevoli di un simile segno di disapprovazione.
Una volta, un irritato insegnante di aritmetica - in seguito
al lapsus di un allievo che aveva suscitato una disdicevole
risata generale - aveva fatto schierare tutta la sua terza,
assestando a ogni discepolo due sonori ceffoni. Aveva
poi ordinato loro, con una volont che Mackay retrospettivamente
giudic beffarda, di offrire la propria umiliazione
allo Spirito Santo. La punizione corporale pi temuta
da Mackay veniva inflitta in maniera formale dal direttore
della scuola elementare, con una logora cinghia di cuoio
per affilare i rasoi. I bambini pi piccoli e quelli che si trovavano
al St. Michael's da poche settimane non erano soggetti
a tanta severit, essendo le loro eventuali negligenze
attribuite a depravazione naturale. Ma per coloro che avevano
almeno sei anni, le parole: Trovati sulla porta della
mia stanza... stasera! pronunciate teatralmente con accento
franco-canadese da fratello Francis, il direttore della
scuola, erano causa di autentico, nauseante terrore.
Ultima tra le forme di violenza era quella degli smoker
settimanali, in cui il discepolo si trovava di fronte contemporaneamente
l'autorit dell'istituto e lo spirito canagliesco
dei compagni. Negli smoker, i bambini di almeno
sei anni erano costretti a infilare i guantoni e scazzottarsi
per tre riprese di due minuti l'una - un tempo pi che sufficiente,
aveva scoperto Mackay, per prenderle di santa
ragione. Per anni, gli smoker del gioved sera furono il terrore
di Mackay. A met del secondo anno, scontrandosi
con un abile ragazzino del West Virginia, era diventato
quasi sordo da un orecchio. Soltanto da adulto si sarebbe
reso conto di avere riportato la rottura del timpano e danni
all'orecchio interno. Poco alla volta, Mackay impar la
lezione. Impar a non perdere la testa e a canalizzare la
propria rabbia. Impar a incassare, a rincuorarsi quando
altri cedevano al dolore e a sfruttare a proprio vantaggio
la paura altrui.
La necessit di venire a patti con una realt tanto
conflittuale provocava in Mackay una grande confusione. Ricordava
e idealizzava la tenerezza materna come un regno
perduto, ma i rimpianti erano inutili. Rimuginare nostalgicamente
lo rendeva facile al pianto e vulnerabile, stati
d'animo pericolosi. Lottare era la legge. I suoi primi anni
al St. Michael's coincisero con quelli della Seconda guerra
mondiale e l'istituto attribuiva carattere sacro alla guerra
e al dovere patriottico di combattere. Era un'occasione
di sofferenza e di morte, condizioni tenute in alta considerazione
nel collegio. La morte era particolarmente sublime,
la massima forma di esistenza, da conseguirsi non
appena le proprie responsabilit lo avessero permesso. I
morti virtuosi erano la Chiesa trionfante.
Mackay capiva la debolezza della sua posizione. Sentiva
il bisogno di un aiuto da parte delle potenze soprannaturali,
ma quelle parevano tutte fermamente dalla parte di
fratello Francis, loro rappresentante in terra. Il fervore religioso
di Mackay variava con gli umori quotidiani. Un
giorno provava uno slancio d'amore per il proprio Padre
nei Cieli, che dopo tutto era l'unico padre che conosceva,
e pregava affinch in terra fosse fatta la volont di Dio.
Altre volte non desiderava altro pi della sconfitta e della
rovina degli Stati Uniti, in base alla teoria che perfino
i giapponesi invasori sarebbero stati meglio dei fratelli
paolini. E allora rivolgeva le sue preghiere a Satana, Hitler
e Stalin. In tali momenti sembrava che schierarsi dalla parte
dei giusti non fosse per lui. Ancora oggi, del resto, conserva
nella sua natura una propensione allo scetticismo autodistruttivo,
unito a una strana credulit.
Nel corso degli anni al St. Michael's, Mackay impar
a ridere delle percosse che i confratelli gli infliggevano
distrattamente. Entr a far parte di una banda all'interno
del collegio, conquist e difese una discreta posizione
in quella democrazia da primati. Divent amico di uno
dei capi della banda, un ragazzo dai capelli rossi di nome
Christopher Kiernan, che primeggiava negli smoker.
Mackay stesso cominci a trovarci gusto, uscendone a
volte vincitore. Le regolamentari punizioni serali, invece,
non le dimentic e non le perdon mai.
Nelle ore precedenti allo spegnersi delle luci, c'erano
sempre alcuni bambini tra i sei e i nove anni allineati fuori
dalla celletta dove dormiva il fratello direttore. Oltre a
fungere da Casa del Dolore, la stanza del fratello direttore
era un luogo di grande mistero, la sola residenza degli
adulti che fosse familiare a molti discepoli. Se avessero dovuto
descriverla, anche quelli che la visitavano pi spesso
si sarebbero trovati in difficolt, distolti com'erano dalla
paura e dalla vergogna. Mackay ricorda la tenda bianca
sulla porta, simile a un paravento ospedaliero, e l'odore
del tabacco da pipa del direttore.
Dopo la preghiera serale e il trambusto dei discepoli innocenti
che andavano a letto, i condannati rimanevano
nella semioscurit, soli con il battito dei propri cuori. Molto
raramente, alla vigilia di una vacanza o per semplice capriccio,
fratello Francis condonava la punizione e li spediva
a letto esultanti. Tale remota possibilit aggiungeva
una dimensione di incertezza al dramma notturno e permetteva
ai bambini di sperimentare l'edificante sensazione
delle vane speranze deluse.
Dopo dieci o quindici minuti da che le luci erano spente,
il direttore emergeva da dietro la sua tenda e squadrava
i discepoli tremebondi come un alto sacerdote ispeziona
le offerte. Poi li fulminava con un commento sferzante;
uno dei suoi preferiti era chiamarli cocchi di mamma,
una definizione decisamente poco appropriata, dato che
in realt erano orfani sul punto di essere picchiati. Mackay
la sentiva sempre diretta a lui in particolare.
Poi fratello Francis rientrava nella cella, consultava il
suo fatidico libretto nero e chiamava i discepoli uno alla
volta. La punizione veniva inflitta in silenzio. Doveva essere
sopportata con pazienza e, secondo l'espressione comune,
offerta al cielo. Al St. Michael's si ricordava spesso
ai discepoli che Nostro Signore aveva collaborato con
le autorit che lo mettevano a morte, obbedendo mitemente
ai loro ordini affinch si compisse il sacrificio. E la
natura cerimoniale di quelle punizioni, l'attesa in riverente
silenzio, composti come per un sacramento, l'intensit
dei sentimenti dei castigati, tutto contribuiva a conferire
alla faccenda un'atmosfera di religiosit perversa.
Scostando la tenda di lato, il trasgressore entrava nella
stanzetta. La figura nerovestita di fratello Francis incombeva
enorme su di lui. Teneva la cinghia di cuoio nascosta
dietro la schiena finch la vittima non tendeva la
piccola mano sinistra, il palmo in alto. Tre volte calava
la cinghia, e dopo ogni colpo il discepolo, se non voleva
prolungare l'agonia, doveva offrire nuovamente la mano.
Mackay sostiene di ricordare ancora il dolore. Dopo
la sinistra, toccava alla destra ricevere tre colpi.
La cosa peggiore, secondo Mackay, era l'assenza di
compassione. Una volta avviato il castigo, nessun pianto
o supplica poteva fermare la mano del direttore. Un colpo
seguiva l'altro, inesorabile, come la volont di Dio. Era la
volont di Dio. Fratello Francis, implacabile come uno
squalo o un uragano, eseguiva ci che era stato ordinato
dall'alto. Se un discepolo ritraeva la mano colpevole, fratello
Francis aspettava finch la tendeva di nuovo. Sembrava
che avesse tutto il tempo del mondo. Solo rifiutandosi
di piangere un ragazzo poteva conservare un residuo
di dignit personale. Mackay ci provava sempre. Una volta
riusc a resistere fino al secondo colpo sulla mano destra
prima di scoppiare in lacrime. Non gli era sfuggito il
fatto che, presto o tardi, tutti piangevano.
Debitamente castigati, i bambini del St. Michael's correvano
in lacrime verso i loro cuscini, con le mani brucianti
strette sotto le ascelle, sgattaiolando a piedi nudi sul pavimento
di legno come scheletrici uccellini senza ali. A letto,
nell'oscurit, gemevano per il dolore e la rabbia contro
lo stato delle cose, contro fratello Francis e la volont
di Dio, contro i loro padri alcolizzati, le madri irresponsabili,
i patrigni o le matrigne. Nessun bambino riesce a
immaginare una sofferenza pi grande della propria.
Mackay, ragazzino intelligente e amante dei libri, riusciva
a mitizzare la propria esperienza. Uno dei miti preferiti
della sua infanzia era quello dickensiano dell'orfano
di alti natali, caduto tra plebei volgari. A volte cercava di
identificare e sviluppare in s quei tratti di carattere che
dimostravano la sua superiorit perduta. La questione del
proprio coraggio di fronte al pericolo e all'ostilit occupava
spesso i suoi pensieri. Molti anni dopo, durante l'addestramento
in marina, Mackay avrebbe scoperto che nel
corso degli anni passati al St. Michael's aveva acquisito l'istintiva
abitudine di rannicchiare la testa tra le spalle. Era
l'indizio pi evidente del fatto che l'educazione infantile
non l'aveva lasciato del tutto indenne.
Quando la madre di Mackay venne dimessa dall'ospedale,
Mackay lasci il St. Michael's e and a vivere con lei
in un ricovero per indigenti nel West Side. Occupavano
una stanza senza bagno dove lui trascorreva il minor tempo
possibile, preferendo vivere in strada. Durante il secondo
anno delle superiori cominci a marinare la scuola.
Era entrato come novizio in una banda del West Side
e passava lunghe sere al Central Park a bere birra e fumare,
con un senso di abbandono, l'occasionale spinello.
Una volta, nel cuore di una notte estiva in Central Park,
beveva whisky e pepsi con altri quattro ragazzi attorno all'obelisco
egiziano chiamato l'Ago di Cleopatra, quando
sbuc dal nulla una banda rivale. Uno degli amici di Mackay
aveva un coltello, e nella rissa che segu un ragazzo dell'altro
gruppo rimase ferito. Era buio, impossibile vedere chiaramente.
La lotta fu quasi silenziosa. Mackay scopr che
l'adrenalina distorceva il senso del tempo; il tempo avanzava
al ritmo dei suoi battiti, momento per momento. Si
sent gridare Crepa! Il ragazzo accoltellato imprec e
gemette. Al culmine della battaglia, due poliziotti a cavallo
entrarono nel recinto del parco e, attraversando al galoppo
il grande prato, puntarono sui contendenti. Il gruppo
si disperse in cerca di riparo.
Mackay e Chris Kiernan scavalcarono un muro e si trovarono
in una delle strade che attraversano il parco all'altezza
della Settantanovesima strada. Qui incontrarono l'adolescente
che era stato accoltellato: in piedi sul ciglio
della strada, fissava con sguardo vitreo le auto che gli
sfrecciavano accanto. Aveva ricevuto due colpi al braccio
che aveva proteso in avanti nel tentativo di schermarsi. Le
lesioni sembravano profonde e se fossero giunte a segno,
pens Mackay, avrebbero potuto ucciderlo.
Il ragazzo ferito imprec contro di loro. Mackay e Kiernan
si sentirono responsabili. L'uso indiscriminato del coltello
contro avversari bianchi violava le regole. Abbandonarlo
dov'era sembrava inammissibile, cos decisero di aiutarlo.
Usando la camicia bianca e insanguinata del ragazzo,
Mackay e Kiernan gli fasciarono strettamente il braccio.
Poi, con parole incoraggianti, lo accompagnarono all'ospedale
pi vicino, una lussuosa clinica privata su Madison
Avenue. Il sangue, di cui la camicia s'imbevve presto,
sgocciolava sulle scarpe da ginnastica e sul marciapiede.
Mentre si avvicinavano alla porta a vetri della clinica, un
uomo vestito di bianco si alz dal banco dell'accettazione
per chiuderla a chiave. In risposta alle loro proteste si limit
a scuotere la testa. Mackay e Kiernan riuscirono a
portare il ragazzo al Bellevue, lo lasciarono di fronte al
pronto soccorso e fuggirono.
Nel mese di marzo, il giorno di San Patrizio, Mackay
era uno dei giovani ubriachi che, allora come oggi, a fine
parata, importunano i passanti dell'Upper East Side. Sua
madre era di nuovo in ospedale e lui viveva in un appartamento
di East Harlem con una mezza dozzina di altri
giovani sbandati. I genitori degli altri adolescenti, non a
torto, mettevano in guardia i propri figli dal frequentarlo.
In quel particolare giorno di San Patrizio, Mackay aveva
una sbronza triste. Venne alle mani con il suo amico
Kiernan in una sala da biliardo dell'Ottantaseiesima strada
est. Kiernan, mettendo a segno quello che Mackay consider
sempre un colpo fortunato, lo mand lungo disteso
sul pavimento. Rimase svenuto per un paio di minuti, dopodich
i proprietari della sala da biliardo lo espulsero dal
locale facendolo rotolare gi per i numerosi scalini che separavano
l'uscita dalla strada. Mackay, assaggiato il gusto
della sconfitta, impar una certa amara prudenza. Kiernan,
al contrario, svilupp un'eccessiva fiducia nel proprio
spirito combattivo, come gli eventi avrebbero dimostrato
molti anni dopo.
All'ultimo anno di liceo Mackay si arruol in marina.
I racconti di mare lo appassionavano. Prese la metropolitana
per il South Ferry, firm i documenti di rito negli
uffici di Whitehall Street e prima di sera era in viaggio
per il centro di addestramento di Bainbridge, nel Maryland.
La marina che accolse Mackay a met degli anni Cinquanta
era quella della Seconda guerra mondiale, un'arma
tradizionalista e conservatrice che andava fiera della propria
rigida disciplina. Mirava a formare individui capaci
di svolgere mansioni tecniche in situazioni difficili, e le
sue procedure di addestramento riflettevano tale esigenza.
Ogni mattina le reclute dovevano presentarsi all'ispezione.
Si era in estate e l'uniforme di stagione era bianca.
Non la si poteva mettere in lavatrice n stirare. Veniva lavata
a mano con una spazzola di saggina e un pezzo di sapone
di marsiglia, poi arrotolata nella maniera regolamentare.
La recluta che si fosse presentata agli istruttori
con l'uniforme non perfettamente linda e in ordine se ne
sarebbe pentita amaramente.
Nella seconda settimana di addestramento, durante
un'esercitazione all'uso delle armi, un istruttore di nome
Igo scopri la tendenza di Mackay ad accucciarsi tra le spalle.
Igo era un nostromo di prima classe.
- Perbacco! - esclam Igo. Gli piaceva usare quella
blanda imprecazione perch contrastava nettamente con
il resto del suo vocabolario. - Questa recluta ha le reazioni
di un cane.
Lo stesso Mackay ne fu sorpreso. Non si era mai accorto
del suo gesto automatico.
Igo cominci a chiamarlo Fido. Dichiar che avrebbe
estirpato quella sua abitudine. Non gli rese le cose affatto
facili. Ogni mattina, quando il reparto veniva messo in
libert dopo l'ispezione, Igo istruiva Mackay all'uso del
fucile.
- Qui, Fido, - esclamava affabilmente rivolto a
Mackay.
A un certo punto Mackay fu sicuro che se Igo l'avesse
chiamato ancora una volta Fido gli avrebbe spappolato il
cervello con il suo inutile fucile Springfield da esercitazione.
Ma poi decise di interpretare l'addestramento impostogli
da Igo come un tentativo di aiutarlo. Aveva notato
che in marina, a differenza che al St. Michael's, raramente
si subivano violenze fisiche. Si era anche accorto
che il rancio era buono, la sua alimentazione era migliore
di quanto fosse mai stata.
Si allenava con Igo ogni mattina. Completata la pratica
d'armi, Igo lo minacciava brandendo vari oggetti sopra
la sua testa e cercando di indurlo a rannicchiarsi. Era una
scena assurda e comica. In effetti, Mackay faticava moltissimo
a tenere lo sguardo fermo e non ritrarsi di fronte
al pericolo incombente. Mackay si raffigurava il proprio
automatismo come un topo installatoglisi nel cuore, un topo
con la sua stessa faccia. Lo odiava molto di pi di quanto
odiasse Igo.
Quando fu il momento di abbandonare il centro di addestramento
per imbarcarsi, Mackay era ormai capace di
sostenere lo sguardo del nostromo.
- Congratulazioni, marinaio, - gli disse Igo. - Hai troppa
paura per rannicchiarti.
La vittoria sul vergognoso riflesso era stata istruttiva,
e Mackay non la dimentic mai. Spesso si chiedeva se tutti
portassero in cuore un topo da uccidere.
Sei anni dopo essersi congedato dalla marina, Mackay
si considerava ormai un padre di famiglia: era sposato e
aveva un bambino piccolo. Sua madre era morta. Grazie
a un colpo di fortuna aveva trovato lavoro come assistente
presso un fotografo. Con il tempo sarebbe diventato fotoreporter
e infine artista, ma era un mestiere faticoso,
con orari pesanti e stipendio misero. Mackay, nonostante
tutto, lo amava, e integrava il proprio reddito lavorando
come imbianchino. Viveva con la famiglia in un accogliente
appartamento del West Side vicino a Central Park.
Sua moglie si era diplomata all'istituto di musica e arte del
Reed College. I loro amici erano persone di spirito e coltivavano
interessi artistici. Erano i primi anni Sessanta,
un buon periodo per essere giovani a New York. Mackay
aveva l'impressione di vivere in una citt diversa da quella
in cui era cresciuto.
Un luminoso sabato d'autunno Mackay and a comprare
il giornale del mattino in Columbus Avenue e sulla
prima pagina del Daily News scopr una fotografia del
suo vecchio amico Chris Kiernan. Il titolo diceva: buon
SAMARITANO UCCISO NELLA METROPOLITANA.
Kiernan era in metropolitana, sull'espresso della Settima
Avenue, con la moglie, un'americana di origine coreana,
e il loro bambino. Era andato a far visita ai suoceri che
vivevano in un appartamento nella parte nord del Bronx.
Alla stazione della Centoquarantacinquesima strada era
salito un giovane che aveva cominciato a infastidire i
passeggeri. Era un immigrato dall'Ecuador, disoccupato e
ubriaco. Passava da un vagone all'altro, rivolgendo ai passeggeri
gesti minacciosi e insulti in spagnolo. Raggiunta la
carrozza dove viaggiavano Kiernan e la sua famiglia, li super
senza fare commenti. Se la prese invece con una donna
di mezza et che viaggiava da sola. La donna guard
Kiernan: un uomo ben piantato, dal volto risoluto, chiaramente
un padre di famiglia, vestito con giacca e cravatta.
Lo supplic di aiutarla. Mentre il treno entrava nella
stazione della Centoventicinquesima strada, Kiernan si avvicin
al giovanotto cercando di immobilizzarlo. E quando
si aprirono le porte lo butt fuori.
- Tu scendi qui, - gli disse Kiernan, secondo i testimoni.
Dopo averlo spedito in terra, torn a sedersi accanto
alla moglie. Si lev un mormorio di approvazione.
Le porte della carrozza avrebbero dovuto chiudersi subito
e il treno proseguire verso la Centosedicesima strada,
invece rimase nella stazione della Centoventicinquesima
con le porte aperte. Infuriato, l'ecuadoregno riusc a rimettersi
in piedi. Secondo le testimonianze, cominci a
salire le scale verso l'uscita ma, giunto a met, cambi idea
e ridiscese. Le porte non si erano ancora richiuse. Il giovane
ubriaco risal in metropolitana e pugnal Kiernan al
cuore. Kiernan si alz e cerc di inseguirlo. L'uomo fugg
su per le scale. Kiernan cadde morto sulla banchina della
stazione, in quella che il Daily News definiva una pozza
di sangue.
Sull'angolo della Columbus Avenue, sotto il tiepido sole
autunnale, Mackay lesse come paralizzato l'articolo sull'assassinio
di Kiernan. Lui e Chris si conoscevano dall'et
di sei anni. Il pezzo del Daily News spiegava che Kiernan
era stato un discepolo del St. Michael's. Aveva poi
frequentato il St. Peter's College nel New Jersey ed era diventato
ufficiale dell'esercito. Al momento della sua morte
lavorava come funzionario commerciale per la Batten,
Barton, Durstine and Osborn. L'articolo riportava le dichiarazioni
di amici che lo ricordavano come un uomo dalle
grandi doti.
Mackay era scosso. Prov un fremito di paura mentre
prendeva il Times, pagava i due quotidiani e si avviava
verso casa. Anche se non si vedevano da dieci anni, lui e
Kiernan erano stati molto vicini. Insieme, avevano sopportato
vergogne e dolori che nessun altro avrebbe mai potuto
capire. Erano fatti della stessa stoffa. Mackay sentiva
che la morte di Kiernan minacciava la sua esistenza. Si
sentiva impotente.
Ad Albany, un parlamentare present in seguito una
proposta di legge per concedere un'indennit ai familiari
di coloro che rimanevano feriti o uccisi prestando aiuto ai
concittadini in situazioni di emergenza. La proposta divenne
nota come legge Christopher Kiernan. Nell'apprendere
la notizia dai giornali, Mackay sorrise con un
senso di disagio e scosse la testa. Kiernan aveva sempre
nutrito un'ingenua ammirazione per l'alta societ. Si vergognava
terribilmente delle proprie origini e perfino del
cognome irlandese. Vestiva in stile molto formale e aveva
cercato di eliminare l'accento newyorkese. Mackay era
convinto che Kiernan, se avesse potuto, avrebbe cambiato
faccia. Come Mackay, aveva voluto lasciarsi molte cose
alle spalle. Quanto avrebbe detestato la legge Christopher
Kiernan proposta dal parlamentare democratico,
pens Mackay. Quanto doveva avere detestato morire in
una stazione di metropolitana.
Nel fine settimana Mackay si propose di onorare la memoria
di Kiernan. Pens di partecipare al funerale, di scrivere
alla moglie o di andare alla veglia funebre per firmare
il libro delle condoglianze. Alla fine non fece niente.
Non voleva contatti con il mondo della sua infanzia. Voleva
che scomparisse, che fosse sepolto con Kiernan.
Kiernan stesso sarebbe stato il primo a capirlo.
In seguito Mackay si sarebbe chiesto se gli scampoli di
violenza che lui e Kiernan avevano vissuto insieme non
avessero influenzato il futuro e provocato quella morte.
Sospettava che i successi del passato avessero incoraggiato
Kiernan ad agire. Certo, si era comportato bene, da persona
coraggiosa. Malgrado l'orrore, per, Mackay scopr
di provare per la tragedia di Kiernan un fascino che qualcuno
avrebbe potuto scambiare per colpevole soddisfazione.
Di una cosa era sicuro: non voleva pi avere niente a che
fare con la violenza, di nessun tipo. Giur che non avrebbe
mai picchiato i suoi figli n permesso ad altri di farlo. In
politica assunse la posizione che giudicava pi consona per
un oppositore della guerra. Si sentiva profondamente coinvolto
nelle buone cause degli anni Sessanta. Gli sembrava
di avere conquistato il diritto a lavorare per la pace e la fratellanza
umana. Abbracci quegli ideali con gioia.
Mackay non poteva sapere a quel tempo che un giorno
avrebbe provato una volgare soddisfazione per l'eleganza
borghese dei figli, educati in un'atmosfera di perbenismo
progressista che avrebbe procurato loro problemi diversi
dai suoi. O che si sarebbe vantato dei rigori della propria
infanzia. La sua vita non sarebbe stata l'irresistibile ascesa
morale in cui forse aveva sperato.
L'anno dopo la morte di Kiernan, Mackay stava decorando
e tappezzando un appartamento in Jane Street. Attorno
alle quattro del pomeriggio di un gioved di marzo,
il primo giorno tiepido di quella primavera, raggiunse la
stazione della metropolitana sulla Quattordicesima strada
e sal sull'Interborough Rapid Transit proveniente dal centro
per tornare a casa. Qualche minuto pi tardi scese alla
Settantaduesima strada per prendere il treno locale.
Accanto a lui sulla banchina c'era in attesa una donna
anziana, con un cappotto nero. Aveva un aspetto molto
fragile e un po' confuso. Mackay, forse pensando a sua madre,
si sentiva ben disposto verso di lei.
Un uomo alto, pallido di carnagione, con un completo
a quadri di colore chiaro, avanzava lungo il marciapiede.
Per qualche ragione, Mackay lo not subito. Camminando,
l'uomo fischiettava tra i denti. Forse era alla ricerca
di qualcuno. Pareva sovreccitato. Ogni tanto si fermava a
scambiare qualche parola con altri passeggeri in attesa. Le
persone a cui si rivolgeva distoglievano lo sguardo o si limitavano
a fissarlo senza espressione. Aveva i capelli grigi,
il volto affilato e scaltro e lucidi occhi azzurri.
Mackay lo vide avvicinarsi alla donna anziana. Le rivolse
la parola e lei guard da un'altra parte. Doveva aver pronunciato
una battuta senza importanza, che la donna ignor
procedendo lungo la banchina. L'uomo alto la segu, sorridendo,
e le rivolse ancora la parola. All'inizio Mackay pens
che si conoscessero. Poi cap che la donna era terrorizzata.
Cercava di aggirare l'uomo e avvicinarsi a Mackay.
L'uomo le bloccava la strada ridendo. Mackay non riusciva
a capire le parole ma lo udiva ridere. Era un ghigno sonoro
e folle. La donna anziana volt le spalle al suo persecutore,
stringendo al petto la borsetta. Sempre ridendo,
l'uomo si spost per guardarla in faccia. Mackay si avvicin
silenziosamente, finch riusc a vedere il viso dell'anziana
signora. Era distorto dalla paura, un'espressione da pecora,
vacua e ripugnante. Allungando una mano, l'uomo tocc
la spilla che la donna portava sul bavero del cappotto.
La stazione dell'iRT alla Settantaduesima strada era
quella da cui Mackay, non ancora affrancatosi dal suo riflesso
automatico, era partito per arruolarsi in marina. Le
scale si trovavano a met delle strette banchine e salivano
a formare una piramide centrale, cos che in pratica c'era
un'unica uscita. Mackay si accorse che l'anziana signora,
a pochi metri da lui, si era messa a piangere. Cercava di
allontanarsi. L'uomo la tratteneva per il bavero del cappotto.
Le labbra molli dell'anziana donna tremavano. La
stazione era affollata ma, guardandosi di nuovo intorno,
Mackay si rese conto che nessuno osservava la scena.
Mackay si fece avanti. Sperava ancora che in qualche
modo la situazione si risolvesse, che una parola o un gesto
ne rivelassero la normalit e l'innocenza. Un attimo prima
di intervenire, Mackay rivolse all'uomo un'ultima, decisiva
occhiata. Qualcosa lo indusse a esitare. Nonostante
non si radesse da almeno un paio di giorni, l'uomo aveva
un aspetto piuttosto distinto. Il portamento era deciso
e sicuro, i tratti delicati e tutto sommato gradevoli. Vestito
in giacca e cravatta, rivelava ordine e buon gusto. I
capelli ondulati gli ricadevano sul collo, come quelli di un
musicista mitteleuropeo vecchio stampo. Gli occhi erano
vivaci, anche se sgranati e fissi.
- Qualcosa non va? - chiese Mackay alla donna. Lei gli
rivolse uno sguardo disperato.
Quando l'uomo alto si volt verso di lui, Mackay si accorse
che era pi robusto e pi giovane di quanto apparisse
da lontano. Fissava Mackay con un'espressione sbalordita
negli occhi azzurri.
- Tu! - disse, come se lo avesse riconosciuto. - Tu! -
ripet l'uomo quasi gridando. L'esclamazione trascendeva
la dimensione individuale. Nella persona di Mackay
l'uomo pareva ravvisare tutto quello che c'era di sbagliato
nella propria vita, e Mackay sospett che non fosse
poco.
Con la coda dell'occhio Mackay vide che l'anziana signora
si stava lentamente allontanando.
- Togliti dai piedi, - disse Mackay con decisione. Rimpianse
immediatamente quelle patetiche parole da bullo di
periferia. La sua voce gli giunse come in sogno. Era come
se, nel momento in cui si era rivolto all'uomo, fosse entrato
in una sorta di stato onirico. Da li in poi gli eventi si
immersero in una luce innaturale.
- Tu vieni da Doc, - disse l'uomo. Parlava con accento
tedesco. A Mackay sembr che dicesse Tu vieni da
Dio. Quando l'uomo lo ripet, Mackay cap che diceva:
- Tu vieni da Doc.
Mackay vide l'innaturale lucentezza degli occhi e la magrezza
famelica del volto ossuto. La vita doveva essere un
tormento inimmaginabile, dietro occhi come quelli. Senza
ordine, giustizia o ragione. Per un attimo i due rimasero
immobili sulla banchina, fronteggiandosi. Mackay ud
la stridula e sognante risata dell'uomo pi anziano.
- Sei un finocchio inglese, - disse l'uomo a Mackay,
aggredendolo.
Quando Mackay lev i pugni l'uomo aggir facilmente
la sua guardia. Come un pugile inesperto, Mackay aveva
alzato il mento in segno di sfida. L'avversario lo colp alla
gola e gli tolse momentaneamente il respiro. Disorientato,
Mackay fece un passo indietro, poi constat di essere
illeso. L'altro torn all'attacco.
Lottando corpo a corpo, Mackay comprese con orrore
la forza dell'avversario. Si era completamente sbagliato
sull'et e la fragilit dell'uomo. Mentre lottavano, ud alle
sue spalle il rumore del locale che si avvicinava lungo la
galleria. Era il convoglio che avrebbe dovuto prendere.
Mackay si sent trascinare verso il bordo della banchina.
Afferratosi a un cartellone pubblicitario, l'uomo dai capelli
grigi gli sferrava calci alle gambe, cercando di spingerlo
sotto il treno. Mackay lottava per la vita.
Mentre la metropolitana entrava in stazione, l'uomo
cerc di far cadere Mackay sui binari. Quando le porte si
aprirono, i passeggeri che salivano e scendevano dal treno
passarono loro accanto, frettolosi. Mackay intravide l'anziana
donna che aveva inteso proteggere. Era salita sul treno
e li osservava da dietro il finestrino con aria di disapprovazione.
Poi Mackay dovette girarsi per impedire che
il pazzo gli infilasse le dita negli occhi.
Consapevole della folla indifferente, Mackay si sentiva
sempre pi immerso in un sogno. In uno dei suoi incubi
ricorrenti si vedeva solo in mezzo alla folla, presenza
straniera e negletta, rappresentante dell'Altro. Nel momento
culminante qualche suo vergognoso segreto o oggetto
personale veniva svelato alla folla, suscitando risa
aliene e spietate.
Il treno prese velocit e si allontan. Mackay sent le
proprie forze scemare, minate da colpa, debolezza, paura,
indecisione e insicurezza. In qualche punto dell'oscurit,
stava avvicinandosi il convoglio successivo. Con la schiena
verso i binari, Mackay teneva duro.
Nella penombra, i due rotolarono avvinghiati sul marciapiede
sudicio. Ora la stazione era deserta. Voci lontane
echeggiavano nei corridoi piastrellati. L'aggressore di
Mackay si rimise in piedi e gli sferr una pedata. Mackay
tent di allontanarsi carponi ma venne raggiunto da altri
calci. Visto che fuggire era impossibile, si tuff sulle gambe
dell'uomo buttandolo a terra.
Rotolarono di nuovo qua e l. Mackay afferr l'avversario
per i capelli e cerc di sbattergli la testa contro un
pilastro d'acciaio. Quello gli diede una testata, spezzandogli
qualche dente. La bocca gli si riemp di sangue. Barcollante,
Mackay si rialz e tent la fuga ma, sentendosi
trattenere, si volt a fronteggiare l'aggressore. Capiva che
era meglio non girargli le spalle. Nella galleria risuon il
clangore metallico di un altro convoglio che stava velocemente
avvicinandosi sul binario dei treni espressi.
Mackay gli afferr la giacca e cerc di intrappolarlo avvolgendogliela
attorno al corpo. L'uomo si liber e gli
strinse il collo con un braccio. Quel corpo emanava un odore
sgradevole. Con la forza della disperazione, Mackay si
liber e i due furono ancora una volta faccia a faccia e, letteralmente,
mano nella mano. Il folle lo spingeva indietro.
Ora stringeva i bicipiti di Mackay, raccogliendo le forze
per lo spintone con cui lo avrebbe scagliato sui binari.
Liberando il braccio destro, Mackay colp con un pugno
fortunato e deciso la clavicola dell'uomo. Quello alz le mani
per proteggersi la gola. Esplose il fragore di un treno vuoto
e buio che, sbucato dal tunnel, attravers la stazione sul
binario degli espressi e si allontan senza fermarsi.
Con le braccia ormai libere, Mackay sferrava colpi su
colpi, in preda al panico e alla disperazione. Ud il rumore
di ossa spezzate, o almeno cos gli parve, e sent che i
contorni della faccia dell'avversario cedevano sotto i suoi
pugni. Intuendo una certa indecisione nei movimenti dell'uomo
pi anziano, sent nascere una furia cieca che lo
spinse a colpirlo selvaggiamente, finch abbandon lungo
i fianchi le braccia inerti. Molte ore pi tardi avrebbe scoperto
di avere entrambe le mani, ormai tanto gonfie da
sembrare guanti da baseball, fratturate.
Pallido, con lo sguardo assente, lo strano tedesco si sedette
sulla banchina e cominci a gridare. Mackay impieg
parecchi secondi a capire che stava chiamando aiuto.
- Aiuto! - gridava l'uomo a pieni polmoni. - Qualcuno
mi aiuti per favore!
Mackay si appoggi a un tabellone, respirando a fatica.
Era cos esausto che temeva di svenire. La realt gli si
presentava in una forma curiosa; era come se vedesse la
stazione vuota e fiocamente illuminata attraverso singoli
spasmi di percezione, inquadrata in distinti frammenti
temporali. La mancanza di connessione tra le cose, capiva,
era un aspetto fondamentale. Anni dopo, fotografando
una guerra civile in Nigeria, avrebbe trovato nelle scene
di combattimento una strana familiarit. La modalit
percettiva scoperta nel corso di quella assurda battaglia
nella metropolitana gli sarebbe stata molto utile. Avrebbe
inseguito guerre e sommosse, fotografando brutte storie
in un tempo frammentato. Si era fatto l'occhio.
Ai suoi piedi, un uomo assai malconcio implorava aiuto.
Mackay si avvi ansimando verso le scale. Aveva le mani
sporche di sangue. Quando giunse ai piedi della gradinata,
vide che era piena di gente e che molti di loro gridavano.
Non riusc subito a capirne il motivo.
Poi si rese conto che, arrivati in fondo alle scale, quelle
persone lo avevano visto picchiare un uomo pi anziano
di lui e dall'aspetto elegante. Mackay indossava il suo
giubbotto da marinaio, troppo pesante per la stagione, e
la tuta da imbianchino. Era il marzo 1965, e Mackay portava
i capelli lunghi sul collo. Dall'inizio di quell'anno si
era fatto crescere la barba. La gente aveva avuto paura di
scendere sulla banchina.
- Polizia! - grid qualcuno. - Chiamate la polizia!
Mackay ricord il poliziotto a cavallo che anni prima
gli era piombato addosso nel parco. Ebbe l'impulso di fuggire.
Immagin un poliziotto che scendeva le scale, rispondendo
alla chiamata. Immagin di fuggire in preda al
panico fino al termine della banchina senza uscita. Si vedeva
cadere, centrato da un colpo di pistola.
In preda alla rabbia e all'indignazione, Mackay si precipit
su per le scale aprendosi un varco tra la folla con le
mani insanguinate. Al suo passaggio i pi vicini lanciarono
esclamazioni d'ira e di terrore.
- Polizia! - grid qualcun altro. Mackay si svincol da
una mano che gli stringeva il braccio. Un pugno lo colp
alla schiena. La folla sembrava mostruosa, come la turba
in una crocifissione di Brueghel. Creatura inseguita, si fece
strada verso la luce con pugni e gomitate.
Attravers di corsa l'incrocio. Le auto sterzavano e inchiodavano
attorno a lui. Gettando lo scompiglio fra pensionati
e piccioni attravers Verdi Square e prosegu, sempre
pi veloce, aumentando l'andatura a ogni isolato. Allora,
non per la prima e neanche per l'ultima volta, Mackay
si domand per quanto tempo avrebbe continuato a correre
e dove pensava di andare.
 
PORQUE NO TIENE, PORQUE LE FALTA.

La Cucaracha, La Cucaracha,
Ya no puede caminar
Porque no tiene, porque le falta
Marijuana par' fumar.
Canto della rivoluzione

Le parole venivano con il vento, la voce era quella di
una vecchia.
- Ayeee! Es-cor-pii--nees!
Era disteso su un'amaca puzzolente, sotto la veranda
di cemento, con un thermos di Coca-Cola e alcol in equilibrio
sulla pancia nuda; quando ne afferr il significato
alz la testa e spinse indietro la visiera del berretto.
- Escorpines!
I suoi bambini correvano nella sterpaglia tra la casa e
la spiaggia. Sotto i raggi infuocati le loro forme guizzanti
erano sagome indistinte con chiome di stoppa imbiondite
dal sole. Cap subito che non correvano pericoli.
Dona Laura, la padrona di casa, li chiamava dalla sua
terrazza, dove aveva steso i panni bianchi e scuri, mettendoli
in guardia contro i pericoli della boscaglia. Dona
Laura viveva nel terrore degli scorpioni. Aveva passato
tutta la vita in mezzo a quelle bestie senza mai esserne
morsa. Ogni mezz'ora ricordava a Richard e Jane di fare
attenzione.
- No, no, no, no, - gridava Dona Laura. - Escorpines!
Lui immaginava la parola che le usciva di bocca, modellata
da labbra aride, resa stridula dai muscoli tesi nel
collo bruno.
Escorpines.
La giornata era serena e le montagne che si ergevano a
corona intorno alla baia splendevano di un verde brillante,
ma basse nuvole nere si addensavano al largo, oscurando
la superficie dell'oceano. Tra non molto sarebbero
arrivati i lampi di calore e la pioggia. Bevve un sorso dal
thermos, chiuse gli occhi e rabbrivid. Deglutire gli diede
una sensazione di freddo sul petto sudato.
I bambini gridavano, al sicuro sulla sabbia bianca e
asciutta.
Il colore cangiante del mare lo rendeva inquieto. Negli
ultimi mesi aveva sviluppato un'insolita passione per l'invariabilit;
gli piaceva che le cose restassero com'erano.
Quando era giorno non voleva che diventasse buio, nonostante
la bellezza del tramonto sull'oceano, e quando
era buio non gli piaceva che arrivasse l'alba a rivelare la
sua stessa esistenza e posizione. Ma per quell'anno la stagione
dell'invariabilit era passata e lui stava imparando a
convivere con le piogge.
Mentre osservava le nubi che scurivano le scogliere oltre
la baia, una sagoma azzurra emerse impetuosa dalle acque
limpide e calme, per ripiombare sulla superficie come
una lastra d'ardesia e tornare a immergersi pi in profondit.
Ne distingueva l'ombra alata sul fondo.
Si rizz a sedere, a cavalcioni sull'amaca, strizzando gli
occhi per seguire l'animale.
- Marge, - chiam ad alta voce.
Qualche attimo dopo sua moglie gli comparve accanto.
Aveva i capelli chiari raccolti sulla nuca; qualche ciocca
madida di sudore le scendeva sul collo. Il bikini bianco che
aveva ricavato da un lenzuolo si incollava alle curve del
suo corpo. Le mani erano sporche dell'impasto che stava
preparando per le tortllas.
- C' una manta al largo dello scoglio di Guardia.
Le ci volle un momento per capire. Si gir lentamente
verso la baia con un lieve sorriso di cortesia, appoggiando
i gomiti sulle piastrelle del muretto del patio.
Fletch la osserv mentre lei scrutava l'acqua: aveva una
postura vigile dalle spalle in su; il resto del corpo era pigramente
rilassato in una posa scomposta ma equilibrata,
come abbandonato a se stesso. Aveva preso l'abitudine di
studiare i movimenti di sua moglie da quando la diarrea le
aveva gonfiato il ventre e consumato le lunghe gambe e
braccia. Anche i bambini avevano contratto la stessa variante
locale della dissenteria, e Marge, Jane e Richard erano
deperiti insieme nelle grinfie del morbo. Dopo la guarigione
erano tornati in carne, e lui aveva osservato con
spassionata soddisfazione sua moglie che riacquistava la
naturale opulenza. Una sorta di passatempo visivo.
- Cazzo,  vero, - disse Marge.
Aveva visto il pesce saltare nell'acqua.
Fletch accolse con fastidio l'esclamazione di Marge.
Tutti quanti avevano preso la seccante abitudine di parlare
come cowboy. Ci si chiamava l'un l'altro boss e si ridacchiava
facendo baio baio, in stile country. Che rottura.
Era l'influsso di Fencer, gli piaceva giocare a fare il
cowboy.
- Fencer ha visto una manta enorme, - disse Marge.
- Era vicino agli scogli quando si  accorto che stava puntando
su di lui da una ventina di metri. Ha cominciato a
nuotare come un ossesso mentre quelle ali gli si chiudevano
addosso. Era come se la manta cercasse di abbracciarlo.
Un incontro d'amore, capisci? Come se quel bestione
viscido ardesse di affetto per Fencer e volesse portarselo
a casa. Fencer aveva il fucile da sub. Dice che sarebbe stato
triste sparare alla creatura e vedere il suo povero muso
di pesce raggrinzirsi per la delusione e morire.
- Impossibile che Fencer nuoti pi veloce di una manta,
- le disse Fletch.
- Cosa pu farti una bestia del genere? - chiese Marge.
- Ucciderti a colpi di pinna? A testate? Mangiarti?
- Lo scopriremo quando una di loro prender Fencer, -
disse Fletch.
- Ehi, ma dove sono finiti? - Marge si riferiva ai
bambini. Aveva colto le loro voci e rivolse un orecchio al
vento.
- Sono sulla spiaggia. Dona Laura li sorveglia.
La baia si era offuscata; le nuvole la stavano coprendo,
cariche di pioggia. I lampi saettavano sul mare. Dal promontorio
a nord, Fletch vedeva stagliarsi contro il cielo
bigio la villa dove abitava il Sinistro Pancho Pillow; la collina
su cui sorgeva aveva assunto un colore verde scuro.
Fletch si sent infelice. Allung una mano sotto l'amaca,
afferr la scatola di legno di cedro dove teneva cartine,
tabacco e marijuana e cominci a rollarsi una canna.
Marge gli si sedette accanto e per qualche minuto fumarono
e osservarono il temporale che si avvicinava. Marge
tamburellava con le dita sulle proprie cosce, lasciando tracce
di farina sulla pelle abbronzata.
- Fencer sar qui tra poco, - disse Marge.
Fletch spense la sigaretta e si stese di traverso sull'amaca
appoggiando la testa accanto ai fianchi pieni di Marge.
- Perch?
Marge lo guard dall'alto in basso, stupita.
- Come perch, per portarti sul vulcano. Hai detto che
volevi vederlo. Vuole accompagnarti.
- Non ho mai detto di voler vedere il vulcano. O meglio,
lo vedo benissimo da qui -. Il vulcano si levava dalla
sierra alle loro spalle. Fletch non si gir a guardarlo.
- Fencer te l'ha chiesto proprio l'altro giorno. Hai detto
che ci tenevi molto.
- Una conversazione del genere non  mai avvenuta, -
le disse Fletch.
La pioggia non si decideva a cadere. Osservarono in silenzio
le nubi finch udirono un'automobile che svoltava
dalla litoranea. Immobile, Fletch attese che la Buick modello
'49 di Fencer si arrestasse davanti a casa.
Fencer era davanti accanto a Willie Wings; rivolse loro
un sorriso allegro, dondolando un braccio nudo fuori
dal finestrino, sulla portiera impolverata. La Buick di Fencer
era decorata con spesse volute azzurre e oro, simili alle
onde stilizzate in un paesaggio di Hokusai.
- Non me ne frega un cazzo del vulcano, - disse Fletch.
- Scommetto che ci andrai, - gli disse Marge.
Fencer e Willie Wings scesero e si diressero verso di loro.
Fencer indossava calzoncini di cotone da pirata e una
collana degli indiani pima cui era saldata una croce maltese.
Portava i capelli biondi alla maniera del generale Custer.
Accanto a lui ciabattava Willie Wings, reggendo una
gabbia con un pappagallo. Parlava all'uccello, ansimando
per la metedrina assunta quel mattino. Era rosso in viso e
sudato sulla nuca calva.
- Guarda Fletch, Godfrey, - intimava al pappagallo.
- Vedi Fletch laggi?
Fletch distolse lo sguardo e si cal la visiera sugli occhi.
In quel momento sent freddo, freddo come non aveva mai
avvertito in Messico.
- La giornata  buona, - dichiar Fencer, fermandosi
di fronte a loro, come in posa. - Eccoci qui, con Willie
Wings e tanto di pappagallo.
- Sai dire Fletch? - chiese Willie Wings al pennuto.
- Di' un po', Vieni a vedere il vulcano, Fletch.
- Willie ha cercato di insegnare a Godfrey ad appollaiarsi
sulla spalla, - disse Fencer, - ma non c' riuscito.
Cos se lo porta in giro in gabbia.
Willie Wings si gratt sui jeans con la mano libera e
scosse la voliera.
- Godfrey  un letterato, ecco qual  il suo guaio. Non
dico che sia un oratore ma  un letterato. Come Fletch.
Lo sguardo limpido di Willie perlustr la scena. Fletch
rimase nascosto sotto il berretto.
- Godfrey, Fletch e la signora Fletch sono tutti letterati
e questo  uno svantaggio. Willie gir loro le spalle,
fece dieci passi, ruot su se stesso e torn indietro, riprendendo
a parlare.
- Non che io non abbia un lato letterario, ma non sono
stato a Parigi e Bucarest a ricevere quella formazione
tecnica in alta poesia di fronte alle teste coronate d'Europa
per la quale Godfrey, Fletch e Marge si sentono superiori
a me.
Si ferm e con i suoi denti rotti sorrise al pappagallo.
- Godfrey, tesoro! Razza di pseudointellettuale!
- Abbiamo delle birre in macchina, - disse Fencer. -
Facciamocene una, Willie Wings.
Willie pos il pappagallo e and all'automobile per
estrarre le birre dal bagagliaio.
- Willie ha di nuovo litigato col droghiere cinese, - disse
Fencer mentre lo osservavano. - Tra poco il vecchio
Hong non ci vender pi nulla.
Marge scosse la testa.
- Pensavo che gli avessi tolto la droga, Fencer, - disse
lei. - Ogni tanto supera i limiti.
Fencer mise su una faccia triste.
- Willie ha smesso con la roba. Mi ha consegnato quella
che aveva e mi ha fatto giurare di dargli solo la quantit
di cui ha davvero bisogno. Ma chiss come ne ha trovata
dell'altra e sta di nuovo sballando. Forse gliel'ha procurata
il Sinistro Pancho Pillow.
- Ormai  fuori di testa, - disse Fletch. - Finir in un
museo dell'amf et amina.
- Ho una profonda stima personale per Willie Wings,
- disse loro Fencer. - I miei amici non lo capiscono. E un
avatar.
Fletch rimase in silenzio.
- Be', sicuramente  un ottimo autista, - disse Marge.
-  molto di pi, - disse Fencer. - Guardate come ci
sa fare con gli animali.
Sotto la visiera del berretto, Fletch si godeva il freddo,
frutto della sua immaginazione. Consider il rapporto
di Willie Wings con gli animali e il rapporto di Fencer
con Willie Wings.
- Vi ricordate di Old Crush? - chiese Fencer. I suoi
occhi scintillavano di affetto divertito. - Era il suo cane.
Marge rise, seguendolo nella vena nostalgica. - Santo
cielo, - esclam, - Old Crush.
Fletch ripens ai giorni in cui la mente di Willie era pi
lucida e lui spacciava a Haight Ashbury. Teneva in casa un
cane lupo di nome Old Crush, che secondo Willie era
un alsaziano addestrato a uccidere obbedendo a comandi
in francese. Willie, che a quei tempi era pi politicizzato,
non voleva avere nulla a che fare con i cani killer
degli allevamenti tedeschi; Old Crush era stato allevato
da antifascisti, e attaccava al comando Mortaux vaches.
Una volta concluso un affare, Willie Wings e i suoi clienti
si facevano insieme, e quando la compagnia era abbastanza
su di giri Willie lasciava entrare nella stanza Old
Crush.
- Non tradite il minimo segno di paura, - consigliava
Willie ai suoi ospiti, - o vi sbraner.
Willie Wings pos la cassa delle birre sul patio e rimase
in piedi di fronte a loro, ansimando.
- Ho saputo che hai avuto di nuovo guai con Mr. Hong,
- s'inform Marge.
Willie rote gli occhi. - Non crediate che gli orientali
non percepiscano la forza del dharma, - disse. - Quando
Hong mi ha venduto quella birra, abbiamo sperimentato
insieme l'Eone del Vuoto, e lui mi ha contrastato passo
dopo passo -. Sollev la gabbia del pappagallo e la scosse.
- Non  vero, Godfrey?
- Hong ha paura di te, - spieg Marge, - perch ti crede
matto. Ha paura anche di Fencer.
- A proposito, - disse Willie Wings. - Andiamo a vedere
il vulcano. Portiamoci Fletch.
-  per questo che siamo qui, - disse Fencer. - Forza,
Fletch.
Cominci improvvisamente a piovere. Fletch ascoltava
le gocce in silenzio. Poi sollev il berretto.
- Be', - disse, alzandosi a sedere, - mi piacerebbe salire
a vederlo.
- Yeah, yeah, yeah, - cant Willie. - Ci sono le stelle
di Natale lass, Fletch. Attorno al cratere. Roccia nera e
stelle di Natale.
- Solo che... oggi non ne ho voglia.
Willie Wings guard Fletch, inorridito.
- Non mi piace, Fencer, - disse. - Non mi piaceva prima
e non mi piace adesso -. Spostava lo sguardo da Marge
a Fletch. - Perch no? Non capisco. Cosa sarebbe, una
specie di capriccio letterario? Tirare la pietra e nascondere
la mano? Rifiutarsi di fare quello per cui sono venuti
gli amici?
-  la giornata ideale, - disse Fencer.
- Non  che non voglia vederlo, - spieg Fletch, - anzi
ci tengo molto...
Si sforz di concludere la frase ma scopr di non esserne
in grado.
- Bene, - disse Fencer. - Allora andiamo, boss. Facciamoci
una canna e via.
Fencer aveva gli spinelli nascosti sotto la cintura. Li
esib con straordinaria rapidit ed eleganza; schizzarono
di mano in mano come frecce infuocate. Fletch aspirava
una boccata dopo l'altra, sentendo in qualche modo di agire
contro la propria volont. Capiva di non essere obbligato
ad andare con Fencer e Willie Wings sul vulcano, ma
era decisamente alterato.
- Non desidero altro, - disse dopo un po'.
- Bene, - grid Willie Wings.
Fumarono tutti un'altra canna e sciacquarono via il sapore
dell'erba con una birra fredda.
- Muoio dalla voglia di salirci, - disse Fencer. - Devo
andare fino in cima.
Smise di piovere. Nel giro di pochi secondi le foglie
delle piante di vaniglia accanto al patio erano quasi
asciutte.
- Marge, - disse Fletch, - vuoi venire?
- No, - disse lei.
Fencer e Willie Wings la guardarono.
- Perch no?
- Devo rimanere con i bambini.
Si appoggi al muro. Una lucertola le guizz tra i sandali.
Fletch si alz e guard l'oceano.
- Ma se avessi detto che volevo andarci, - gli disse Marge,
- e se Fencer e Willie Wings fossero venuti a prendermi,
ci andrei.
- E va bene, - disse Fletch.
- Cos mi piace, - disse Fencer. - Partiamo subito finch
 chiaro.
- D'accordo, - disse Fletch. Raccolse il thermos di Coca-Cola
e alcol e si avvi verso l'auto. Provava un freddo
insolito sotto il sole.
L'interno dell'auto di Fencer era soffocante. Fletch si
sedette tra un pneumatico e alcune taniche vuote. Le esalazioni
di benzina si mescolavano a quelle dell'imbottitura
umida che fuoriusciva dai sedili lacerati.
Salirono anche Fencer e Willie. Mentre partivano
Fletch vide sua moglie che rientrava in casa e chiudeva la
porta.
- Quando arriveremo in cima, Fletch, - disse Fencer,
- vedrai che posto magnifico  per un poeta. Cos non dovr
pi descrivertelo.
- Quando Fletch lo vedr, - disse Willie Wings, - sar
lui a descrivercelo. E un poeta, sa farlo meglio di noi.
Si volt a guardare Fletch.
- Ha ascoltato troppi resoconti. E ora che ne abbia
un'esperienza di prima mano.
Fletch guardava i filari di banani fuori dal finestrino.
- A chi si riferisce, Fencer? Parla di me?
- Lo sai benissimo, Fletch, - disse Fencer. - Direi proprio
di s.
Seguirono la statale che correva tra le piantagioni e la
spiaggia. Proprio fuori dal paese, all'altezza del posto di
polizia, una folla di indios era schierata lungo la strada:
vestiti a festa, sventolavano bandiere e fronde di palma.
Dietro di loro, cinque musicisti con i panciotti dai ricami
argentei erano pronti con gli strumenti - due trombe, una
tuba, tamburo e piatti. Alcuni degli astanti reggevano uno
striscione con la scritta bienvenidos padre urrieta!
Mentre superavano l'assembramento, Fencer e Willie
Wings fecero segni di saluto. Fencer si prodig in salamelecchi
e Willie Wings, con le dita unite a indicare la Trinit,
dispens benedizioni papali.
- Diablo, - grid qualcuno.
Fletch si accovacci accanto al pneumatico in una posizione
da cui vedeva solo le cime delle palme e il cielo.
Dopo qualche tempo svoltarono verso l'interno, seguendo
le strade rettilinee che attraversavano le piantagioni
tra schiere di alberi di cocco. Al bivio dove la strada
si inarcava verso la sierra spaventarono uno stormo di
avvoltoi che si levarono dalla giungla svolazzando allarmati
attorno ai finestrini dell'auto.
- Hong si rifiuta di vendermi i tarocchi, - disse Willie
Wings. - Si rifiuta categoricamente, non mi lascia nemmeno
avvicinare alle carte.
- Magari non li vende nemmeno, - disse Fletch. - 
un droghiere.
- So benissimo quello che Hong vende e non vende, -
disse Willie scaldandosi. - So tutto di lui -. Willie ingoi
alcune pillole; si rivolse a Fencer in tono furibondo.
- Dimmelo tu, Fencer, come fa a essere un poeta? Non ha
consapevolezza. Vive da incosciente.
- Che ne dici, ha ragione? - chiese Fencer.
- No, - disse Fletch. - Io vivo una vita cosciente.
Fencer gli sorrise nello specchietto retrovisore.
- Hai sentito, Fencer? - grid Willie Wings. - Hai sentito
cosa ha detto?
Fletch fiss la superficie umida e paonazza della testa
di Willie e prov un brivido di paura.
- Tutti hanno un livello di coscienza potenziale, - disse
dolcemente Fencer. - Ogni essere possiede una vena di
percezione profonda. Il problema  portarla in superficie.
- La percezione di Fletch  morta, - dichiar Willie
Wings. Cominci ad arrotolarsi una canna per conto suo.
- Come il nervo di un dente devitalizzato.
Si lasciarono la pianura alle spalle. Le palme cedevano
il posto a occasionali querce, cedri spagnoli ed euforbie; la
strada era infestata dai rampicanti. Salivano in una spirale
verde e a ogni curva Fletch vedeva la baia sottostante.
Non parlava, ma quando Willie Wings gli offr il successivo
spinello, accett. La sua percezione, ripeteva a se
stesso, non era morta ma gli pulsava nel corpo fiacco e trascurato,
come un agente segreto. Appiattito sul sedile posteriore,
fissava con sguardo assente la massa della sierra
riflettendo sul da farsi.
Lo stavano portando sul vulcano. Al momento giusto,
si ripromise, avrebbe agito in maniera opportuna.
L'odore di vegetazione carnosa era soffocante. Un vento
intenso e dolce contrastava l'ascesa.
- Un tempo ero l'unico bianco a lavorare come fattorino
d'albergo a Chattanooga, - disse Willie Wings quando
finirono di fumare. - Molti anni fa, all'inizio della mia carriera.
Era un albergo di otto piani. Mi ci vedete, vero? Ero
giovane a quei tempi, con i capelli neri e lucidi che la dicevano
lunga sul mio sangue cherokee. Avevamo l'uniforme
gallonata, tipo quella dell'Hotel Dixie sulla Quarantaduesima
strada quando c'era il deposito degli autobus. Solo che era un albergo di otto piani a Chattanooga, con
tanto di carta da lettera intestata.
- Non saprei da dove cominciare se dovessi raccontarvi
gli aspetti dell'animo umano che ho scoperto in quel posto.
Altro che microcosmo, era molto di pi. E moltiplicato
per otto piani.
- Come certo immaginerete, ho assistito a un sacco di
spettacoli libidinosi. Ogni variante della sessualit conosciuta
ai maestri d'Oriente. Credetemi! Tutte le stanze,
nessuna esclusa, avevano un sistema per spiarci dentro, a
volte un piccolo foro, oppure un trucchetto pi complicato:
era l'et d'oro degli alberghi.
Ascoltandolo, Fletch si sent invadere dal panico.
Quando Willie Wings si interruppe per ingollare un'amfetamina,
lui sollev il thermos. Cerc di bere in assoluto
silenzio, accucciandosi ancora di pi sul sedile. Willie se
ne accorse.
- Fencer! - grid Willie, a voce tanto alta che l'uccello
lo imit emettendo uno strido nervoso. - Guarda Fletch
con quella bottiglia. Guarda come tira gi!
Fencer sorrise tollerante. - Lascialo stare, si rilassa
un po'.
- Non sbronzarti che poi non riesci pi a seguirmi,
Fletch. Sto parlando di Chattanooga, di quell'albergo su
otto piani! - Sollev il pugno come se sfidasse gli angeli a
braccio di ferro.
- Ogni concepibile utilizzo del corpo umano, io l'ho visto
mettere in pratica sotto i miei occhi, ragazzi. Le notti
erano sfrenate, fino alla nausea. Ma - stammi bene a sentire,
Fletch - di tutti quei giochi carnali, quello di gran
lunga pi spettacolare l'ho visto fare da un uomo solo. Un
comune cittadino, tutto solo in una stanza. Non mi  mai
pi capitato di assistere a nulla del genere.
Willie Wings si interruppe per prendere fiato. Si freg
le mani.
- Dunque... - sospir, e nella sua voce emerse una
nota di strascicata autodisapprovazione, - voi mi direte
che era solo un tizio qualsiasi che se lo menava da s
Appoggi la testa al sedile, come in preda a una profonda
commozione. - Ma lasciatemelo dire, - prosegu sottovoce,
- lasciatemelo dire, ragazzi, cazzo, se se lo menava.
Quando Willie Wings si appoggi allo schienale, esausto,
Fletch vide che aveva gli occhi pieni di lacrime.
Fencer condivise l'emozione. Faticava a parlare. - Oh
Dio, Willie. Oh, Willie.
Willie Wings annuiva a occhi chiusi.
- Oh, Willie, - disse Fencer.
- S, - disse Willie. - S, s, s.
Fencer cerc Fletch nello specchietto retrovisore.
- Fletch, - disse dolcemente, - sei ancora con noi?
- Cristo, - disse Fletch. L'esclamazione gli era sfuggita
involontariamente. Willie Wings, strappato alle sue fantasticherie,
si volt e lo fulmin con lo sguardo.
- Non avrei dovuto raccontartelo, Fletch, sei una palla
d'uomo. Adesso mi sto proprio incazzando, - aggiunse
rivolto a Fencer, - e mi dispiace per come si mettono le
cose.
- Lascia perdere, - lo rassicur Fencer. - Non rimpiangere
niente.
Sul versante sottovento della montagna il terreno era
molto pi secco. La vegetazione si addensava nei canyon,
con ampie distese di boscaglia in cui crescevano mesquite
e agavi e fiorivano cactus. Di tanto in tanto la strada costeggiava
masse informi di cemento armato, edifici in
costruzione invasi dall'acqua scesa dalla sierra durante
le piogge, e che ora marcivano abbandonati.
Ogni volta che incontravano un asinello o un bovino
dalle lunghe corna, Willie Wings, l'amico degli animali,
rivolgeva loro qualche parola buona.
Fletch, con la testa appoggiata al pneumatico, era caduto
in una depressione profonda. Di tanto in tanto beveva
un sorso dal thermos, nel vano tentativo di risollevarsi
il morale. Mancavano solo pochi chilometri a Corbera,
la citt pi alta della vallata; di l in poi la strada si
inerpicava verso il punto in cui si trasformava nella carrareccia
che portava al cratere. Se voleva scendere e liberarsi
di Fencer e Willie Wings, avrebbe dovuto farlo a Corbera,
dove si poteva prendere un autobus per la costa. Ogni
tanto pensava di gettarsi dall'auto in corsa, ma quei due
sarebbero subito tornati indietro a riprenderlo, e in pi
avrebbe dovuto giustificarsi con Willie Wings.
Una decina di minuti per arrivare a Corbera, altri cinque
per attraversarla - aveva solo un quarto d'ora per escogitare
uno stratagemma o un diversivo per coprirsi la fuga.
Si allung sul sedile ed esamin la situazione - Willie
e Fencer erano silenziosi. Superarono la fabbrica della Purina
che sorgeva all'inizio della periferia di Corbera. Quattordici
minuti. Fletch bevve un altro sorso; il pappagallo
starnazz per avvertire Willie Wings. Tredici minuti.
Fletch ponderava la singolare questione della volontariet
del suo coinvolgimento in quell'escursione. Una cosa
era certa: non si era tirato indietro. Lo considerava significativo.
Nel momento in cui le sue facolt razionali erano impegnate
pi intensamente, l'odiosa voce di Willie Wings
lo fece trasalire.
- Quell'uomo di Chattanooga non si vantava di essere
un poeta, - gli disse Willie. - Per, tutto solo in quella
stanza d'albergo, ululava. Incendiava la propria coscienza!
Era vita, Fletch, quella che vedevo svolgersi dal buco
della serratura. Perci, quando incontro tipi come te...
Fletch fissava con occhi sbarrati i fili del telegrafo fuori
dal finestrino. Dodici minuti... Undici minuti.
Willie Wings aveva alzato le braccia come un danzatore
di bouzouki e agitava le tozze dita sopra la cupola arrossata
della sua testa.
- Allora penso, ragazzi, che cosa fantastica essere umani!
Che bellezza essere vivi e coscienti. E penso a quella
notte d'estate all'ombra della Lookout Mountain - il tizio
che ci d dentro e io al mio spioncino - noi due, umani e
coscienti, il percettore e il percepito, e penso che sia stata
la notte pi bella della mia vita, spiritualmente parlando.
Si volt per guardare Fletch, ma vedendo solo il finestrino
posteriore esclam allarmato, - Fencer! Dov'
Fletch?
Fletch era sprofondato sul pavimento e si aggrappava
al pneumatico con le due mani.
- Fletch! - grid Willie protendendosi sul sedile e scoprendolo
sul fondo dell'auto. - Nullit nata una sola volta,
fai bene a nasconderti -. Si pieg sullo schienale per
urlare all'orecchio di Fletch. - Il mondo  ricco, amico,
nonostante te!
A quel pensiero Fletch si contorse. Si rimise a sedere e
bevve un sorso.
Fencer lo osservava dallo specchietto. - Stai al gioco,
Fletch. Tutto andr alla grande.
- Brutta testa di cazzo pelata, - disse Fletch a Willie.
- Chi se ne frega della storia della tua vita schifosa.
Willie Wings lo guard sbalordito.
Fencer assunse un'espressione preoccupata.
- Non fare lo stronzo, - ammon. - Non esagerare.
Il mondo  ricco nonostante me, pensava Fletch furibondo.
- Brutti bastardi! Non incontro altro che brutti bastardi!
- Fletch non riusciva a trattenersi. - Mi avvelenate
la vita!
Willie Wings si riprese.
- Nessuno si permette di insultarmi, - dichiar con violenza.
- Nessun poeta letterato! Se mi ami, ami il mio
mondo! Io ho il mio mondo, Fencer. Ho degli amici che
mi amano e mi onorano e mi proteggono dai poeti letterati
che vogliono distruggermi perch i poeti letterati hanno
sempre voluto distruggermi. Non so quante volte sono
stato fregato dai poeti, li odio quei bastardi!
- Tu... - cominci Fletch.
- Credi che non sappia difendermi da te? - grid Willie.
- Credi che sia un povero ingenuo? - Scoppi in una
risata folle. - Ho un lato duro e disperato che mi serve a
proteggermi, - disse loro. - Sono armato! - Cominci a
tastarsi il lato interno della gamba, dove teneva assicurata
una pistola.
- Gi, - disse Willie Wings. Aveva lo sguardo fisso,
come se fronteggiasse un destino ineluttabile; pos la mano
sulla fondina nascosta.
Fencer brandiva colpi alla cieca con la mano libera.
- Willie, Willie, non  questo il modo.
- Che vuoi dire non  il modo, Fencer? Qual  il modo
allora?
- Il modo, - disse Fencer, -  salire in cima alla montagna
e dare a tutto un senso -. Cerc di nuovo Fletch nellospecchietto. - Giusto, Fletch?
Fletch fissava con occhio vitreo il rigonfiamento della
pistola sul polpaccio di Willie.
- Fatemi scendere, - disse debolmente. - Voglio uscire
da qui.
Erano nello zcalo di Corbera. Sulla sinistra Fletch vedeva
la veranda dell'Hotel Volcnico, sulla destra il cinema
Azteca dava Sangre y Plata con Errol Flynn.
- No, - disse Fencer. - Dobbiamo arrivare alla fine.
Willie Wings si era calmato. - Sono d'accordo, - disse.
- Fletch rimane.
C'era un muro di sacchi di arachidi all'estremit nord
della piazza dove i venditori ambulanti avevano piazzato
le bancarelle fuori dal mercato municipale. Fletch ebbe
un'ispirazione. Si protese in avanti sul sedile e afferr il
volante. Fencer, senza lasciare la guida, tolse il piede dall'acceleratore.
- Fammi scendere, - gli disse Fletch. - O andiamo a
sbattere contro le noccioline.
Un venditore si avvicin con una cesta piena di arachidi.
- Cacahuetes, - esclam in tono lamentoso. - Cacahuetes?
Fencer e Willie Wings, furenti, non parlarono.
Fletch raccolse il suo thermos e si prepar a scendere.
Tremava.
- Cacahuetes, - salmodiava il venditore di arachidi.
Senza preavviso, Fencer ingran la marcia. Fletch ricadde
sul sedile posteriore mentre il mercato scompariva
in una pioggia di noccioline.
- Gringo! - url dietro di loro l'ambulante spaventato.
- Gringo!
Fletch si agitava sul sedile. Aveva i pantaloni fradici di
Coca-Cola e alcol.
- Calmati, Fletch, - disse Fencer in tono serio. - Spiegagli,
Willie.
- Non farti prendere dal panico, Fletch, - disse Willie.
- Ma il Sinistro Pancho Pillow stava fermandosi proprio
dietro a noi Indic con un gesto nervoso il finestrino
posteriore.
Una trentina di metri dietro di loro c'era una Lincoln
nuova con targa californiana. Al volante s'intravedeva un
uomo grasso, scuro di pelle, con il pizzo e gli occhiali da
sole. Aveva accanto una ragazza con un cappello di paglia,
mentre un terzo passeggero occupava il sedile posteriore.
Fletch li osserv.
- Be', hai visto cos' successo, Fletch, - disse Fencer.
- Ti sei lasciato prendere dal panico. Ti sei tirato indietro.
E a momenti ci gettavi nelle grinfie del Sinistro Pancho
Pillow.
- E della sua donna, La Beatriz, - disse Willie Wings.
- E della Beatriz. E di Old Buddy, l'amico di Pancho -.
Fencer fischi tra i denti. - Non te la dice lunga su
come va il mondo, Fletch? Ti comporti come se Willie
Wings ed io fossimo una minaccia, e nel giro di un secondo,
cazzo, entra in scena il Sinistro Pancho Pillow.
Fletch prov l'impulso di pregare. Rivolse una preghiera
alla propria percezione, che sentiva sull'orlo dell'annientamento,
insieme al suo fragile armamentario.
L'implor di vincere panico e confusione.
- Non ho niente da temere da Pancho Pillow, - disse.
- Che me ne importa se si ferma dietro di noi?
- Non abbandoniamo i mali che ci affliggono, - disse
Willie Wings, - per andare verso quelli che non conosciamo.
Fencer annu vigorosamente. - Citazione appropriata,
eh Fletch? Di', guarda un po' se sono ancora dietro di noi.
- Hanno girato, - disse Fletch. - Tornano verso la
costa.
-  una finta, - disse Fencer. - Si vogliono nascondere
ma non ci molleranno.
Stavano attraversando pendi pianeggianti piuttosto
spogli, anche se nelle barrancas sottostanti crescevano
macchie di cipressi.
Erano sopra Corbera, ora. Di fronte a loro la strada saliva
letteralmente verso le nuvole.
Fencer si roll una canna mentre guidava. Era uno dei
pochi in tutto il Messico a possedere quell'abilit. Fletch
lo osserv mentre puntava la sigaretta accesa verso Willie
con un affondo impaziente. Dev'essere per questo, pens
Fletch, che lo chiamano Fencer, schermidore.
Fletch decise di tirare qualche boccata per guadagnare
tempo. Riteneva che anche continuando a fumare non sarebbe
potuto andare molto pi su di giri di quanto gi si
sentiva. Inoltre, avrebbe mantenuto un'apparenza composta,
stimolando la percezione e posticipando il panico.
Fencer assunse un tono filosofico. - I paranoici creano
il proprio inferno, - disse a Fletch. - Prima, con me e Willie
eri tutto aggressivit e paranoia. Un attimo dopo,
wham,  il momento del Sinistro Pancho Pillow. Non ti fa
riflettere?
- Qual  il problema con Pancho Pillow? - chiese Fletch.
- Non sar peggio di te e Willie Wings.
- Una persona normale non ha nulla da temere da Pancho, -
disse Willie. - Ma tu s, eccome. Credimi, Fletch.
Noi siamo con te fino in fondo, Fletch. Ma il Sinistro Pancho
Pillow non sta con nessuno e ti divorerebbe.
- Perch? - chiese Fletch.
- Perch? - sospir Willie Wings. - Perch sei del suo
sapore preferito.
Fletch finse di ridere.
- Oh, andiamo, piantala con le cazzate, - disse.
Willie lo guard bonariamente.
- Solo un mucchio di cazzate, - disse Fletch. - Tutte
balle. Siete strafatti di amfetamina, tutti quanti.
- Temo che Willie abbia ragione, Fletch, - disse Fencer.
- E siamo tutti sulla stessa barca, ragazzi, perch il
Sinistro Pancho Pillow ha fame e sete di tutti noi.
- Non di me, - disse Willie Wings. Scosse la gabbia del
pappagallo, facendo gracchiare l'uccello.
- Soprattutto di te, Willie Wings, - disse Fencer. -
Spiacente.
Fletch scosse la testa.
- Oh, andiamo, sono tutte cazzate, - disse.
- Purtroppo non puoi crearti un tuo universo, - disse
Fencer. - Devi vivere nel mondo cos com', mi dispiace
dirtelo. Se potessi creare io il mondo e il firmamento, non
ci metterei nessun Pancho Pillow. Ma lui c', scusami
tanto.
- Sentite, queste... - cominci Fletch.
- Se Pancho ci avesse raggiunto gi a Corbera, - prosegu
Fencer, - sarebbe entrato nella tua vita. Se ci avesse
visti tutti insieme, con Willie Wings nella compagnia,
ne sarebbe stato strafelice. Ci avrebbe proposto un picnic.
- E ben presto te ne saresti pentito, - aggiunse Willie
Wings. Willie si era fatto scontroso.
- Pancho  un ladro di corpi, - dichiar Fencer. - Questa
 la mia teoria. Un ladro di corpi, un agente, uno dei
peggiori fannulloni al mondo.
- Si dice che portasse un distintivo, - disse Willie.
- Una volta l'ha mostrato a un mio amico.
- Puoi ben dirlo, - comment Fencer. - L'ho visto comparire
a bordo campo e la partita  andata a puttane. So per
certo che frequentava quel brutto ceffo di Lee Oswald a
Citt del Messico. Quando Liz Taylor ha perso qualcosa su
a P.V. sono andati da Pancho Pillow per recuperarlo.
- Vuoi terrorizzare la gente di Mexicali? - chiese Willie
Wings a Fletch. - Fai un salto al One-Eyed Indian Bar
e di', Pancho Pillow  in citt! Li vedrai impallidire, gli
tremeranno le ginocchia. Ecco cosa pensano di Pancho a
Mexicali.
- Che vada a farsi fottere, - disse Fencer. - Non parliamone
pi. Andiamo a vedere il vulcano.
Attraversarono un altopiano circondato da picchi scuri.
Il vento aveva un sapore che Fletch aveva dimenticato.
Era tardi; la luce si affievoliva in cielo e i rilievi gettavano
lunghe ombre coniche sulla sabbia bruna.
Arrivarono alla carrareccia. Fencer la imbocc, abbandonando
la strada asfaltata. Il tracciato era in ombra
e Fletch sentiva incombere su di loro la massa del vulcano.
Sbuffi di fumo giallo picchiavano sul parabrezza come
colpi di contraerea.
Fletch osservava Willie e Fencer in quella luce insolita.
- L'alta quota  il mio elemento, - disse Fencer. - Mi
piace quass.
Non si vedeva alcuna forma di vita. Nemmeno le capre
brucavano sui pascoli sulfurei. Non si sentivano versi di
uccelli, neppure una poiana volava in cielo. Il fumo si addensava.
- Resisti, Fletch, - disse Fencer. - Tra mezzo miglio
scendiamo.
Avevano il volto incrostato di polvere. Il pappagallo di
Willie aveva cominciato a tubare debolmente.
Fletch si gir sul sedile e guard con nostalgia la discesa
alle loro spalle.
- Forse, - disse alla fine, - forse... potremmo accordarci.
Fencer sorrise. -  per questo che siamo qui.
- Non ero obbligato a venire, - disse Fletch, - ma l'ho
fatto. Avrei potuto evitarlo. Ho avuto molte occasioni per
scendere e ci sono quasi riuscito, no? Avrei avuto le mie
ragioni. Invece sono rimasto fino alla fine.
Fencer annu. Willie cominci a canticchiare The Streets
of Laredo.
- Il fatto che sia venuto fino qui dimostra un po' di
buona volont, no? Dimostra un po' di... - Si interruppe
e osserv nervosamente il cielo. - Dimostra un po' di fiducia,
che ne dite?
La strada terminava in un avvallamento di fango ocra
venato di screpolature. Di fronte a loro un muro di nera
roccia vulcanica si levava verso la vetta e digradava verso
invisibili canyon dalle dentature ferrigne. Il vento portava
solo il silenzio.
- Se un uomo come me dimostra tanta fiducia verso
di te e Willie Wings, vuol dire che tra noi c' qualcosa,
giusto?
- Non cercare di dirlo con le parole, - disse Fencer. -
Incasinerai tutto.
Scesero dall'auto e sostarono di fronte a un cartello che
indicava in cinque chilometri verso l'alto la distanza di San
Isobel; era crivellato di fori di proiettili.
- E se tra noi c' qualcosa, - disse Fletch, - non  necessario
dimostrarlo con una bravata, no, Fencer? Non abbiamo
bisogno di drammi sentimentali al punto in cui siamo.
Fencer e Willie lo guardarono comprensivi.
- Voglio dire, apparteniamo tutti alla stessa realt. L'ho
dimostrato venendo quass.
- Certo che appartieni a una realt, Fletch, - approv
Fencer. - Per, vedi, dobbiamo salire sul vulcano.
- Fletch il letterato, - disse Willie Wings.
La pista che avrebbero dovuto seguire scompariva oltre
il crinale della montagna. Non c'era invece nessun sentiero
a scendere.
- Tra poco sar buio, - disse Fencer. - Diventer pi
difficile salire.
Fletch cap che aspettavano che lui si avviasse per primo.
Bevve dal thermos e fece un passo avanti.
- Forse, - disse, - potremmo tutti ricominciare.
Quando abbassava le palpebre, vedeva i colori informi
della montagna. Giallo e nero. Cerc di alzare di nuovo il
thermos ma non trov la forza. Aprendo gli occhi, osserv
per un attimo l'irto sentiero. Poi sollev il thermos e lo
scagli, con forza sorprendente, in faccia a Willie.
Affilate lame di roccia volavano verso di lui mentre saltava;
il terreno impietoso gli lacerava le scarpe. A volte gli
pareva di rimbalzare, planare su crepacci e macigni come
in una corsa a ostacoli. Sentiva il pappagallo gracchiare e
Fencer che urlava No! A un certo punto si volt e vide
Fencer scattare all'inseguimento.
Willie si era arrampicato su una roccia e urlava, agitando
la pistola. - Non fare il furbo con me, poeta del
cazzo!
Fencer si era fermato e gridava No! rivolto a Willie.
Fletch sent un colpo e da qualche parte un proiettile colp
la roccia ferrosa.
Quando ud il motore dell'auto che si avviava, corse
pi veloce. Puntava verso il basso, superando uno dopo
l'altro i bastioni di roccia frastagliata.
Dopo un po', trov il letto asciutto di un corso d'acqua
e lo segu attraverso un oscuro arroyo. Pi scendeva, meno
riusciva a vedere; le ombre e la roccia aumentavano di
pari passo. Dopo circa un miglio non pot pi correre: il
terreno era troppo ripido. Prosegu la discesa aiutandosi
con le mani, il viso rivolto alla parete rocciosa. Aveva le
ginocchia insanguinate ma le dita trovavano gli appigli con
istinto sicuro. A un certo punto su di lui pass una nuvola,
si sent gelare fino alle ossa, e quando la nuvola se ne
and si accorse che nella valle era scesa la sera. Vedeva gli
ultimi raggi del sole giocare sul lucido fogliame della foresta
pluviale che si arrampicava sulle pendici del vulcano.
Trov una cengia su cui riposare e lasciare che la notte gli
scivolasse addosso. Dal terreno spoglio si levavano i sussurri di una vita insospettata.
Appoggiandosi alla roccia, tent di liberare la mente
dai colori del giorno. Dopo qualche tempo scopr nella tasca
dei pantaloni i resti di uno spinello e, non avendo fiammiferi,
li mangi. Le ombre della vallata ondeggiavano sotto
i suoi piedi. In lontananza vedeva le luci di Corbera, il
campanile illuminato della cattedrale e l'arena di legno per
le corride.
Cominci a rimpiangere di non esser giunto al cratere.
Gli pareva di meritare di vederlo, dopo essere arrivato fin
l e avere concluso il viaggio con una fuga magistrale. Willie
Wings e Fencer lo avevano avvolto in un involucro di
pazzia amfetaminica che interferiva con le gioie spontanee
della vita attiva. Eppure era stato necessario fuggire:
erano una coppia di sballati, sradicati dagli anni trascorsi
a fumare erba ai tropici, consumati da deliri maniacali e
da chiss quali bizzarre fedelt a di lavici dalla testa di
serpente e alla loro richiesta di sacrifici umani.
Era umiliante, pensava, essere costretto a sopravvivere
con l'astuzia, ma non era ammissibile in un momento
di crisi? Gli pareva proprio di si.
Il mondo si rabbuiava, e in Fletch nasceva l'euforia.
Per qualche tempo consider l'idea di tornare sui suoi passi
e salire davvero al cratere. Ma rimase dov'era fino al sorgere
della luna, dopodich si alz a scrutare la valle. Le luci
di Corbera ebbero un tremolio improvviso e si spensero
- dopo qualche secondo si riaccesero, ma solo per
spegnersi di nuovo. Fletch rimase in attesa, vide le luci
riaccendersi, guizzare e spegnersi ancora. La visione era
profondamente gratificante. Corbera era un vero spettacolo.
Sopra la catena costiera saettavano lampi di calore.
Fletch apr le braccia e, con dita di Giove, cominci a
giocare le due illuminazioni l'una contro l'altra - con una
mano dispensava folgori per il firmamento, con l'altra
oscurit per i figli degli uomini. I lampi e l'elettricit cittadina
obbedivano con precisione agli ordini dei suoi
gesti.
Fletch grid di gioia dalla sua roccia prometeica.
- Che io sia fottuto se non sono il forte Corts, - disse.
Fletch, in effetti, divenne il forte Corts. Quando la
luna fu abbastanza alta da permettergli di vedere la strada,
cominci a scendere, senza alcuna paura. I serpenti
tropicali guizzanti tra le rocce, i lucertoloni velenosi, le
tigri nelle loro tane non gli facevano n caldo n freddo.
Ogni tanto si riposava, guardava verso la vetta e vedeva
vapori scuri che si stagliavano contro le stelle, contro il
Toro.
Sono tutto percezione, pensava Fletch durante il cammino,
voglio solo essere lasciato in pace da Fencer, Willie
Wings e gente del genere.  rivoltante essere perseguitato
da epifenomeni.
Sono una fortezza assediata da uomini volanti, pensava.
Il sonno della ragione produce mostri.
A met del percorso incontr un sentiero e lo segu; sentiva
l'odore della giungla e della terra nera sotto di s. Nel
giro di qualche minuto entr nella foresta. Il suo passaggio
provocava un tramestio tra gli alberi, l'improvviso silenzio
veniva rotto dalle grida delle scimmie, dal brusio di
cicale e cimici. Cap che la sua presenza elettrizzava la notte.
- Sono la coscienza senziente qui, - disse ad alta voce.
Appoggi la mano a un albero e sent centinaia di duri
corpi di scarafaggi sgattaiolare lungo la superficie dei rampicanti.
Ogni tanto un lampo illuminava la macchia in cui
si trovava, lasciandogli dietro agli occhi istanti di luce bianca
e creature sconosciute paralizzate ai margini del campo
visivo.
Ripreso il cammino, scopr che la discesa era ancora ripida
e a un certo punto, credendo di seguire un sentiero
lungo il tronco di un albero caduto, scivol per vari metri
sulla terra molle, atterrando in piedi e mettendo in fuga
esseri invisibili.
Cammin per pi di un'ora sperimentando una sensazione
di grazia animale. Quando usc dai boschi, not una
baracca scura oltre un cancello di legno; da qualche parte
nelle vicinanze doveva esserci una fogna a cielo aperto.
Avanzando, stan un enorme maiale che grugn astioso
contro di lui - mentre affrettava il passo, altri maiali si alzarono
da terra in numero allarmante. Scopr di essere sulla
sommit di un'altura che dominava il centro di Corbera - le
luci erano accese; sentiva la musica dei jukebox in
Calle Obregn.
La strada era dall'altra parte del porcile. Fletch l'imbocc
in direzione del mercato, dove acquistava una pavimentazione
irregolare e qualche lampione.
Trov la piazza centrale quasi deserta. Alcune vecchie
venditrici indiane di birra sonnecchiavano accanto alle loro
bancarelle. Bandiere e stendardi tricolori sventolavano
per celebrare l'anniversario della rivoluzione.
Le luci e la musica erano tutte in Calle Obregn. Fletch
vi si diresse, camminando nervosamente sotto i porticati,
nel timore che l'illuminazione si spegnesse da un momento
all'altro. Teneva le dita contratte per dominare la propria
conduttivit.
Calle Obregn brulicava di soldati. Davanti ai bordelli
erano allineati uomini in uniforme khaki che bevevano
birra e si affollavano nei locali affacciati sulla strada. Venti
jukebox suonavano insieme.
Fletch camminava spedito. Incroci due poliziotti militari
con le carabine in spalla, che lo squadrarono sospettosi.
A Corbera, Fletch frequentava d'abitudine il bar La
Florida. Ne ammirava i murales a soggetto pastorale, autentica
art naif, e il pavimento in terra battuta attorno al
bancone. Quella sera lo trov gremito di soldati di cavalleria,
tutti ubriachi al punto da non riuscire a profferire
parola. Entr con la massima discrezione possibile e ordin
un rum. Mentre lo beveva, si avvicin un ragazzino
con una macchinetta che produceva scosse elettriche.
Il militare pi vicino a Fletch imprec sottovoce, fece
un cenno al ragazzo e gli mise in mano cinquanta centavos.
Poi afferr le manopole di metallo e si piant saldamente
con le gambe divaricate e le ginocchia piegate. Senza
guardare il suo cliente, il ragazzo gir la manovella e il
soldato, la mascella rigida, gli occhi semichiusi, ricevette
la scossa. Gli altri lo osservavano senza espressione. Dopo
qualche secondo, la camicia dell'uomo cominci a crepitare
e i capelli gli si rizzarono in testa. La macchina era
incandescente, il volto gli si contraeva e il mento si alzava
come se la testa venisse staccata dal corpo. Il ragazzo
continu a girare la manovella senza rivolgergli neanche
uno sguardo.
Fletch non se ne intendeva di elettricit ma ammirava
quella macchina. La scatola del generatore era dipinta di
un azzurro vivace, con il disegno di un pugno da cui scaturivano
fulmini e la parola Corazn! a lettere rosa. Fletch
sospett che il marchingegno fosse in qualche modo implicato
nell'intermittente chiaroscuro di Corbera.
Il soldato disponeva di inesauribili riserve di Corazn!
e non mollava la presa. Fletch si spost con il suo bicchiere
verso un altro spettacolo elettrico, il jukebox nel
retro.
Enorme e brillante con le sue mille luci, il jukebox era
circondato da un nugolo di falene della giungla. Di tanto
in tanto una di loro toccava la calda superficie di plastica
e cadeva avvitandosi sul pavimento con le ali ustionate.
Tutt'intorno, luccicava uno strato di falene agonizzanti.
Fletch, che aveva preso posto in fondo al locale, vide
Pancho Pillow a un tavolo vicino. Pancho Pillow sorrideva;
era in compagnia della Beatriz, anche lei bella pimpante,
e di Old Buddy, dall'aria molto seria.
La vista di Pancho Pillow era cos poco appropriata al
suo stato d'animo che a Fletch occorse qualche istante per
ricordare come la forza della percezione lo facesse sentire
in pace con il mondo.
Port il suo rum al tavolo di Pancho.
- Dio salvi tutti i presenti, - disse.
La vista di Fletch sembr provocare in Pancho Pillow e
La Beatriz un attacco di ilarit. Risero fragorosamente e La
Beatriz pizzic Pancho sul ventre.
- Fletch! - grid Pancho. - Fletch, mio futuro amico!
Siediti e bevi con noi.
Fletch si sedette. La Beatriz finse di scrutarlo con passione
da ninfomane. Old Buddy osservava i militari al
banco.
-  tutto il giorno che sono triste, - disse allegramente
Pancho. - Oggi ti abbiamo visto in compagnia di teppisti
Pancho portava i baffi a spazzola e aveva il triplo
mento. I capelli castani erano pettinati all'indietro. - Ci
siamo chiesti tutti: che ci fa un poeta con dei teppisti? -
I piccoli occhi brillarono di perplessit.
- Quel Fencer, - disse La Beatriz in tono disgustato, -
quel Wiiilie Wiiings! Eeee! - Agit la mano davanti alla
faccia di Fletch come se cercasse di scuotere via qualcosa
dalle dita.
- Mi sono preso un giorno di libert, - disse Fletch.
- Stamattina mi sono svegliato e mi sono detto: oggi far
qualcosa di meno letterario.
- Non  bene che frequenti quei due, - disse Pancho.
- Sono dei delinquenti -. Si protese in avanti e parl sottovoce.
- La mia teoria  che collaborino con i ladri di corpi.
Fletch assapor il suo drink.
- Non ho niente da temere da Fencer e Willie Wings,
- disse. - Non possono nuocermi davvero.
- Ah, - disse Pancho, - non puoi imbrogliare un uomo
onesto. Prima di W. C. Fields era un proverbio arabo, e
gli arabi sanno il fatto loro... - Appoggi la mano sulla
spalla di Fletch, poi la ritir. - Ma non  vero -. Mise le
mani a coppa, le gir verso il basso e alz le spalle. - No,
non  vero. La mia vita non  stata facile e ho imbrogliato
molti uomini onesti. Quel detto suona falso, e lo .
Fletch rise a lungo. - E in che cosa mi potrebbero
imbrogliare? - chiese.
- Che dicono Willie Wiings e Fencer di Pancho? -
gli chiese La Beatriz. - Ne inventano di buone sul suo
conto?
- Gi, - disse Pancho, agitando una mano, - stavo...
- Stavi per chiederlo ma sei troppo modesto, - sugger
Fletch.
Tutti risero.
- Be', veramente, Pancho, - disse Fletch, pronunciando
con difficolt il nome del suo interlocutore, - non dicono
niente.
Pancho e La Beatriz scoppiarono in esclamazioni incredule.
- Oh, andiamo, amico, - dissero melodiosamente all'unisono.
Per la prima volta Old Buddy si volt verso Fletch.
Fletch si accorse che i due lati della sua faccia non corrispondevano.
- Non ti hanno raccontato che una volta io e Pancho
siamo andati da Belize a Jalapa con quei due nel bagagliaio
della macchina?
Pancho intervenne. - Era per una buona causa, - assicur.
Fletch bevve il suo rum. Era soddisfatto.
- Amo il Messico, - disse loro. - Si fanno viaggi fantastici
qui.
- Che poeta! - esclam Pancho.
- Lord Byron, - disse La Beatriz.
Il ragazzo con la macchinetta del Corazn! si avvicinava.
Old Buddy l'osservava ansioso, adocchiando le maniglie
di metallo. Si era infilato una mano in tasca per cercare
una moneta quando Pancho lo ferm, protendendosi
in avanti.
- Non farlo, Idaho, - disse.
- Che diavolo, - protest il suo amico.
- Per favore, Idaho, - lo supplic Pancho. - Non voglio
assistere.
Il ragazzo li guard disgustato e usc.
- Sei nel tuo elemento qui, Fletch, - disse Pancho. -
Non  da tutti. Quanto a me, sono a casa mia ovunque si
parli spagnolo.
Fletch annu. - Sono nel mio elemento qui, - convenne.
-  vero.
- Sono nato a Tunisi, - confid Pancho. - Ma sono un
ispano! - Inspir profondamente e si batt due volte sul
petto. - Sono francese per cultura e aspetto esteriore, uomo
di mondo e gran viaggiatore. Ma nell'anima sono un
ispano, ecco la verit.
- Tutti dovrebbero avere un paese dell'anima, - disse
Fletch.
- Ammiro la semplicit di cuore, - disse Pancho. - Disprezzo
l'ipocrisia e l'inganno, quindi non so che farmene
della politica.
Guard Fletch con ammirazione.
- Ho anch'io una vena poetica. La mia idea della vita,
il mio modo di guardare il mondo  poetico. Se non fossi
un uomo d'affari, quella sarebbe la mia strada -. Pareva
commosso.
Prosegu: - Stammi a sentire, Fletch, c' bisogno di un
po' di poesia nella vita. Vediamoci con calma. Ho una storia
da raccontarti, la storia di Pancho Pillow, ti lascer sbalordito.
Non scherzo. Pranziamo insieme, Fletch. Solo tu,
Marge e io, Beatriz e Idaho. Facciamo un picnic. Saliamo
sul vulcano
Le luci si spensero. Per una frazione di secondo scese il silenzio,
e in quel frammento temporale Fletch varc la distanza
tra Pancho e l'uscita del locale. Non era ancora in strada
quando si lev un coro di esclamazioni. La Beatriz strill.
- Adis, mostri fottuti, - url Fletch indignato.
- Fletch! - grid Pancho Pillow. - Per amor del cielo!
- La sua voce era pura disperazione.
Mostri, pens Fletch. Uomini volanti. Le strade lungo
le quali correva erano zeppe di invisibili soldati ubriachi.
Si aggiravano ovunque accendendo fiammiferi e cadendo
sul selciato. La polizia militare si avvicin con le sue torce;
Fletch si rannicchi nell'atrio del cinema per lasciarli
passare. Mentre attraversava di corsa la piazza, gli puntarono
addosso i loro fasci di luce, urlando.
Fletch rise. Mai in vita sua aveva apprezzato tanto la
tecnologia moderna. Bene, pens, portate la giungla ai cittadini.
Al caff del mercato avevano acceso le lanterne antivento.
Fuori erano parcheggiati alcuni autocarri, il primo
della fila era un camioncino scoperto della International
Harvester carico di galline. Un uomo con un cappello da
cowboy stava ispezionando il carburatore. Era completamente
sbronzo e canticchiava tra s.
Fletch si avvicin e, con elaborata cortesia, gli chiese
un passaggio per la costa. L'uomo si volt verso di lui e
cantilen il ritornello della sua canzone, esprimendo la futilit
di ogni ambizione. Fletch si offr di reggergli la torcia
elettrica e gli propose il doppio del ragionevole compenso
per quel passaggio. Quando il camioncino si avvi
per le strade buie, Fletch era comodamente seduto a bordo.
Passando per la piazza, vide la Lincoln di Pancho Pillow
procedere lenta, come un predatore deluso.
- In culo tutti quanti, - disse Fletch all'autista.
- In culo, - approv quello. Era cos ubriaco che pareva
impossibile potesse affrontare la strada di montagna.
Nello spazio dietro il sedile era accoccolata una bambina
con le trecce. Dormiva. Quando il vento e il rumore del
motore lo permettevano, Fletch udiva le galline sul cassone
del camioncino.
L'uomo con il cappello da cowboy aveva una guida decisamente
troppo veloce, e la frizione slittava in modo
preoccupante. A met della discesa, mentre sfrecciavano
accanto agli alberi di banano, riprese a cantare.
- Mi avevi avvertito molte volte, - cantava.
Quante volte mi hai avvertito
che quella donna non era adatta a me
me l'hai detto cos spesso
cos spesso
che pensavo tu fossi impazzito
ma l'avvertimento che avresti dovuto darmi
 l'unico che non mi hai dato
che eri un ladro traditore
infido quanto lei
cos adesso sono io a impazzire
e ho io un avvertimento per te!
Ogni tanto Fletch cantava con lui. Era ancora buio
quando raggiunsero la litoranea, ma splendeva la luna e
Fletch pot distinguere i frangenti sulla riva.
Scese, pag l'autista e si diresse verso casa lungo la
spiaggia, guidato dalla massa scura dei promontori della
baia. Camminava ancora quando il sole spunt dietro il
vulcano, svegliando gli uccelli e tingendo il mare di inimmaginabili
rosa e verde pallido. Ogni tanto Fletch passava
accanto a uomini addormentati sulla sabbia.
Giunto a casa, la trov immersa nel silenzio, anche se
udiva i movimenti di Dona Laura nella casa accanto. Willie
Wings, disteso sull'amaca di fronte all'ingresso, era
completamente sveglio e l'osserv con sguardo vacuo. Il
pappagallo giaceva rigido sul fondo della gabbia, coperto
da una seconda pelle di polvere bianca. Le mosche del mattino
cominciavano a ronzargli intorno.
Fletch super Willie Wings ed entr. In cucina, i bambini
dormivano nelle brandine, ma ud deboli voci provenire
dalla camera da letto. Muovendosi carponi sulle piastrelle,
avanz silenziosamente verso la cortina di bamb
che divideva i locali.
Sollevata leggermente la tenda, vide Marge e Fencer
nudi, distesi l'uno accanto all'altra sul materasso. Il lungo
corpo abbronzato di Marge avvolgeva quello di Fencer simile
a spire di un serpente. Fencer le stringeva le cosce come
per impedirle di cadere. I volti erano vicini.
-  un peccato che se ne sia andato, - stava dicendo
Fencer.
Fletch non poteva essere certo che Fencer non l'avesse
sentito entrare.
- Ci ha piantato in asso. Per un momento sembrava che
stessimo veramente combinando qualcosa insieme. Pensavo,
per Dio, funzioner, saliremo lass e andremo su di
giri, troveremo il contatto e abbatteremo la barriera verbale.
Ma lui ci ha mollato.
- Dio mio, - disse Marge, - Willie Wings  stato uno
stupido a sparargli. Cristo, Fletch  gi cos paranoico
di suo.
- Willie  un fanatico, - disse Fencer. Fece scorrere le
mani sul fondoschiena di Marge. - Del resto, lo sono anch'io.
Lei afferr i lunghi capelli di Fencer, glieli avvolse attorno
al collo e lo baci.
- Sei un coglione romantico, ecco cosa sei, - gli disse.
Disteso sulle piastrelle, Fletch rimase immobile trattenendo
il fiato e li guard fare l'amore. Quando le costole
cominciarono a fargli male, si gir e strisci sul pavimento
freddo fino all'uscita. Gli ci vollero quasi cinque minuti
per trascinarsi fuori: un capolavoro di silenzio.
Una volta all'aperto, afferr uno dei pesi che aveva
comprato per tenersi in forma e si distese a terra. Sdraiato
sulla schiena, lo sostenne con un braccio per un tempo
lunghissimo, finch il corpo gli si copr di sudore. Allora
l'abbass e guard il cielo.
- Willie Wings, - gli disse, - ci sono salito o no su quella
montagna? Tu c'eri, mi hai visto, giusto?
- S, - disse Willie. - Non fino in cima. Ma sei salito
sulla montagna.
- Giusto, - disse Fletch. - Sono salito -. Volt la testa
per guardare Willie. - Ci sono salito. E avresti dovuto vedermi
scendere, amico. Perch quella  stata tutta un'altra
faccenda.
Willie Wings lo fiss per un momento.
- Fletch, bello mio, - disse. - Ti ho giudicato male,
fratello. Sei davvero un poeta.
 
AIUTO.

In un grigio pomeriggio di novembre, Elliot and a Boston.
Le strade umide avevano un aspetto freddo e deserto.
Nell'eleganza e nella vivacit cittadina percep una promessa
infranta. Vecchie speranze lo tormentavano come
mani invisibili, ma non volle bere. Da quindici mesi frequentava
gli Alcolisti anonimi.
Arriv il Natale, un Natale senza bambini, una festa
del rimpianto. Sua moglie and a Messa e cucin un tacchino.
Sobrio, Elliot passeggi nei boschi.
A gennaio, le bufere artiche spazzarono la regione finch
fece troppo freddo per nevicare. La Shawmut Valley
divenne silenziosa e cristallina. Nei bianchi silenzi, Elliot
sentiva scricchiolare le travi della casa e le sue ossa contrarsi.
Al crepuscolo, i cervi affamati abbandonavano i boschi
paludosi che si stendevano dietro la casa e perlustravano
il suo giardino in cerca di qualsiasi avanzo commestibile
scoperto e abbandonato dai procioni. La notte,
disteso accanto alla moglie addormentata, Elliot ascoltava
i latrati dei cani che inseguivano i cervi nella neve alta
tra le ombre disegnate dalla luna.
Passavano i giorni e lui rimaneva sobrio. A volte era
quasi stimolante. Ma non riusciva a liberarsi delle sensazioni
provate a Boston. Nel ricordo, rivedeva le foglie morte
scivolare su marciapiedi di mattoni e riassaporava la disperazione
di quella giornata. La breve visita lo aveva minato.
Rimase comunque sobrio fino al giorno in cui un uomo
di nome Blankenship entr nel suo ufficio all'ospedale di
stato. Blankenship aveva i capelli rossi, l'espressione brutale
e modi infidi. Con i suoi precedenti per piccole truffe
e furti, Elliot aveva avuto pi volte occasione di riceverlo.
- Continuo a fare lo stesso sogno, - annunci Blankenship
a voce alta. Non era una voce piacevole. La pelle aveva
un aspetto malsano. Ogni volta che lo arrestavano il tribunale
lo mandava dagli psichiatri e questi, che parlavano
poco l'inglese, lo spedivano da Elliot.
Dopo il primo furto con scasso, Blankenship si era arruolato
nell'esercito ma non aveva mai prestato servizio a
est del Reno. Trascorsi alcuni mesi a Wiesbaden era stato
congedato perch ritenuto inadatto alla vita militare, ma
raccontava a tutti di essere un veterano della guerra del
Vietnam. Se ne andava in giro con un completo tigrato.
Elliott lo trovava insopportabile.
- I sogni sono noiosi, - gli disse.
Blankenship reag indignato. - Come sarebbe a dire?
Quando riceveva i clienti, Elliot era solito spostare la
sedia in mezzo alla stanza per dimostrarsi pi accessibile.
Questa volta rimase al sicuro dietro la scrivania. Non aveva
alcuna voglia di dimostrarsi accessibile nei confronti di
Blankenship. - Quello che ho detto, Mr. Blankenship. I
sogni altrui sono noiosi. Non l'ha mai sentito dire?
- Noiosi? - disse Blankenship accigliato. Pareva incapace
di attribuire un significato alla parola.
Elliot prese una matita e ne fiss la punta tremante sul
foglio di carta assorbente che teneva sulla scrivania. Studi
l'espressione bovina del suo cliente. Blankenship apparteneva
a una famiglia di professionisti della simulazione
di infortuni, e la specialit del giovane era scivolare sulle
pavimentazioni ghiacciate. Quando lo trasportavano al
pronto soccorso, supplicava i medici di prescrivergli un antidolorifico
e quindi si rivolgeva a uno studio legale. I
Blankenship avevano minacciato di fare causa a met dei
proprietari di immobili nella parte meridionale dello stato.
Quello che non riuscivano a estorcere legalmente, lo
rubavano. Ma perfino la famiglia Blankenship aveva abbandonato
Blankenship. L'ultima volta si era presentato
in ospedale in seguito all'arresto per avere rubato da
Woolworth's una confezione di panini per hot dog. Viveva
a Wyndham in un cassonetto per la raccolta degli abiti
usati.
- Adesso immagino che vorr raccontarmi il suo sogno.
E cos, Mr. Blankenship?
Blankenship si guard attorno, con l'aria di un cane che
abbassa lo sguardo di fronte al padrone.
- Non vuole sentirlo? - chiese umilmente.
Elliot non si lasci commuovere. - Mi dica una cosa,
Blankenship. Il sogno riguardava il Vietnam?
In genere, alla parola Vietnam, il volto di Blankenship
si illuminava in un ampio sorriso. Questa volta assunse
un'espressione colpevole e guardinga. Scroll le spalle.
- Gi.
- Com' che lei sogna quel posto, Blankenship? Non
c' mai stato.
- Come sarebbe a dire? - cominci Blankenship, ma
Elliot tagli corto.
- Non c' mai stato, amico mio. Lei non ha mai visto
quel maledetto posto. Non ha nessun motivo per sognarlo!
La smetta!
Aveva alzato la voce, tanto che di l dalla sua porta
aperta la segretaria aveva smesso per un momento di scrivere
al computer.
- Mi lasci in pace, - disse Blankenship con voce impaurita.
- Che razza di medico  lei?
- Non si preoccupi, - lo rassicur Elliot. - Non sono
un medico.
- Ce l'hanno tutti con me, - disse Blankenship. Era di
umore volubile. Cominci a piangere.
Elliot osserv le lacrime scendere sulle guance screpolate
e butterate di Blankenship. Si schiar la gola. - Senta... -
cominci. Era perplesso. Avrebbe voluto dire a
Blankenship che la vita era dura per tutti.
Blankenship tir su con il naso, incass la testa tra le
spalle e dopo un attimo alz gli occhi. Aveva uno sguardo
sorprendentemente fiducioso; era ormai avvezzo alle sedute
di counselling.
-  davvero ridicolo che lei attribuisca i suoi problemi
al Vietnam. Non c' mai stato. Io si che ci sono stato,
Blankenship. Non lei.
Blankenship si pieg fino ad appoggiare la fronte sulle
ginocchia.
- I suoi problemi hanno a che fare con la sua situazione
attuale, - gli disse Elliot. - Le fantasie non servono.
Le parole suonavano troppo assennate e ipocrite alle
sue stesse orecchie. Che brutta faccenda, pens. Che lavoro
orribile. La rabbia lo stava facendo impazzire.
Blankenship si raddrizz e parl tra le lacrime. - Questo
sogno... - disse. - Mi terrorizza.
Elliot avrebbe fatto di tutto pur di non ascoltare il sogno
di Blankenship.
- Non deve rivolgersi a me per questo, - disse. Alla fine
si rassegn a compiere il proprio dovere. Sospir. - Ok.
D'accordo. Me lo racconti.
- Ah davvero? - chiese Blankenship con pesante sarcasmo.
- Non aveva detto che i sogni l'annoiavano?
- Ma no, no, - disse Elliot. Offr un fazzoletto di carta
a Blankenship, che lo accett. - Dicevo tanto per dire.
Non parlavo sul serio.
Blankenship fiss un punto lontano con espressione assorta.
- Il sogno  accompagnato da una sensazione particolare
Poi scosse la testa disgustato e guard Elliot come
se si fosse svegliato in quel momento. - Allora, come
va? Si sta annoiando?
- Ma no, - disse Elliot. - Una sensazione fisica?
- Gi. Come se galleggiassi nella gomma.
Guardava Elliot di sottecchi, consapevole di averne catturato
l'attenzione. Elliot aveva contratto la dengue in
Vietnam e durante le settimane di delirio aveva provato
la vaga sensazione di galleggiare nella gomma.
- Cosa vede esattamente?
Blankenship si limit a scuotere la testa. Elliot prov
un breve ma intenso accesso di rabbia.
- Coraggio Blankenship, - disse conciliante. - Sono
qui, amico mio. Come vede la sto ascoltando.
- Intorno a me  tutto nero, - disse Blankenship. La
voce era rotta da un curioso tremolio. Il suo comportamento
era molto diverso da quello che Elliot aveva imparato
ad aspettarsi da lui.
- Nero? Che cos'?
- Fumo. Il cielo forse.
- Il cielo? - chiese Elliot.
-  tutto nero. Ho paura.
Perdendosi in un sogno a occhi aperti, Elliot sent i muscoli
del collo distendersi. Guardava in alto verso un cielo nero, pieno di nuvole gonfie di fumo, illuminato da fuochi,
fradicio di sangue e pioggia.
- E di che cosa ha paura? - chiese a Blankenship.
- Non lo so, - disse Blankenship.
Elliot non riusciva a scacciare l'immagine del cielo nero
dalla sua mente. Era come se il sogno di Blankenship
l'avesse contagiato.
- Non lo sa? Non sa di che cosa ha paura?
Blankenship si era irrigidito. Elliot, che conosceva la
paura autentica, la riconobbe li di fronte a s.
- Il Vietnam, - disse Blankenship.
- All'epoca lei era troppo giovane, - gli disse Elliot.
Blankenship tremava, stringendosi tra le cosce le mani
giunte. Il dolore non nobilitava affatto quel volto paonazzo.
Aveva problemi con l'alcol e le droghe. Aveva problemi
con tutto.
- Quindi, dovunque sia il suo cielo nero, non  nel Vietnam.
Le cose erano cos ingiuste, pens Elliot. Era ingiusto
che Blankenship simulasse lo stato d'animo di un veterano
del Vietnam. All'origine della sua sindrome post-traumatica
non c'era altro trauma che quello, di routine, della
nascita. Ora, alla povert, all'ansia e alla confusione che
costituivano il destino della sua vita, si era aggiunto il tormento
dell'ironia. Tutto era arbitrario, alcuni venivano
semplicemente scelti. Lo sapevano bene coloro che erano
stati l dove Blankenship non era stato.
- Perch le assicuro, Mr. Blankenship, che lei il Vietnam
non l'ha mai visto.
- Come sarebbe a dire? - chiese Blankenship.
Uscito Blankenship, Elliot sfogli il suo fascicolo e scopr
che gli psichiatri lo avevano inviato da lui senza formulare
una diagnosi. In preda a una rabbia sproporzionata,
and alla scrivania della segretaria.
- Nessuno ha registrato l'ultimo paziente, - disse. -
Non sono tenuto a ricevere pazienti senza diagnosi. Gli
strizzacervelli scaricano il barile.
La segretaria era una donna alta e imponente con i capelli
rossi, i denti prominenti e un lieve difetto di pronuncia.
- Il dottor Sayyid odia sentirsi chiamare strizzacervelli,
Chas. Si  gi lamentato. Se ti sente s'arrabbia.
- Allora  venuto nel paese sbagliato, - disse Elliot.
- Che se ne torni a casa sua.
La donna ridacchi. -  lui il medico, Chas.
- Il medico! - Elliot scagli il fascicolo sulla scrivania
della segretaria e si diresse come una furia verso il proprio
ufficio. - Quel coglione muso giallo non saprebbe nemmeno
curarti il raffreddore. E un passacarte.
La segretaria si guard attorno con aria colpevole e scosse
la testa. Ormai lo conosceva bene.
Dopo un po' Elliot riusc a calmarsi, ma l'immagine del
cielo nero non l'abbandonava. Dapprima pens che sarebbe
riuscito a dimenticare l'intera faccenda, ma trascorso
qualche minuto alz il telefono e chiam il funzionario
che seguiva la libert vigilata di Blankenship.
- Questa storia del Vietnam  tutto ci che possiede, -
gli disse lui. - Credo gli sia venuta in mente ascoltando i
discorsi della gente.
- Le sue descrizioni sono realistiche, - disse Elliot.
- Vuoi dire che sembrano autentiche?
- Voglio dire che oggi mi ha colpito. Mi ha risvegliato
dei ricordi.
-  bravo il vecchio Blanky. Ci crede anche lui, secondo
te?
- Gi, - disse Elliot. - Ormai ci crede anche lui.
Elliot raccont al funzionario dell'ultimo arresto di
Blankenship, colpevole di essersi fatto una doccia a mezzanotte
nel liceo regionale di Wyndham. Si inform sui
rapporti tra Blankenship e la sua famiglia.
- Vuoi scherzare? - fu la reazione dell'ufficiale giudiziario.
- Sono tutti dentro. L'intera famiglia  al fresco.
Il vecchio  a Bridgewater. Il piccolo Donny  a San Quintino
o in un posto del genere. Perfino il cane  al canile
pubblico.
Elliot pranz solo nella mensa dell'ospedale riservata
al personale. Fuori dalle finestre con i doppi vetri la giornata
stava scurendosi per l'avvicinarsi dell'attesa tempesta
di neve. Lungo la statale 7, gli antichi olmi si stagliavano,
coperti di galaverna, contro il cielo grigio. Dopo un
tramezzino e un caff, rimase seduto a fissare il pomeriggio
invernale. La rabbia aveva lasciato il posto a un'angoscia
sottile.
Tornando indietro, si ferm allo spaccio dell'ospedale
per comprare una copia dello Sports Illustrated e una
barretta di cioccolato. Una volta in ufficio, chiuse la porta
e appoggi i piedi sulla scrivania. Era venerd e non aveva
altri appuntamenti, nessun impegno a parte qualche lettera
da scrivere e la posta da leggere.
Il cubicolo di Elliot al dipartimento dei servizi sociali
era privo di finestre, le pareti erano rivestite da librerie.
Constatando di non riuscire a concentrarsi sulla rivista n
a dedicarsi al lavoro, lasci correre lo sguardo sui libri allineati
sugli scaffali. C'erano volumi di Heinrich Miiller e
Carlos Castaneda, la biografia di Freud scritta da Jones e
Il ramo d'oro. I libri gli diedero un senso di ripulsa. La loro
inutilit, per lui, in quel momento, lo disgustava.
Prov ancora una volta a ricostruire, dettaglio dopo
dettaglio, la conversazione con Blankenship.
- Lei non c' mai stato, - gli aveva spiegato. Stava cercando
di chiarirsi l'intero episodio. C'era qualcosa di sbagliato.
Il terrore s'insinu in lui, paralizzandolo. Mangi
la barretta senza sentirne il sapore. Sapeva che il desiderio
di dolci era di per s un brutto segno.
Blankenship si era appropriato indebitamente del sogno
di qualcun altro e l'aveva fatto suo. Dopotutto non
era importante esserci stati di persona. I sogni avevano attraversato
l'oceano. Erano nell'aria.
Si tolse gli occhiali, li pos sulla scrivania e sedette a
braccia conserte, guardando nel cono di luce della lampada
da tavolo. Dentro di s percepiva solo un vortice. Visioni
indesiderate gli si affollavano davanti agli occhi. Il
cuore acceler i battiti. Non riusciva a controllare la confusione
impetuosa dei pensieri.
Immagin larve di sogni che segretamente invadevano
i cervelli. Potevano dividersi e rigenerarsi come platelminti,
nascondersi nelle cuciture e tra le lenzuola, in storie
di guerra, risate e fotografie. Potevano roderti i calzini
e trasformarti la memoria in una piaga nera e verde.
Verde come le colline, nera come il cielo. All'alba si appendevano
in fila come pipistrelli. Al crepuscolo uscivano
in cerca di sognatori.
Elliot si infil la giacca. Di fronte al suo cubicolo, la
segretaria era assorta nei fievoli suoni provenienti dalla sua
macchina. Probabilmente ne apprezzava la lucentezza e l'ordine,
pens Elliot. Era divorziata. Quattro ragazzini con i
capelli rossi, tra i dieci e i diciassette anni, vivevano con lei
in una casa senza intonaco di fronte al supermercato Stop
& Shop. A Elliot era simpatica e cominciava a trovarla attraente.
Riusc a sorriderle.
- Ethel, per oggi ne ho abbastanza, - dichiar. Era imbarazzante
uscire presto senza un motivo.
- Jack vuole parlarti prima che tu te ne vada, Chas.
Elliot la guard con espressione assente.
A quel punto il collega, Jack Sprague, riconosciuta la
sua voce, lo chiam dal cubicolo adiacente. - Chas, e le
gare di domenica? Ti telefono per le scommesse?
- Non so, - disse Elliot. - Ti chiamer io domani.
-  una decisione importante per lui, - disse Jack Sprague
alla segretaria. - Potrebbe perdere venticinque dollari.
Elliot percepiva uno stipendio leggermente superiore a
quello di Jack Sprague, anche se Jack aveva un dottorato
di ricerca e Elliot solo un master. Dipendevano da settori
diversi dell'amministrazione statale.
- Venticinque dollari, - disse la donna. - Ragazzi, se
non sapete cosa farvene di venticinque dollari, dateli a me.
- Ma dove vai a quest'ora? - chiese Sprague.
Elliot apr la bocca per rispondere, ma per un attimo
non seppe cosa dire. Scroll le spalle. - Devo tornare a casa
presto, - balbett alla fine. - L'ho promesso a Grace.
- Era Blankenship quello che ho visto uscire?
Elliot annu.
- Siamo a febbraio, - disse Jack. - Come mai non  in
Florida?
- Non lo so, - disse Elliot. Indoss il cappotto e si diresse
verso l'uscita. - Ci vediamo.
- Buon fine settimana, - disse la segretaria. Lei e
Sprague lo seguirono con sguardo benevolo mentre si allontanava
lungo il corridoio.
- Pensi che Chas e Grace escano a fare baldoria? - disse
lei a Sprague.
- Sarebbe un avvenimento, - disse Sprague. - Domani
torner qui e passer la giornata a leggere. Trascorre
tutti i fine settimana chiuso in questo maledetto ufficio
mentre lei d una mano in parrocchia -. Scosse la testa.
- Ogni sera lui va agli Alcolisti anonimi e lei rimane a casa
da sola.
Ethel si morse il labbro inferiore. - Jack, - disse in tono
canzonatorio, - stai pensando quel che penso tu stia
pensando? Vergognati.
- Sto pensando che sono contento di non essere nei suoi
panni, ecco cosa sto pensando. Non dico altro.
- Be', comunque sia, - disse Ethel, - due stipendi e
niente figli, quella  vita.
Superate le porte automatiche del pronto soccorso, Elliot
venne aggredito dal freddo. Attravers il parcheggio
dell'ospedale tenendo lo sguardo fisso sull'asfalto e le mani
sprofondate nelle tasche del cappotto, evitando le pozze
di ghiaccio frantumato. Non c'era vento, ma l'aria immobile
era pungente; la montatura metallica degli occhiali
gli bruciava la pelle. Arabeschi di ghiaccio fangoso
rivestivano le banchine innevate. Non era ancora sera ma
i lampioni erano gi accesi.
Il gelo aveva bloccato la portiera dell'auto ed Elliot dovette
alitare sulla serratura per infilare la chiave. Quando
avvi il motore, si diffusero le note del Largo di Hndel
eseguito da Jussi Bjrling. Spense subito l'autoradio.
Al primo semaforo, sent il bisogno di una meta. La
paura e l'impulso di fuga che lo avevano indotto a lasciare
l'ufficio stavano affievolendosi, e non aveva voglia di
rincasare. Una peculiare impazienza lo tormentava, forse
connessa al passare del tempo. Era come se stesse aspettando
qualcosa. La sensazione lo innervosiva; era sconosciuta
ma non del tutto spiacevole. Quando scatt il verde,
super la stazione di servizio della Gulf e la caserma
dei pompieri e si inoltr tra i prati di Ilford Common.
Giunto all'estremit opposta del parco, entr nel parcheggio
della biblioteca Packard Conway e si ferm con il
motore acceso. Ci che avvertiva, pens, era il principio
di possibilit.
Spense il motore e affront ancora una volta il freddo.
Dietro i vetri piombati dell'edificio vide la bibliotecaria
versarsi una tazza di caff nel suo minuscolo ufficio privato.
Era una quacchera di idee socialiste. Si chiamava
Candace Music ed era cugina di Elliot.
La biblioteca Conway era tutta legno scuro e specchi
molati, un salone gotico. Anni prima, quand'era disoccupato
e alcolista, Elliot andava l a rifugiarsi. Candace, che
era la vedova di uno studioso dei classici antichi e conosceva
un po' di greco, era stata una delle poche persone in
tutta la vallata con cui Elliot in quei giorni desiderava conversare.
Con il passare del tempo, aveva avuto per l'impressione
che tutti i loro colloqui finissero per vertere sul
Vietnam, cos aveva diradato sempre pi le sue visite. Elliot
era l'unico veterano del Vietnam con cui Candace intrattenesse
conversazioni regolari, e lui sospettava che lo
interrogasse a beneficio dell'assemblea quacchera di East
Ilford. A quell'epoca ostentava ancora disinvoltura nel raccontare
la sua esperienza e recitava a richiesta un repertorio
di storielle e aneddoti picareschi. Gli interlocutori
come Candace, sinceramente interessati a capire, provocavano
in lui un'intensa angoscia.
Candace usc dall'ufficio e se lo trov davanti al banco
della distribuzione. La vide corrugare la fronte con espressione
preoccupata, mentre si sforzava di sorridere. - Chas,
che sorpresa. Sono secoli che non ti si vede.
- Non  vero, Candace. Quest'autunno sono venuto a
tutti i film del mercoled. Lavoro praticamente dall'altra
parte della strada.
- Lo so, caro, - disse Candace. - A quanto pare non ci
incontriamo mai.
Un fuoco accogliente ardeva nel caminetto, e sulla mensola
di marmo ticchettava un antico orologio di ottone.
Sul divano accanto al fuoco un vecchio dormiva con la bocca
aperta, seduto tra una mezza dozzina di luridi sacchetti
di plastica. Due ragazzine studiavano al tavolo sotto la
finestra pi grande e mormoravano tra loro.
- Ora che sono qui, - disse lui ridendo, - non ricordo
che cosa sono venuto a cercare.
- Rimani a scaldarti un po', - gli disse Candace. - Hai
un minuto? Ti offro un caff.
Elliot aveva tutto il tempo possibile, ma si rese subito
conto di non volerlo trascorrere con Candace. Non sapeva
esattamente perch era entrato in biblioteca. Rimase in
piedi al banco della distribuzione e accett il caff. Candace
glielo porse con un'aria di benevola supervisione, come
se lei fosse un medico missionario, quale era stato suo
padre, e lui un contadino cinese. Candace, alta e priva di
avvenenza, a sessantacinque anni era pi bella di quanto
non fosse mai stata in giovent.
- Perch non ci sediamo?
Si lasci accompagnare a una poltrona accanto al fuoco.
Insieme al vecchio addormentato, formarono un trio
attorno al caminetto.
- Hai smesso di tradurre, Chas? Spero di no.
- Niente affatto, - disse lui. Una volta avevano provato
a rendere in versi alcuni frammenti di Sofocle. Era brava
a trovare rime ingegnose.
- Vieni cos di rado, Chas. I libri di Ted rimangono inutilizzati.
Dopo la morte del marito, Candace aveva donato i volumi
alla biblioteca, che li conservava in una sala dedicata
alla sua memoria, dove riposavano non toccati tra tomi
in lingua straniera, genealogie locali e libri per anziani
stampati a grandi caratteri.
- Ho ricavato uno studio nel granaio, - disse a Candace.
- Lavoro l. Quando ho tempo -. Mentire era assurdo,
ma ne sentiva il bisogno.
- E lavori con i veterani del Vietnam, - dichiar Candace.
- Dovrei, - disse Elliot. Quella premura ammiccante
stava facendolo spazientire.
- In realt, - prosegu, - sono venuto a cercare il nuovo
Classicall World della Oxford. Pensavo che forse l'hai
gi ordinato e che avrei potuto dargli un'occhiata senza
spendere i miei sudati guadagni.
Candace s'illumin. - Sei venuto nel posto giusto,
Chas -. Elliot trov esagerata la sua felicit. - Ce l'abbiamo.
- Bene, - disse Elliot, alzandosi. - Allora lo prendo.
Non posso fermarmi oltre.
Candace si alz, raccogliendo tazza e piattino. Ignor
lo squillo del telefono, era riluttante a lasciarlo andare.
- Come sta Grace? - domand.
- Bene, - disse Elliot. - Grace sta bene.
Al terzo squillo and al banco e gli gir le spalle. Elliot
esit un attimo, poi usc.
Il pomeriggio grigio si era stemperato nella notte e cadeva
la neve. Turbinava furiosa alla luce dei fari sulla Statale
7 e implacabile imbiancava le guance e le palpebre di
Elliot. Il cuore, senza alcuna ragione, gli palpitava di infantile
aspettativa. Era fuggito da un sogno e aveva incontrato
la possibilit. Si sentiva in possesso di una promessa.
Si avvi verso le luci al margine della strada.
Solo per gradi incominci a capire che cosa lo aveva
condotto l e quale fosse la lieta aspettativa che gli pulsava
in petto. Da sempre, le sue serate di ubriaco avevano
inizio alla Conway. Ci andava nel primo pomeriggio a curiosare
e leggere, afflitto dai postumi della sbornia precedente.
Al crepuscolo, quando il vecchio dolore si faceva
risentire, cercava di lenirlo alla Midway Tavern. Fermo
sotto la neve davanti alla biblioteca, si rese conto che era
riuscito a promettersi una bevuta.
Attraverso la tormenta vedeva le insegne pubblicitarie
della birra, calde e invitanti nella vetrina della Midway.
I fiocchi gli roteavano intorno come in preda all'eccitazione.
Giunto sulla porta dello spaccio della Midway, si ferm,
la mano sulla maniglia. Dietro il bancone c'era un vecchio
che Elliot ricordava dai giorni delle sbronze. Entrando,
cap che quell'uomo non si ricordava di lui n gli interessava
sapere chi fosse. Il negozio era bigio; uno spesso strato
di polvere copriva il banco, gli scaffali, le bottiglie stesse.
Persino il vecchio commesso aveva un'aria impolverata.
Elliot compr una bottiglia di scotch King William e
se l'infil nella tasca interna del cappotto.
Passando di fronte alle vetrine della Midway Tavern,
Elliot vide le bottiglie luccicanti schierate dietro il bancone.
Il locale era affollato di uomini che avevano terminato
il turno pomeridiano nelle fabbriche di scarpe e di
feltri. Nessuno si volt a guardarlo quando entr. Occup
l'unico sgabello vuoto accanto al banco. Il cuore gli batteva
forte. Dal jukebox veniva la voce di Bruce Springsteen.
Il barista era un buttafuori di Pittsfield che si chiamava
Jackie G., con cui Elliot si era spesso intrattenuto a
chiacchierare. Jackie G. lo salut come se lo avesse visto
la sera precedente. - Ehi, come va?
- Salve, - disse Elliot.
Gli abiti formali di Elliot attirarono l'attenzione di un
paio di avventori. Davanti al barista, si sent obbligato a
spiegare la sua presenza. - Passavo di qui, - disse a Jackie
G. - Ho pensato di farmi un bicchierino. Ho visto le luci.La neve... - Ridacchi cordiale.
- Buona idea, - disse il barista. - Scotch?
- Doppio, - disse Elliot.
Quando Elliot fece scivolare due dollari in avanti sul
bancone, Jackie G. ne respinse uno. - A quest'ora c' lo
sconto.
- Ah, - fece Elliot. Guard Jackie che versava il doppio
whisky. - Giusto in tempo.
Dopo essere entrato in garage, Elliot rimase seduto nell'auto
per cinque minuti con il motore acceso e Hndel a
tutto volume. Aveva guidato da East Ilford in un'estasi
barocca, muovendosi e dondolando e cantando con la musica.
Quando la cassetta fin, spense il motore e riemp di
whisky una confezione vuota di succo di mela, che nascose
prudentemente sotto il sedile. Poi entr in casa, portando
con s il nastro e lo scotch. Era disteso sul divano
nel soggiorno buio e ascoltava il Largo quando ud sul vialetto
il rumore dell'auto di sua moglie. Prima che Grace
avesse salito i gradini ghiacciati della veranda sul retro, era
riuscito a nascondere il whisky e a risciacquare il bicchiere
nell'acquaio. La vita del bevitore, pens, andava vissuta
momento per momento.
La sent armeggiare con il cappotto nel minuscolo spogliatoio.
Sfilandoselo, urt uno degli sci da fondo appoggiati
alla parete. Elliot non li usava ormai da pi di un anno.
Lei entr in cucina e si sedette per togliersi gli stivaletti.
Il volto magro e lentigginoso era acceso per il freddo,
ma gli occhi erano velati di stanchezza. - Perch non
porti gli sci in garage, - gli disse. - Non li usi mai.
- Mi piace pensare, - disse Elliot, - di poter incominciare
la giornata sciando.
- Be', non lo fai mai, - disse lei. - Da quanto tempo
sei arrivato?
- Praticamente sono appena entrato, - disse lui. Era
furioso perch gli aveva fatto notare che non sciava pi la
mattina. - Mi sono fermato alla biblioteca Conway per
prendere il nuovo Classical World della Oxford. Candace
l'ha ordinato.
Lei assunse un'espressione preoccupata. Aveva colto
qualcosa nella sua voce. Con terrore e amara soddisfazione,
Elliot osserv sua moglie mentre si accorgeva dell'odore
del whisky.
- Oh Dio, - disse lei. - Non  possibile.
Facciamola finita, pens lui. Ora che siamo in ballo,
balliamo.
Lei raddrizz la schiena e lo guard con un'espressione
spaventata.
- Oh, Chas, - disse, - come hai potuto?
Per un attimo fu tentato di spiegarle tutto.
- Il fatto , - disse a sua moglie, - che odio la gente che
comincia la giornata facendo sci di fondo.
Lei scosse la testa, poi appoggi la fronte sulle palme
delle mani e pianse.
Lui guard la propria immagine distorta nella finestra
della cucina. - Anzi, per prima cosa domani mattina tirer
un filo d'acciaio ad altezza d'uomo sulla pista degli Anderson.
Gli Anderson erano i vicini di casa degli Elliot. Loyall
Anderson era ordinario di diritto pubblico all'universit
di stato, a trenta miglia da li. Anderson era biondo, come
la moglie, ed entrambi superavano il metro e ottanta. Avevano
due bambini biondi che rientravano nel gruppo degli
alunni pi dotati della scuola locale ma che, per coerenza
con l'egualitarismo degli Anderson, frequentavano
una classe normale.
- S, - disse Elliot. - Tendere fili  un buon esercizio.
Un'affermazione di vitalit, in un certo senso.
Gli Anderson iniziavano ogni santo giorno percorrendo
ad andatura sostenuta una pista da fondo al cui mantenimento
contribuivano personalmente. Sciavano con stile
e offrivano uno spettacolo piacevole, sano. Se sul percorso
incrociavano una motoslitta, Darlene Anderson
ansimava e tossiva ostentatamente per esprimere la propria
contrariet. Se la motoslitta procedeva nella loro stessa
direzione e la pista era stretta, gli Anderson si rifiutavano
di lasciarsi sorpassare, rivendicando il diritto di precedenza
che la legge garantiva agli sciatori.
- Non intendo ascoltare le tue fantasie violente, - disse
Grace.
Elliot immaginava un cavo affilato, del tipo in uso nell'esercito.
Immaginava gli Anderson decapitati, il loro sangue
e i vivaci berretti da sci in risalto sulla pista bianca.
Immaginava le teste mozzate, i limpidi occhi azzurri e i
grandi denti bianchi che riflettevano la neve verginale del
mattino. L'odio di Elliot per le motoslitte era nulla in confronto
a quello che nutriva per gli Anderson.
Guard sua moglie e vide che aveva smesso di piangere.
Il suo volto allungato, elegante, era rigido e senza labbra.
- Capisci? Per Loyall e Darlene un cavo ad altezza di
genitore. E un bel cavetto a livello di bambino per Skippy
e Samantha, quelle piccole pesti scatenate.
- Smettila, - gli disse lei.
- Scusa.
Paralizzato dalla vergogna, and a prendere la bottiglia
nell'armadietto in cui l'aveva nascosta e si vers da bere.
Era consapevole dello sguardo di Marge. Mentre beveva,
gli venne in mente un frammento della Medea tradotta dal
marito di Candace. Vecchio amico, devo piangere. Gli di
e io siamo impazziti insieme e abbiamo reso le cose quelle
che sono. Che spreco; diciotto mesi di resistenza gettati al
vento. Ma era impossibile rimettere il whisky in bottiglia.
- Mi dispiace molto, - disse. - Tu sai che mi dispiace
molto, vero, Grace?
Le dolci arie di Hndel continuavano a diffondersi dalla
stanza accanto.
- Devi smetterla, - disse lei. - Devi importi di smetterla
prima di perdere il controllo.
- La situazione mi  sfuggita di mano, - disse Elliot.
Le mostr le palme vuote. - Non dipende da me.
- Perderai il lavoro, Chas -. Marge si alz e si appoggi
al tavolo, fissandolo con occhi sbarrati. Per quanto
ubriaco, il panico nella sua voce lo spavent. - Finirai di
nuovo in prigione.
- Uno ci prova, - disse Elliot, - e poi vede come va.
- Come hai potuto? - gli domand lei. - Me l'avevi
promesso.
- Un conto sono le promesse, - disse Elliot, - un conto
come vanno le cose.
- L'ultima volta avrebbe dovuto essere l'ultima, - disse
lei.
- Gi, mi ricordo.
- Non ti sopporto, - disse lei. - Mi fai diventare matta -.
Si torse le mani. - Ecco vedi? Adesso mi viene una
crisi isterica.
- Cosa posso dire? - chiese Elliot. Afferr la bottiglia
e si riemp ancora il bicchiere. - Forse non dovresti guardarmi.
- Ti aspetti che io sia paziente, Chas? Non lo sar.
- L'ultima cosa che voglio, - disse Elliot, -  litigare.
- Be', cazzo, io si. Nessuno ti ha costretto a bere. Non
dovevi fare altro che tornare a casa.
- Forse era quello il problema.
Poi si scans, evitando all'ultimo istante l'oggetto che
stava per colpirlo in fronte. Mentre si piegava, ud un rumore
di vetro infranto e si sent avvolgere da una sottile
pioggia di schegge. Gli aveva scagliato addosso la zuccheriera,
che aveva colpito la parete sopra la sua testa, ed Elliot
aveva zucchero e vetro nei capelli.
- Bastardo! - url lei. - Vuoi distruggermi!
- Non dovresti tirarmi le cose addosso, - disse Elliot.
- Io non l'ho mai fatto.
Marge si blocc, rimanendo immobile nel suo gesto, e lui
and in soggiorno a spegnere la musica. Quando rientr in cucina
lei era appoggiata alla parete e si massaggiava il gomito destro
con la mano sinistra. Aveva gli occhi lucidi. Nell'altra mano
teneva uno stivaletto che aveva raccolto dal pavimento.
- Cosa diavolo vuol dire, che forse era quello il problema?
Con mano malferma Elliot pos il bicchiere sul bordo
dell'acquaio e si volt verso di lei. - Che cosa voglio dire?
Voglio dire che per la maggior parte del tempo metto un
piede davanti all'altro come un bravo soldato e tengo alta
la testa. Ma ci sono momenti in cui penso che non sar
mai abbastanza morto, o morto da abbastanza tempo, per
togliermi dalla bocca il gusto di questa vita. E questo che
voglio dire.
Lei lo guard con occhi asciutti. - Mi dispiace per te, -
disse.
- Quello che devi capire, Grace,  che questa bevuta, -
alz il bicchiere verso di lei in segno d'augurio, -  l'unica
cosa degna che ho fatto nell'ultimo anno e mezzo.
L'unica cosa nella mia vita che abbia significato, la cosa
pi vicina alla soddisfazione. Come puoi negarmela?  il
meglio di cui sono capace.
- Passerai il limite, - gli disse. - Vedrai.
- Cos', Grace? Una minaccia di abbandono? - Digrignava
i denti. - Non farmi ridere. Tu, andartene? Tu, l'amica
degli sfortunati?
- Non toccarmi, - disse lei vedendo la sua espressione.
- Non azzardarti.
- Tu, la Regina cristiana del Calvario, andartene? Non
posso assolutamente crederci.
Lei si pass una mano tra i capelli e si morse le labbra.
- No, siamo abituate a rimanere, - disse. Rabbia e disperazione
la ringiovanivano. Le guance in fiamme risaltavano
sul pallore del volto. - Nella mia famiglia siamo abituate
a rimanere finch lui muore.  la tradizione. Rimaniamo
a riempirgli il bicchiere fino alla morte.
Lui pos lo scotch e scosse il capo.
- Pensavo che ce l'avremmo fatta, - disse Grace. - Ne
ero sicura.
- E invece no, - disse Elliot. - Per niente.
Rimasero in silenzio per un minuto. Elliot si sedette al
tavolo coperto da una tela cerata. Grace gli gir attorno e
si vers da bere.
- Mi stai distruggendo, Chas. Mi stai rendendo la vita
impossibile e non so cosa fare -. Trangugi il whisky con
un fremito. - Non rimarr ad assistere a un'altra sbronza.
Te lo dico subito. Non ne ho la forza. Morirei.
Lui non osava guardarla. Osservava i fiocchi di neve
posarsi sul vetro della porta di cucina. - Fai come ti senti
di fare, - disse.
- Non ne posso pi, - disse lei, in tono non di rimprovero
ma misurato e ragionevole. - Siamo a febbraio. E stamattina
sono andata in tribunale e ho perso Vopotik.
Ancora una volta, pens lui, i miei problemi scompariranno
di fronte a quelli dei bisognosi e meritevoli. Disse:
- Chi  gi?
- Non te lo ricordi? Il bambino di tre anni con le dita
rotte.
Lui scroll le spalle. Grace bevve un altro sorso.
- Te ne ho parlato. Ti ho detto che avevo un bambino
di tre anni con le dita rotte, e tu hai detto, Forse doveva
dei soldi a qualcuno.
- Gi, - fece lui, - ora ricordo.
- Dovresti vederli i Vopotik, Chas. La madre  una ragazzina
obesa, tanto giovane che a un certo punto ero convinta
di poterla mandare in riformatorio. Lui appartiene
a una banda di motociclisti. Credono che il bambino sia
venuto da un altro pianeta per controllare la loro vita. Ci
credono davvero, tutti e due.
- Non dovresti farti coinvolgere cos, - disse Elliot.
- Faresti meglio a lasciare il caso agli assistenti sociali.
- Il primo assistente sociale l'hanno fatto scappare in
California. Pensa che mi seguivano quando andavo al lavoro.
- Non me l'hai detto.
- Stai scherzando? - chiese lei. - Certo che no Con
grande sorpresa di Elliot, sua moglie si vers un secondo
whisky. - Sai come chiamano il bambino? Lo chiamano
fighetto. Lei gli si rivolge dicendo, Ehi, fighetto -.
Grace rabbrivid di disgusto. - Non immagini! La mamma
che mastica barrette di cioccolata. Il bambino che puzza
di cacca. Sono sballati dal mattino alla sera, ma oggi
nessuno va in galera per questo.
- Se ce qualcosa che la gente detesta, - disse Elliot, -
 sentirsi dire che non alleva bene i propri figli.
- Davvero, - disse Grace. - Hai proprio ragione -. Rimescolava
il whisky, fissando il bicchiere accigliata. - Il
piccolo Vopotik morir, temo.
- Ma no, - disse Elliot.
- Credo che questo bambino morir, - disse Grace. Inspir,
gonfi le guance e lo guard con aria sconsolata.
-  un caso limite. Certo, a volte ti chiedi se essere vivi o
morti fa davvero qualche differenza. E questa la domanda
principale, vero?
- Scommetto che  l'unica domanda che ti sei mai posta.
- Me la sono posta, eccome, - disse lei. - Ti chiedi: 
meglio che sopravvivano? Che continuino il ciclo? - Si
port una mano ai capelli e scosse la testa, come per chiarirsi
le idee. - Tra questa gente, Dio mio, ci sono dei poveretti
che non sanno neanche in che giorno vivono.
- Per molti di loro  un'impresa impossibile, - acconsent
Elliot.
- E i bambini sono piccoli, a portata di mano e di piede.
Fanno chiasso. Non possono restituirti i colpi.
- Immagino che maltrattare i bambini sia un'attivit
socializzante, - disse Elliot.
- Certi bambini sono insopportabili. Non c' dubbio.
- Questo non lo so, - disse Elliot.
- Forse dovresti smetterla di lamentarti. Forse sei un
privilegiato. Forse per i tuoi figli  stato meglio non nascere.
- Meglio o no, - disse Elliot, -  andata cos.
- Voglio dire i nostri figli, naturalmente, - disse Grace.
- Non ti sto dando la colpa, capisci? E solo che siamo qui,
tu sei di nuovo ubriaco e io ho perso Vopotik, cos ho pensato,
perch non affrontare le grandi, impronunciabili domande? -
Si alz e passeggi su e gi per la cucina, con le
braccia incrociate. - Oh, - disse quando lo sguardo le cadde
sulla bottiglia, -  roba buona, Chas. Ti dispiace se ne
prendo un altro? Te ne lascer abbastanza per ubriacarti.
Elliot la guard mentre si versava il whisky. Quanto dolore,
pens; quanta rabbia e confusione. Era stanco di
dolore, rabbia e confusione; erano proprio le cose che lo
avevano messo nei guai quella mattina.
Lo scotch sembrava conferirgli una lucidit perversa,
quando tutto ci di cui aveva bisogno era l'oblio. La collera,
in particolare, rimaneva intatta anche sotto spirito.
I suoi contorni erano palpabili, le estremit sanguinanti.
L'alcol era ottimo per la collera. La faceva ardere fino alla
fine della notte pi buia.
- Che cos' successo in tribunale? - chiese alla moglie.
Lei si appoggiava alla parete con un braccio, flettendo
il corpo lungo e forte. Teneva in mano il bicchiere e fissava
con rabbia la campagna invisibile fuori dalla finestra.
- Ho perso il bambino, - disse.
Elliot pens che era uno strano modo di esprimersi.
Non disse nulla.
- La corte si  riunita in un'atmosfera di grande ilarit.
Da queste parti forse  il Mese dell'Odio, ma gi al tribunale
di Ilford erano tutti amiconi. L'aula era piena di motociclisti
e dei loro avvocati. Una folla pittoresca. Grande
cameratismo Bevve e rabbrivid. - Non gli sono piaciuta
troppo. Le donne avvocato non piacciono mai troppo.
Neanche al giudice. Il giudice  un tipo molto amato. 
uno alla mano.
- Quale giudice? - chiese Elliot.
- Buckley. Ha circa sessant'anni, lo conosci? E il naso
gonfio di vene...
Elliot scroll il capo.
- Credevo di essermi preparata per bene, - gli disse
Grace, - ma di colpo mi sono trovata con in mano soltanto
un pugno di carte. Nessun testimone. Era stato Margolis
al Valley Hospital il primo ad accorgersi delle ustioni
provocate dal termosifone. Ci aveva avvertiti lui. All'improvviso
decide che non pu spostare la prenotazione
del campeggio a St. John. Cos Buckley non ha tenuto conto
della sua testimonianza -. Si morse un'unghia. - Gli assistenti
sociali poi sono scomparsi, uno  a Los Angeles,
l'altro in Nepal. Mi sono trovata sola in tribunale. Ho perso
il bambino.
- Succede spesso, - disse Elliot. - No?
- Questa volta non doveva succedere, Chas. Quella
gente non  solo confusa. Sono dei delinquenti. Fanno
schifo.
- Se vai a frugare nella vita di chiunque, - disse Elliot,
- scoprirai le stesse cose.
- Se il bambino rimane in quella casa, - disse lei, - morir.
- Hai fatto del tuo meglio. Non pensarci pi.
Lei spinse via la bottiglia. Aveva in mano un bicchiere
da bibita pieno di whisky per quasi un terzo.
-  quel che ha detto il questore.
Elliot pensava a come dovevano averla vista in tribunale
il giudice dalla faccia rubizza, i motociclisti e i loro
avvocati. Come le maestre che avevano tormentato la loro
infanzia, severe e inibite, moraliste e prive di senso dell'umorismo.
Non c'era da stupirsi che il verdetto fosse stato
sfavorevole.
Elliott si avvicin alla finestra e guard di nuovo il proprio
riflesso. - Il tuo ottimismo continua a sorprendermi.
- Il mio ottimismo? Dove sono cresciuta io la principale
espressione di cultura era il funerale. Qualsiasi cosa
sia a sostenermi, non  l'ottimismo.
- Ah no? - chiese lui. - E che cos'?
- Non lo so pi, - rispose lei.
- Forse la tua prospettiva religiosa. La tua fede nel disegno
divino.
Lei sospir esasperata. - Senti, non ho pi voglia di
combattere. Mi dispiace di averti lanciato addosso la zuccheriera.
Non sono il tuo angelo custode. Prenditela con
qualcuno della tua taglia.
- A volte, - disse Elliot, - cerco di immaginare che effetto
fa essere convinti che il cielo sia pieno di cura e attenzioni.
- Vuoi privarmi di quel poco che mi rimane? - Lei si
alz, sostenendosi allo schienale della sedia. - Non puoi.
 la sola parte della mia vita che non puoi rovinare.
Elliot pensava che se non fosse stato per lei forse non
sarebbe sopravvissuto. Si stava comportando in modo imperdonabile.
- La tua vita? Tutta questa compassione che
si dispiega tra Monadnock e l'America centrale. E guarda
te stessa. Guarda la tua vita.
- Gi, - disse lei, - guardala.
- Avresti dovuto farti suora. Non sai vivere.
- Lo so, - disse lei. - Ecco perch ho smesso con il
counselling. Perch preferisco parlare della legge che della vita -.
Si gir a guardarlo. - Ti sei preso tutto quello che avevo,
Chas. Quello che mi rimane mi  indispensabile.
- Giuro che preferisco essere alcolizzato, - disse Elliot,
- piuttosto che sforzarmi di credere a certe stronzate.
- Be', dovrai fare a meno di una spalla, - gli disse, -
perch questa volta non sar qui per te. Che tu ci creda o
meno.
- Non ci credo, - disse Elliot. - Non saresti pi la mia
Grace.
- Bravo, complimenti, - gli disse lei. - Adesso vuoi farmi
vergognare del mio nome.
- Adoro il tuo nome.
Suon il telefono. Lo lasciarono squillare tre volte, poi
Elliot and a rispondere.
- Ehi, chi parla? - domand una voce gioviale.
Elliot recit il loro numero telefonico.
- Voglio parlare alla tua donna, amico. Passamela.
- Le riferir il messaggio, - disse Elliot.
- Passami la tua donna, amico. Corri a chiamarla.
Elliot guard il ricevitore. Scosse la testa. - Mr. Vopotik?
- Non sono cazzi tuoi, amico. Non voglio parlare con
te. Voglio parlare con quella puttana scheletrica.
Elliot riattacc.
-  lui? - chiese Grace.
- Credo di s.
Aspettarono che il telefono suonasse di nuovo, cosa che
accadde di l a poco.
- Gli parlo io, - disse Grace. Ma Elliot aveva gi alzato
il ricevitore.
- Chi sei, brutto stronzo? - si inform la voce. - Come
cazzo ti chiami?
- Elliot, - disse Elliot.
- Ehi, non riattaccare mentre ti sto parlando, Elliot. O
te ne pentirai. Ti ho detto di andare a chiamare quella puttana
scheletrica, amico. Sbrigati.
All'altro capo della linea si udivano in sottofondo i rumori
di una festa, uno stereo e voci di ubriachi.
- Ehi, - intim la voce. - Ehi, non farmi aspettare,
amico.
- Cosa vuole dirle? - chiese Elliot.
- Non sono cazzi tuoi, idiota. Fai quello che ti dico.
- Mia moglie sta riposando, - disse Elliot. - Prendo io
le sue telefonate.
Gli rispose un urlo di rabbia. Pos la cornetta per un
momento e fin il bicchiere di whisky. Quando la riprese
l'uomo inveiva contro di lui. - Quella puttana ha cercato
di sfasciare la mia famiglia! E c' quasi riuscita. Sai quanto
c' stata male mia moglie?
- No, quanto? - chiese Elliot.
Per qualche secondo sent solo il baccano della festa.
- Ehi, non sarai mica sbronzo, eh?
- No di certo, - insistette Elliot.
- Di' a quella puttana scheletrica che pagher per quello che ha fatto alla mia famiglia. Dille che pu scappare
ma non riuscir a nascondersi. Andate pure dove volete,
in California o da un'altra parte, vi trover.
- Visto che ci ha telefonato, - disse Elliot, - vorrei farle
un paio di domande. Mi promette di non arrabbiarsi?
- Smettila! - gli disse Grace. Cerc di strappargli il ricevitore,
ma lui se lo premette sul petto.
- Tiene un diario? - chiese Elliot all'uomo. - Che misura
porta di cappello?
- Forse credi che non possa metterti le mani addosso, - disse l'uomo. - Ma lo far, amico. Non mi importa chi
sei, lo far. Lo faranno i fratelli.
- Be', non c' bisogno di andare in California. Sa dove
abitiamo.
- Per amor del cielo, - disse Grace.
- Cazzo se lo so, - disse l'uomo al telefono. - Puoi star
sicuro.
- Venga a trovarci, - disse Elliot.
- Cosa? - chiese l'uomo al telefono.
- Ho detto venga a trovarci. Parleremo di viaggi spaziali.
Comete e roba del genere. Parleremo delle proiezioni
astrali. Le lune di Giove.
- Attento a quel che dici, coglione.
- Venga, - insistette Elliot. - Non si preoccupi se il suo
cervellino non capisce. E porti quella grassona di sua moglie
e il ragazzino che prendete a botte.
Il telefono traboccava di musica e urla. Elliot lo allontan
dall'orecchio.
- Bel lavoro, - gli disse Grace quando ebbe riattaccato.
- Spero che venga, - disse Elliot. - Gli far saltare le
budella.
Scese con prudenza le scale della cantina, accese la luce
e cominci a cercare il fucile da caccia nell'ombra piena
di ragnatele e lenze ingarbugliate. Gli ci vollero quindici
minuti per trovare l'arma e l'occorrente per pulirla.
Mentre era di sotto, ud nuovamente il telefono e sua moglie
che rispondeva. Torn di sopra e dispose tutto l'armamentario
sul tavolo di cucina. - Era lui?
Lei annu stancamente. - Ha chiamato per farci sentire
il rumore di una motosega.
- Conosco la solfa, - disse Elliot.
Mont lo scovolo e l'introdusse nella canna del fucile.
Grace lo osservava tenendosi una mano sulla fronte. - Dio, -
disse, - che cosa ho fatto? Sono ubriaca.
- Il pi delle volte, - disse Elliot, esaminando l'interno
della canna, - mi sento impotente di fronte alle miserie
umane. Stanotte sono pronto ad agire.
- Non ne posso pi, - disse Grace. - Ho toccato il fondo,
Chas. Sul serio.
Elliot infil nel fucile da caccia tre cartucce rosse e con
un rumore rassicurante caric l'arma. - Io invece sono
pronto ad adottare una soluzione radicale. Sparger i pezzetti
di quello slovacco decerebrato per tutto il cortile.
- Non  slovacco, - disse Grace. Era in piedi al centro
della cucina, a occhi chiusi. Aveva il volto terreo.
- Come sarebbe? - domand Elliot. - Certo che  slovacco.
- No, - disse Grace.
- Che vada a farsi fottere. Non mi importa cos'. Gli
brucio il culo.
Prese dalla scatola una manciata di cartucce e se le cacci
nelle tasche della giacca.
- Non ho intenzione di rimanere con te, Chas. Mi hai
capito?
Elliot si avvicin alla finestra e sbirci fuori verso il vialetto.
- Non verr da solo. Quelli si muovono a branchi.
- Dio santo! - grid Grace, e un attimo dopo si precipit
verso il bagno al piano di sotto. Elliot usc, spense la
luce della veranda e accese il faro sopra la porta del granaio.
Rientrando, sent Grace che vomitava nel gabinetto.
Spense la luce in cucina.
Era ancora in piedi accanto alla finestra quando Grace
gli si avvicin alle spalle. Era una sensazione strana e fatidica
trovarsi al buio accanto a lei, con il fucile in mano.
Si sentiva pronto a tutto.
- Non posso lasciarti qui da solo con un fucile carico.
Come faccio?
- Va' di sopra, - disse lui.
- Se andassi di sopra significherebbe che non mi importa
che cosa accadr. Mi capisci? Se me ne vado vuol
dire che non me ne importa pi. Capito?
- Smettila di chiedermi se capisco, - disse Elliot. - Capisco
benissimo.
- Non riesco a pensare, - disse lei con voce disgustata.
- Forse non me ne importa. Non so. Vado di sopra.
- Bene, - disse Elliot.
Quando fu salita, Elliot port fucile e whisky nel soggiorno
buio e si sedette in poltrona accanto a una finestra
con le tende di pizzo. Il potente faro del granaio illuminava
il viale d'accesso per tutta la sua lunghezza e l'intero
cortile. Dalla finestra lo sguardo dominava per miglia
la strada verso East Ilford. Il nemico poteva arrivare solo
dalla statale a due corsie che correva in quella direzione.
Beveva e guardava la neve, giocherellando con la sicura
del Remington calibro 12. Ora non provava pi n
preoccupazione n rabbia, ma solo l'impazienza di affrontare
quello che la notte avrebbe portato. L'ubriachezza
e il ritmo silenzioso della nevicata si combinavano
nell'infondergli una sensazione di estraneit dal tempo e
dalla logica.
Seduto nella stanza buia, ripens al sogno di Blankenship.
Vide i bunker e i reticolati di qualche avamposto
scomparso da tempo. Risent l'odore rancido della notte,
il temuto avvicinarsi della sera e il crepuscolo subitaneo, i
misteri dell'oscurit esterna: paura, lotta e morte. Snervato
dall'alcol, pianse. Elliot capiva le lacrime altrui ma si
vergognava delle proprie. Le considerava infantili, nulla
pi che escrementi. Soffoc quella parte di s che le aveva
provocate.
Ora il whisky scendeva liscio come l'acqua. Al di l del
sottile strato di ghiaccio sui vetri, fiocchi illuminati roteavano
e si adagiavano sonnolenti sui rami gi carichi dei
pini. Dopo la guerra aveva trovato una vita, ma anche in
quella vita sedeva al buio, armato, furente, in attesa.
La neve cadeva e le palpebre si appesantivano. Aveva
l'impressione di essere risucchiato dalla tormenta e cominci
a fantasticare che fosse vero. Immaginava che la
sua vita, con tutti i desideri e gli accessori, si stemperasse
in un bianco oblio, ogni cosa risolta e conclusa. Forse gli
sarebbe piaciuto.
Quando si svegli, la mano sinistra gli si era intorpidita
sul ponticello del fucile da caccia. Una luce pallida, delicata
inondava il soggiorno. Guard fuori e vide che la
tempesta era finita, il cielo sereno e radioso. Il sole non si
era ancora levato sull'orizzonte.
Lentamente Elliot si alz in piedi. Il veleno che gli pulsava
nelle braccia e nelle gambe gli ricord la realt delle
cose. Fin il bicchiere di whisky che era sul davanzale accanto
alla poltrona. Poi prese una giacca a vento dal ripostiglio
nell'ingresso, mise il fucile in spalla e usc.
Dietro la casa si stendevano due acri privi di vegetazione;
pi avanti un sentiero conduceva a una depressione
acquitrinosa dove crescevano i pini. Oltre la conca, i
pascoli bianchi arrivavano fino al crinale della collina, lucenti
sotto il cielo sempre pi chiaro. Una fila di olmi scheletrici
carichi di neve segnalava il corso ghiacciato dello
Shawmut Brook.
S'infil un paio di occhiali da sci che aveva trovato in
una tasca della giacca a vento e si diresse verso i pini, imbracciando
il fucile, avanzando prudentemente passo dopo
passo nella neve che gli arrivava al ginocchio. Due corvi
roteavano alti, le loro grida rauche esplodevano nel silenzio
del mattino. Quando il sole sorse sul crinale, Elliot
si ferm e inspir a fondo. Sentiva sul viso il calore dei
raggi e chiuse gli occhi. Non c'era vento e faceva molto
freddo.
Solo dopo qualche secondo di immobilit comprese la
propria stanchezza. Il fucile gli pesava. L'idea di procedere
ancora di un passo nella neve gli infondeva una spossatezza
infinita. Apr gli occhi e li richiuse. Con l'alba il
mondo si era acceso di azzurro e bianco, e malgrado le lenti
scure il biancore lo abbagliava, gli faceva male alla testa.
Dietro le palpebre, immagini ipnagogiche formavano
un cielo tropicale pieno di nubi monsoniche. Sbadigli.
Pi di ogni altra cosa desiderava stendersi sulla neve morbida
e pura. Era certo che si sarebbe addormentato all'istante.
In piedi in mezzo al campo ascoltava i corvi. Paura, rabbia
e sonno erano le tre condizioni primarie della vita. L'aveva
imparato laggi. Una volta aveva creduto che la peggiore
fosse la paura, ma aveva imparato che invece era la
rabbia. Niente poteva guarirla, n alcol n farmaci. Era
subdola come un verme. Non gli dava requie. Il sonno era
di gran lunga la migliore.
Apr gli occhi e riprese a camminare, finch giunse sul
crinale che sovrastava l'acquitrino. Proprio sotto di lui uno
sciatore scivolava tra le code di gatto gelate e gli aceri spogli.
Elliot si ferm e osserv l'uomo che stava avvicinandosi.
Aveva il volto nascosto da un passamontagna rosso e
blu. Portava occhiali da sci, una tuta azzurra e un berretto
norvegese di lana rossa. Procedeva silenzioso, piegandosi
con eleganza a ogni curva. Giunto ai piedi del pendio
su cui si trovava Elliot, l'uomo alz gli occhi, lo vide e si
ferm. Lo fiss per un momento e poi cominci a salire a
lisca di pesce. In breve tempo giunse a pochi metri da Elliot.
Si tolse gli occhiali, e dietro il passamontagna Elliot
riconobbe gli occhi azzurri del suo vicino, il professor
Loyall Anderson. Il fucile si fece pi pesante. Elliot sbadigli
e scosse la testa, cercando invano di chiarirsi le idee.
Gli occhi di Anderson gli provocarono un fremito di repulsione.
- A che cosa intende sparare? - gli chiese il giovane
professore, facendo un cenno in direzione del fucile che
Elliot imbracciava.
- A qualsiasi cosa, - disse Elliot.
Anderson lanci un'occhiata ai pascoli lontani alle sue
spalle e si rivolse di nuovo a Elliot. L'apertura del passamontagna
si riemp di denti. Elliot pens che la chiostra
di Anderson era proprio come se l'era immaginata. - Be',
le vacche di Polonski sono nella stalla. Quelle almeno sono
al sicuro - disse il professore.
Elliot si rese conto che si trattava di una battuta e sorrise.
- Gi, - convenne.
Il professor Anderson e la moglie avevano proposto di
vietare l'uso delle armi da fuoco nel territorio del comune
di East Ilford. L'iniziativa era stata respinta: East Ilford
non era quel tipo di citt.
- Credo che andr fino al fiume, - disse Elliot. L'aveva
detto solo per riempire il silenzio prima che l'altro riprendesse
a parlare. Aveva paura di quello che Anderson
poteva dire e di quello che poteva succedere.
- Sa, - disse Anderson, - laggi  tutta riserva per gli
uccelli ora.
- Certo, - rispose Elliot.
Con quell'abbigliamento da sci, il professore suscitava
in Elliot una rabbia istintiva. Il passamontagna gli conferiva
l'aspetto di una specie di bambola, una maschera kachina
o una marionetta. Gli occhi e la bocca, isolati dal resto,
erano sgradevoli.
Elliot si domand se Anderson si fosse accorto dell'odore
di whisky del suo alito. Tolse la sicura al fucile, premendo
il pulsante rosso.
- A parte gli scherzi, - disse Anderson, - devo continuamente
invitare i cacciatori ad andarsene. Certa gente
non capisce la parola divieto.
- Io non lo farei, - disse Elliot. - Avrei paura.
Anderson scosse il capo, come ridendo. - Davvero? -
chiese in tono allegro.
Elliot immagin di appoggiare la canna del fucile contro
i denti di Anderson. Sotto una scarica di pallettoni,
pens, forse si infrangerebbero con un rumore di porcellana.
- Gi, - disse Elliot. - Non si sa mai con la gente
che non si conosce. Potrebbero offendersi solo perch sono
vivo. E scocciarsi di sentirsi dire dove possono sparare
e dove no.
I denti di Anderson rimasero al loro posto. - E piuttosto
strano. Voglio dire, offendersi perch qualcuno 
vivo.
- Tutto  relativo, - disse Elliot. - Potrebbero pensare,
Perch lui  vivo e mio fratello no? oppure, Perch
lui  vivo e io no?
- Oh, - disse Anderson.
- Capisce? - disse Elliot. Sempre guardando Anderson,
arretr con un lungo passo. - Tutto  relativo.
- Gi, - disse Anderson.
- Succede spesso, vero? - chiese Elliot. - Spesso i valori
sono relativi.
- S, - disse Anderson. Elliot constat con sollievo che
aveva smesso di sorridere.
- Ho dormito pochissimo, - disse Elliot al professor
Anderson. - Non ho chiuso occhio quasi tutta la notte.
Ho bevuto.
- Oh, - disse Anderson. Si lecc le labbra nell'apertura
del passamontagna. - Dovrebbe riposare un po'.
- Ha ragione, - disse Elliot.
- Be', - disse Anderson, - devo andare ora.
Parlava, not Elliot, con la bocca un po' impastata. La
gola leggermente secca.
-  una bella giornata, - disse Elliot, cercando ora di
mostrarsi cordiale.
- Splendida, - disse Anderson, facendo scorrere gli sci.
- Buona giornata, - disse Elliot.
- S, - disse Anderson, allontanandosi.
Elliot si mise il fucile in spalla e osserv la ritirata di
Anderson attraverso la palude gelata. Era davvero una bella
giornata, ma le condizioni del tempo non lo confortavano.
Gli mancavano la notte e la nevicata.
Sulla via del ritorno, si rese conto che avrebbe dovuto
sopportare per giorni e giorni la frenetica energia del
whisky. Il whisky l'avrebbe sospinto finch non fosse
crollato. Scosse la testa con rimpianto.
-  una rivoluzione, - disse ad alta voce.
Immaginava di parlare a sua moglie.
Ubriacarsi era un'insurrezione, una rivoluzione - una
brutta rivoluzione. Ci sarebbero stati sfoghi emotivi esagerati.
Meschini ricatti morali e facili pentimenti. Aveva
detto cose terribili a sua moglie. Aveva rovesciato su Anderson
la propria violenza e infelicit, e Anderson non l'avrebbe
perdonato. Ci sarebbe stata ben poca giustizia e
nessuna piet.
Poco lontano da casa, sobbalz udendo il frullo disperato
delle ali di un fagiano. Si blocc, puntando istintivamente
il fucile. Quando vide l'uccello alzarsi in volo, mir,
trattenne il fiato e fece partire un colpo. L'uccello era un
piccolo lampo di colore intenso contro l'azzurro luminoso
del cielo. Per un attimo a Elliot parve di volare. Il colpo
and a vuoto.
Abbassando il fucile, ricord di averlo caricato con cartucce
per cervi. I pallettoni avrebbero polverizzato l'uccello,
ed Elliot fu contento di averlo mancato. Non voleva
nuocere ad alcuna creatura. Poi pens a se stesso, al suo
non voler nuocere ad alcuna creatura e cominci a provare
tenerezza e compassione nei propri confronti. Non appena
si rese conto dell'emozione cui stava indulgendo, la
soppresse. Pisciare e gemere, lamentarsi e piangere, quella
era la natura della droga.
In lontananza le colline restituirono l'eco della detonazione.
Il fumo indugiava nell'aria. Voltandosi indietro,
Elliot distinse tra i pascoli la minuscola figura azzurra e
rossa del professor Anderson, fermo sulla neve. Poi Elliot
riprese a camminare verso casa, e dopo qualche passo faticoso
alz gli occhi e vide sua moglie dietro i vetri della
stanza da letto. Era perfettamente immobile, e il sole del
mattino illuminava il suo corpo nudo. Elliot si ferm di
colpo. Era corsa alla finestra dopo lo sparo. Che cosa si era
aspettata? Stracci bruciati e sangue sulla neve. Provava
davvero sollievo ora? O delusione?
Elliot ebbe l'impressione di sentire il corpo della moglie
tremare. Aveva le braccia intorno al corpo. Le mani
stringevano le spalle. Elliot si tolse gli occhiali e si ripar
gli occhi con la mano. Bloccatosi in mezzo al campo, rimase
a guardarla.
Li separava la lunghezza di un fucile. In qualche modo
lei si era collocata davanti alla canna, dalla parte sbagliata
del reticolato. Guardando bene, l Elliot avrebbe trovato
tutto quello che cercava. Avrebbe trovato se stesso
davanti al mirino.
Com' bella, pens. Un effetto sorprendente. La finestra
era cos trasparente perch l'aveva lavata lui stesso,
con l'aceto. Nei momenti migliori era un uomo puntiglioso
ed esigente.
Elliot cominci a sperare nel perdono. Appoggi il fucile
sull'avambraccio, alz la mano sinistra e le rivolse un cenno.
Fammi un segno, pensava. Per favore, fammi un segno.
Aveva freddo, ma il giorno era ormai chiaro. Elliot non
chiedeva che un gesto. Su quel gesto, avrebbe saputo costruire
un altro giorno. Un altro giorno, non chiedeva altro.
Alz la mano pi in alto e attese.
 
SOTTO I PITONS.

Per tutto il giorno precedente avevano bordeggiato dalle
Grenadines verso la Martinica, dove avrebbero restituito
la barca e preso congedo da Freycinet. Blessington
stava cercando di dimenticare l'angoscia della trattativa,
l'odore della minaccia, la nausea pulsante dietro gli occhi.
Era stato orribile fumare insieme ai trafficanti di St. Vincent,
freddi assassini che amavano circondarsi di una sottile
aura di paura. Ma il francese era un duro.
Al largo di Dark Head avevano sfiorato la collisione
con una chiatta trainata da un rimorchiatore. Blessington,
decisamente fumato, era al timone; aveva posato il suo bicchiere
di Demerara liscio accanto alla chiesuola e osservava
tranquillo le deboli luci del rimorchiatore che procedeva
parallelo a loro a circa un miglio di distanza. La luna,
ancora nascosta dalle montagne, inargentava il
contorno delle alture pi basse dell'isola. Uno spolverio di
stelle non riusciva a disperdere l'oscurit; il mare, nero come
l'inferno, era punteggiato solo da un baluginare fosforescente.
Navigavano ad almeno dieci miglia dalla costa.
Poich l'imbarcazione tendeva a orzare, Blessington
aveva lasciato che il grosso ketch scivolasse nella traccia
di luce viva lasciata dal rimorchiatore. Solo all'ultimo
istante qualcosa gli balen in mente; si volt di scatto e
naturalmente, contro il profilo dei monti disegnato dalla
luna, vide stagliarsi la chiatta, un nero bolide omicida, senza
contrassegni e del tutto privo di luci, diretto proprio
contro di loro. Blessington imprec e gir il timone come
Ezechiele la sua ruota, virando tutto a sinistra, pensando
che se avevano il cavo sotto la chiglia niente li avrebbe salvati,
360 gradi di barra o di orizzonte non sarebbero bastati
per sfuggire al pericolo.
Allora ogni oggetto libero di cadere cadde con grande
fragore, tavolini e sedie si schiantarono in mare dal ponte
di poppa, piatti e bottiglie si infransero, tutto quello che
poteva rompersi si ruppe. L'imbarcazione, il Sans Regret,
cominci ad abbattere con le vele che fileggiavano. La
grossa chiatta li super a un paio di metri a dritta, come
un treno merci silenzioso, rivelata solo dallo sciabordio
della chiglia contro le onde. Un rumore sommesso che si
confondeva con il vento. Mentre si allontanava, la paura
accumulata da Blessington durante il giorno riemerse come
un conato di vomito.
Il francese sbuc imprecando sul ponte e guard verso
il pozzetto, dove Blessington era al timone. Portava i capelli
rasati quasi a zero. I denti gli brillavano alla luce del
fanale in testa d'albero. Stava ripulendosi gli shorts, doveva
essersi versato qualcosa addosso.
- Qu'est-ce que c'est l? - chiese brusco. Blessington
indic l'oscurit nella direzione in cui era scomparsa la
chiatta. Il francese conosceva dell'oceano solo quanto gli
bastava per diffidare di chi lo frequentava. - Quel cul! -
disse selvaggiamente. - Chi ? - Temeva la guardia costiera
e i pirati.
- Per un pelo una chiatta non ci affondava. Niente luci.
Cavo sommerso. Ora  passata.
- Cazzo, - disse il francese, Freycinet. - Perch ti sei
fermato?
- Fermato? - Dopo un momento di perplessit, Blessington
cap: l'imbarcazione aveva perso l'abbrivio per la
virata improvvisa, e Freycinet era convinto che si fosse
fermata, come per l'azione di un freno. Eppure era in mare
da abbastanza tempo per capire qualcosa di navigazione.
Deve aver perso la testa, pens Blessington.
- Non mi sono fermato, Honor.  tutto a posto.
- A momenti mi spaccavo il culo l sotto, - disse Freycinet.
- Marie  caduta dal letto.
Cazzi tuoi, pens Blessington. Ringrazia di non essere
in acqua tra i rottami della tua barca dal nome cos idiota.
- Mi dispiace, amico, - disse.
Sans Regret, con il suo fatale rimando alla Piaf. Gli americani
non avranno una gran cultura, pens Blessington,
ma non c' un solo guardacoste nella marina yankee che
davanti a un'imbarcazione con quel nome non avrebbe il
buon senso di perquisirla. E la cabina puzzava della ganja
resinosa che avevano nascosto, insieme alla cocaina, sotto
la soletta. Nessun insetticida o deodorante ne avrebbe mai
coperto l'odore. La puzza di droga sarebbe probabilmente
rimasta per sempre.
Freycinet ridiscese in cabina senza aggiungere altro; per
ignoranza, si era lasciato sfuggire l'occasione di strigliarlo
per bene. Fatto com'era di alcol e droga, Blessington aveva
tardato ad avvistare la chiatta. Il passaggio del rimorchiatore
avrebbe dovuto metterlo in allarme. Si teneva
sveglio a forza di amfetamina, e vedeva scoccare piccoli
dardi alla periferia del proprio campo visivo, meteoriti
cangianti. Al largo della costa settentrionale di St. Vincent
soffiavano venti micidiali.
Poco prima dell'alba, sulla dritta vide levarsi dal mare
i Pitons, i due picchi che sorgono sulla costa sudoccidentale
di Santa Lucia. Si stagliavano contro il cielo rosato come
un'unica montagna. Era difficile non considerarli di
buon auspicio. Quando il mattino si accese improvviso,
assunsero un colore verde speranza. Quanti cuori, pens,
si sono aperti nel vederli.
Per Blessington rappresentavano la promessa della libert
e del ritorno a casa. Quanto meno della libert. L'isola
successiva era la Martinica, dove avrebbero restituito
la barca, Blessington avrebbe incassato la sua parte e
sarebbe partito per gli Stati Uniti grazie al proprio permesso
di studio. Aveva con s la lettera di ammissione a
una scuola di amministrazione alberghiera in Florida, ma
il suo sogno era aprire un ristorante nei Keys.
Bevve un altro lungo sorso di rum per soffocare l'angoscia
che continuava a opprimerlo. Sotto i primi raggi del
sole il corpo gli si imperl di sudore, cos si sfil la maglietta
e si copr il capo con un berretto da baseball. Florida
Marlins.
Freycinet sali sul ponte.
- Ubriacone di un irlandese, - gli disse Freycinet, notando
la bottiglia.
- Questo proprio no, - disse Blessington. Aveva l'impressione
che per quanto potesse bere, non si sarebbe mai
pi ubriacato. I tre spacciatori di St. Vincent l'avevano reso
sobrio per sempre. Quando li incontr, sull'isola di Canouan,
Blessington sedeva nella veranda della pensione.
Erano arrivati come pantere - nessuna metafora, nessuna
allusione politica. Ogni loro movimento era una sinistra
flessione muscolare, equilibrato e prudente. Avevano corpi
massicci e volti squadrati, pieni di cicatrici. Gli si erano
avvicinati mentre lui si dondolava su una sedia di vimini
con i piedi appoggiati alla ringhiera.
- Frenchy? - aveva sussurrato uno di loro.
In Irlanda Blessington aveva imparato a trattare con
gente pericolosa ed era convinto di saperci fare. Aveva deliberatamente
mantenuto la sua posizione rilassata.
- Conosco l'uomo che cerca, signore, - aveva detto.
- Ma non sono io, purtroppo. Dovrete aspettare.
Alle innocenti parole di Blessington la tensione aveva
pervaso ogni loro fibra, anche se solo un osservatore attento
se ne sarebbe accorto. Accarezzavano armi invisibili
dietro un muro silenzioso e drogato di sospetto che sembrava
impervio alla ragione. Erano zombie senza piet, e
lui, Blessington, rappresentava per loro una perdita di tempo.
Si era imposto di contare fino a trenta, ma arrivato a
dieci aveva tolto i piedi dalla ringhiera.
Riparandosi gli occhi con la mano, Freycinet guard la
costa di Santa Lucia. La vista dei Pitons lo rallegr.
- Ah l. C'est les Pitons, n'est-ce pas?
- Oui, - disse Blessington. - Les Pitons. - All'andata
avevano viaggiato di notte e Freycinet li vedeva per la prima
volta.
Si era alzato il solito vento e Blessington faticava a rimanere
all'altezza dell'isola. Le due donne salirono sul
ponte. Marie, l'amica di Freycinet, era bionda e molto giovane.
Veniva dalla Normandia, e faceva la cameriera nel
bistr fuori Fort-de-France dove Freycinet e Blessington
si occupavano della cucina. A volte aveva un'espressione
cos solare e innocente che era difficile associarla a un balordo
come Freycinet. Altre volte sembrava molto smaliziata.
Era arduo giudicarla davvero, poich era quasi sempre
sotto l'effetto di qualche droga.
Gillian era americana e veniva dal Texas. Aveva il volto
duro e sottile, il naso prominente e il mento deciso. Blessington
immaginava che fosse la figlia di uno di quei texani
rudi e chiassosi che odiano i messicani. Era molto alta,
piuttosto magra e aveva lunghe gambe. Il fisico alto e flessuoso,
il volto interessante l'avevano introdotta nel mondo
delle sfilate di moda a Parigi e Milano. D'altra parte,
le cosce muscolose e il generoso fondoschiena, pur facendo
disperare gli stilisti, la rendevano pi desiderabile.
Avrebbe dovuto essere la compagna di Blessington durante
il viaggio, ma facevano raramente l'amore perch lui, influenzato
dagli altri, aveva cominciato subito a trovarla
antipatica, e probabilmente lei se n'era accorta.
- Oh, wow, - disse Gillian con accento texano, - carine
quelle montagne.
Era il tipico commento americano che suscitava il disprezzo
dei suoi compagni e li induceva a farle il verso -
persino Marie, che non sapeva una parola di inglese. Gillian
era completamente nuda e tutti, l'occitano Freycinet,
la normanna Marie e l'irlandese Blessington le rivolsero
uno sguardo sprezzante e leggermente offeso. Chiunque
altro sarebbe stato perdonato, ma lei era ormai classificata
come un'oca, qualunque cosa facesse.
A Canouan, Gillian aveva adescato uno dei trafficanti
di droga. Quando si erano riuniti a fumare nel loro covo,
nessuno aveva prestato attenzione alle donne. Avevano ripetuto
i termini dell'accordo e tutti si erano dichiarati soddisfatti.
Davanti ai trafficanti, in quell'ambiente carico di
minaccia, Marie era abilmente riuscita a rendersi invisibile.
Gillian invece, con grande umiliazione e preoccupazione
di Blessington, aveva lanciato un segnale inequivocabile
a uno degli uomini, che l'aveva subito raccolto.
Era stata una pazzia. In una situazione cos delicata, cos
maledettamente tesa. Ma lei traboccava di libidine, era
Gillian la texana, e aveva anche coraggio. Blessington aveva
notato che, malgrado l'accento irritante, in realt era
quella che si lagnava meno di tutti. Alla fine, aveva accompagnato
quell'uomo dal fisico imponente nella sua stanza
alla pensione, seguendolo a occhi bassi e rispettosa distanza,
una prigioniera volontaria, un agnello al mattatoio.
Blessington aveva temuto che la costringessero a farlo
con tutti e tre, ma Nigel era stato l'unico. L'aveva riconsegnata
a Blessington con un breve e torvo cerimoniale,
afferrando come un cappio la collana di denti di squalo che
lei portava al collo e tenendola stretta.
- La rivuoi, amico?
A quel punto, Blessington si era chiesto come reagire.
Avrebbe voluto dire a quel fottuto bastardo di tenersela,
ma naturalmente sarebbe stato poco diplomatico. Doveva
sfidarlo e rischiare la vita di tutti? Oppure essere conciliante,
passare per uno smidollato e forse ottenere lo stesso
risultato? Era difficile trovare un compromesso ma
Blessington ci era riuscito, assumendo un atteggiamento
di tacita ironia, ricorrendo al silenzio e al linguaggio del
corpo. In fondo, anche gli irlandesi erano abituati alla sottomissione.
- Ti faccio un regalo, amico. Riprenditi la tua porcellina
rosa. Di tutto cuore.
Con quelle parole, Nigel aveva appoggiato l'enorme mano
dalle nocche spaccate alla faccia pallida e dura di Gillian,
e lei aveva abbassato gli occhi con aria di sottomissione
e un lieve fremito, attenta a non lasciarsi sfuggire un
sorriso. Mentre si allontanavano, Gillian aveva ostentato
noncuranza. Nigel le aveva regalato un braccialetto rasta
di perline rosse, gialle e verdi, i colori di Ras Tafari.
- Trovi che io sia una porcellina rosa, Liam?
Le aveva risposto che non era stato affatto divertente.
Lei aveva continuato a camminare, ridendo, alzando gli
occhi al cielo con le mani giunte ed esclamando: - Oh, Signore!
- Poi, guardandolo, aveva soffocato una risata. Si
era goduta l'esperienza dall'inizio alla fine, era evidente.
Non si toglieva mai il braccialetto.
Anche ora stava rigirandolo con le lunghe dita ossute
della mano destra, i gomiti posati sul ripiano della carta
nautica e il sedere nudo sporgente. Gillian, pallida figlia
della notte, trascorreva lunghe ore sul ponte senza mai
scottarsi n abbronzarsi.
- Come hai detto che si chiama l'isola? - chiese.
- Santa Lucia, - le disse Blessington. - Le montagne
sono i Pitons.
- I Pii-toons? Significa qualcosa di carino in francese?
- Si rivolse a Blessington, poi a Freycinet. - Che mi
dici, Honor?
Freycinet assunse una sgradevole espressione da ratto.
Era di una bruttezza impressionante, pens Blessington,
cosa che Gillian doveva senza dubbio apprezzare. Il francese
aveva enormi occhi scuri dall'espressione bovina, e il
naso appuntito come quello di una marionetta. I capelli a
spazzola mettevano in evidenza il cranio piatto.
- Significa pali, - disse Blessington.
- Pali? Come...
- Bastoni, - disse Blessington. - Verghe. Palizzate.
- Oh, - disse lei, - pali. Come quello a cui hanno legato
Giovanna d'Arco, giusto?
La bocca di Freycinet si apr. Marie rise forte. Gillian
guard maliziosamente Blessington.
- Honor, - disse, - tu es un dindon. Sei un dindon, amico.
Ti sto prendendo per il culo. Capisco benissimo il francese.
Era divertente vederla stuzzicare e confondere Freycinet.
Un gioco pericoloso, ma lo faceva bene, inducendo il
francese a contemplare sbalordito gli abissi della stupidit
di Gillian finch la paranoia non contagiava anche la sua
fiducia in se stesso. Durante quel viaggio di ritorno Blessington
incominciava a trovarla interessante.
- Vi ho raccontato o no che ho sfilato a Parigi per cinque
anni di seguito?
Gillian, che come tutti era sotto l'effetto di alcol e droghe,
cerc presto un riparo dal sole primaverile che saliva
in cielo. Marie la segu in cabina. Freycinet storse il naso
aguzzo.
- Hai sentito cosa ha detto? - chiese a Blessington.
- Che parla francese. Che cazzo significa? Aveva detto,
Non, non lo parlo. Adesso invece...
-  sbronza, Honor.  solo un'oca giuliva.
- Lo spero, - disse Freycinet. Guard verso il ponte di
poppa per essere sicuro che non lo udissero. - Perch... se
ci avesse fregato? Per tutto questo tempo? Se fosse un
agent, un'infiltrata, o magari una spia?
Blessington riflett. Come tutti, l'aveva sempre considerata
solo una sciocca, per quanto perversa, ragazza americana.
Ora, pensando a come rideva di loro, non ne era
pi cos sicuro.
- Pensavo che l'avessi invitata tu. Ha versato la sua
parte?
Freycinet gonfi le guance incavate e scroll le spalle.
- Me l'ha presentata Lavigerie, - disse. L'uomo che si
faceva chiamare Lavigerie era un israeliano di lingua francese
e origini nordafricane, un maneggione di
Fort-de-France. - Ha versato la sua parte, oui. Come tutti gli altri.
Avevano affittato la barca e pagato i trafficanti di St.
Vincent mettendo insieme i loro risparmi. Blessington aveva
investito ventimila dollari, in parte accumulati lavorando
al bistr, in parte presi a prestito da sua sorella e dal
marito, che vivevano a Providence. Sperava di moltiplicare
il capitale e restituire il prestito con gli interessi.
- Ventimila?
- Gi. Venti.
- Be', nemmeno gli americani spenderebbero ventimila
dollari per prendere noi, - disse a Honor. - Siamo pesci
troppo piccoli. Non  nel loro stile.
- Non mi fido pi di lei, - disse Freycinet. Strabuzz
gli occhi contro il sole. I Pitons, che erano ancora alla stessa
distanza, ora non lo confortavano pi. -  una puttana,
non?
- Credo sia pulita, - disse Blessington. - Ne sono convinto.
Ed era quasi vero. In ogni caso aveva deciso di crederci,
poich una violenta esplosione di paranoia, alimentata
da cocaina e amfetamina, poteva significare la loro fine.
Era gi successo a tanta gente. Ogni tanto, tra le mangrovie
sui litorali di qualche isola remota, venivano ritrovate
imbarcazioni con lo scafo crivellato di proiettili e la cabina
infestata da sciami inimmaginabili di mosche. All'interno,
tableaux morts che gli sfortunati scopritori non avrebbero
mai dimenticato. Fotografi dallo stomaco robusto li
immortalavano per gli archivi della Drug Enforcement Administration,
che stampigliava sui fascicoli da non distruggere.
interesse storico. Per l'ente americano era
una fonte di soddisfazione. Blessington aveva saputo queste
notizie dalla sorella e da suo marito a Providence.
Ora che erano quasi riusciti a tornare alla Martinica, il
pi ardente desiderio di Blessington era non morire in mare.
Nei momenti peggiori la paura cresceva al punto da sfociare
in disperazione. Capiva allora di aver commesso un
terribile sbaglio. Non gli importava pi dei soldi, gli bastava
rimanere vivo, anche se in una prigione francese o
americana. Qualsiasi cosa, pur di non morire in quell'orribile
oceano azzurro e scintillante, a bordo del Sans Regret.
- Gi, - disse a Freycinet. - Diavolo, io non mi preoccuperei.
 solo un'oca.
Per tutta la mattina bordeggiarono verso i Pitons. A mezzogiorno,
il Gros Piton mostrava una grande corona di nuvole
spumose; l'imbarcazione si era avvicinata abbastanza
perch potessero distinguere un picco dall'altro. Freycinet
si rifiutava di scendere sottocoperta. La sua presenza era
cos sgradevole che Blessington avrebbe voluto piangere,
stordirlo con un pugno e gettarlo in mare, o tuffarsi lui
stesso in acqua. Ma il francese rimaneva nel pozzetto anche
se non si offriva mai di dargli il cambio al timone. Blessington
cercava sostegno nell'alcool. Si vers un altro
Demerara e intinse le dita nel sacchetto di polvere cristallina.
Una vena gli pulsava sotto la clavicola, paura,
amfetamina.
Finalmente Freycinet scese in cabina. Mezz'ora dopo
Gillian sal sul ponte, questa volta indossava un paio di
pantaloni tagliati al ginocchio e una canotta. Il mare era
mosso e lei rischi di perdere l'equilibrio sulla scaletta.
- Attenta, - disse Blessington.
- Vuoi un roofie, Liam?
Lui rise. - Un roofie? E cos'? Una specie di...
Gillian articol il concetto che lui aveva pudicamente
esitato a esprimere.
- ...pratica erotica? Sesso orale? No, caro,  una medicina.
- Sono di turno al timone.
Lei rise. - Sei una faccia di merda, ecco quello che sei.
- Sai, - disse Blessington, - non dovresti stuzzicare
Honor. Lo renderai paranoico.
-  uno stronzo. Come si dice dalle mie parti.
- Pu essere. Ma  un tizio estremamente suscettibile.
Lavoravo con lui.
- Suscettibile? Se sapevi che era cos suscettibile come
mai lo hai portato con te?
- Non l'ho portato io, - disse Blessington. -  lui che
ha portato me. Per la mia rinomata abilit marinara. E io
sono venuto per i soldi. Tu invece?
- Io sono venuta perch mi  sceso il cervello nel culo,
- disse lei, dimenando il fondoschiena. - E anche il talento.
Lo sai che facevo le corse a cavallo? Gioco anche a
polo. Inglese o western, amico, a scelta.
- Inglese o western? - chiese Blessington.
- Lascia perdere, - disse lei. Lo guard accigliata, sorrise,
si accigli di nuovo. - Sembri spaventato.
- Spaventato? - fece Blessington. - S,  vero. In un
certo senso.
- A me non me ne frega un cazzo, - disse lei.
- Ah no?
- Certo che no, - disse lei. - Non mi importa come va
a finire. Perch dovrebbe? Io con il mio talento nel culo.
Cosa c'entro?
- Non dovresti parlare cos, - disse Blessington.
- 'fanculo. Hai paura che faccia casino? Ti assicuro che
saprei fare un casino che neanche ti immagini.
- Non ne dubito, - disse Blessington. Teneva lo sguardo
fisso sui Pitons. Dimostrando il proprio terrore, pens,
probabilmente la incoraggiava.
- Credimi, Liam, io non ho paura di morire. Per me 
la stessa cosa essere su questa barca o nel mio comodo lettino
con gli animali di peluche. O essere morta.
Lui trangugi un altro sorso per inumidirsi la gola prima
di replicare. - Perch hai investito i soldi, allora? Non
speravi di guadagnarci?
- Non me ne frega niente dei soldi, - disse lei. - Pensavo
di vivere nuove emozioni. Di fare un'esperienza radicalmente
diversa. Ma la verit  che la vita  tutta una
rottura di palle.
- Be', - disse Blessington, - su questo hai ragione.
Lei guard le montagne gemelle.
- Non si sono avvicinate per niente da stamattina.
- No. E un passaggio controvento. Si bordeggia per
un'eternit.
- Sai cosa mi ha detto Nigel gi a Canouan?
- No, - disse Blessington.
- Mi ha detto di non preoccuparmi di capire le cose.
Capire non serve,  inutile. Invece bisogna carpire -.
Drizz le spalle e imit la voce di un energumeno di St.
Vincent che si prepara a montare una puttanella bianca dispensando
saggezza. - Devi carpire. Carpire, d'accordo?
Curioso, eh?
- Forse c' qualcosa di vero, - disse Blessington.
- Folklore rasta, - disse lei. - Chiss.
- Comunque, mia zia sosteneva che non bisogna mai
disprezzare quel che ti dicono gli indigeni. Neppure in
America.
- E cosa faceva tua zia? Trafficava droga?
- Era una suora, - disse Blessington. - Una missionaria.
Gillian si tolse la canotta e si distese sul ponte di prua.
Ma il sole era troppo forte e lei strisci indietro verso il
pozzetto.
- Pensi mai a quel che succede in questa parte del mondo
? - gli chiese. - Nei Caraibi e nelle zone circostanti? In
fondo producono solo roba che ti sballa. Beni voluttuari,
senza nutrimento.
- E cio?
- Merci eccitanti e illusorie, - disse. - Non trovi? Il
caff, per esempio -. Elenc i prodotti sulle lunghe dita
della mano sinistra. - Tabacco. Smeraldi. Zucchero. Cocaina.
Ganja. Tutte cose superflue. Che non fanno bene
alla salute. Esche, stimolanti e contentini. E cos da
sempre.
- Hai ragione, - disse Blessington. - E tutte cose per
cui la gente uccide.
- E dai prezzi assurdi. Prodotte da penes e schiavi.
Roba da porcellini. Porcellini rosa.
- Non ci avevo mai pensato, - disse lui. La guard. Lei
si premette un pugno sulle belle labbra. - Sei in gamba,
Gillian.
- Se non ti sto neanche simpatica.
- S invece.
- Non raccontarmi balle. Lo so che non  vero.
- Be', - disse Blessington, - in effetti, prima no. Adesso
per s.
- Ah s? E come mai?
Blessington riflett prima di parlare. Il vento contrario
stava acquistando forza e not degli scogli che affioravano
all'estremit meridionale dell'isola. Li ostacolava anche
una fortissima corrente.
- Perch hai una bella testa. Non me n'ero reso conto.
Mi avevi ingannato, sai? Ora ti trovo divertente.
- Divertente? - Sembrava pi sorpresa che arrabbiata.
- Sei in gamba, davvero - disse lui, finendo il bicchiere
di rum. - Mi piace quando stiamo insieme. Non sei della
polizia, vero? O qualcosa del genere?
- Ti piacerebbe, - disse lei. - E tu invece?
- Io? Cristo, io sono irlandese.
- Equivale a non essere reale?
- Be', - disse lui, - un po'. In molti casi.
- Hai paura, - disse lei. - Paura di tutto. Persino di me.
- Cristo santo, - disse Blessington, - sei peggio di Honor.
Senti, Gillian, sono un cuoco, non un pirata. Non
ho mai affermato il contrario. Certo che ho paura.
Lei non rispose.
- Ma di te no, - disse lui. - No. Non pi. Mi piace che
tu stia qui. Mi fai compagnia.
- Davvero? Mi sposeresti?
- Ehi, - fece Blessington. - Domani.
Freycinet sali sul ponte, guardo i Pitons, poi Blessington
e Gillian nel pozzetto.
- Merde, - disse. - Ancora lontani. Che succede?
- Ci stiamo arrivando, - disse Blessington. - Siamo pi
vicini di quanto sembra.
- Non sono carine le montagne, Honor? - chiese Gillian.
- Non ti viene voglia di scalarne una?
Freycinet la ignor. - Quanto manca ancora? - chiese
a Blessington.
- Per la Martinica? Credo che arriveremo entro domani.
- Quanto ci vorr per superare i Pitons?
- Oh, - disse Blessington, - ancora qualche ora. Li passeremo
molto prima del tramonto, e ci godremo pure il panorama.
Meglio tenersi al largo, per.
- Marie vomita.
- Poverina, - disse Gillian. - Dev'essere tutto quell'insetticida.
Ci vuole un brodino. Che ne dici, Liam?
- Gi, il mare si sta agitando, - disse Blessington. - La
corrente  contraria e soffia una brezza di terra piuttosto
tesa.
- Merde, - ripet Freycinet. Avanz lungo la battagliola
e si distese accanto al verricello dell'ancora, sbirciando la
catena.
-  un cuoco anche lui, - disse Gillian, parlando sottovoce.
- Com' che non vi assomigliate per nulla?
- Si nasce come si nasce, - disse Blessington.
- Se fossimo sposati, - disse lei, - non dovresti preoccuparti
del visto.
- Ah, - disse Blessington, - non credere che non mi
sia venuto in mente. Sarebbe bello essere un residente legale.
- Legale un cazzo, - disse lei.
Improvvisamente Freycinet si gir verso di loro. Li
guard socchiudendo gli occhi, scoprendo i denti.
- Di che state parlando voi due? Di me, eh?
- Cribbio, Honor! - disse Gillian. - Mi sta solo chiedendo
di sposarlo -. Quando il francese si volt, lei sibil
tra i denti: - Quella testa di cazzo  strafatto. Continua a
prendere roba dal nascondiglio. Cura il mal di mare di Marie.
Lo tiene sveglio.
- Dio ci salvi, - disse Blessington. Appoggiato un gomito
al timone, afferr la mano destra di Gillian e la guid
nel segno della croce, facendole toccare la fronte, il petto,
poi la spalla sinistra e infine la destra. - Prega per noi, da
brava ragazza.
Gillian rifece il segno da sola. - Cazzo, - disse, - ora
mi sento molto meglio. No, sul serio, - disse quando lui
rise, -  vero. Lo ripeter spesso. Invece di cantilenare Om
o Nam myoho renge kyo.
Rimasero a osservare i picchi farsi pi grandi, malgrado
il rafforzarsi della corrente contraria.
- Quando questo sar finito, - disse Blessington, - forse
faremo bene a rimanere amici.
- Se saremo ancora vivi, - disse lei, - potremo rivederci.
Nel tuo ristorante ai Keys.
- Buona idea, - disse lui. - Ti nominer vice chef.
- Servir ai tavoli.
- No, no. Questo no.
- Tanto non saremo vivi, - disse lei.
- Nel caso che lo fossimo.
- Nel caso, - disse lei, - rimarremo insieme Guard
Blessington che, malfermo sulle gambe, teneva il timone.
- E bada di non raccontarmi balle.
- Non ne ho nessuna intenzione. Lo considero un segno
del destino.
- Destino? Mi stai prendendo in giro.
- Non costringermi a pesare le parole, Gillian. Voglio
poter dire quello che mi viene in mente.
- Va bene, - disse lei, toccandolo. - Quando staremo
insieme potrai dire quel che cazzo ti pare.
Le montagne verdi, nello splendore pomeridiano, incombevano
su di loro. Blessington diede un'occhiata alla
carta per verificare la posizione degli scogli affioranti. Modific
la rotta per evitare la punta dell'isola.
Gillian, seduta su un gavone e appoggiata alla sua schiena,
gli cingeva il collo con le braccia. Odorava di sudore e
patchouli.
- Non sono mai stato con una donna bella come te, Gillian.
Si era addormentata. Blessington si liber dall'abbraccio
e la distese sul gavone, all'ombra oscillante della randa.
La vita  un sogno, pens. Lei lo sapeva, lui no.
La amo, pens Blessington. Mi d coraggio. L'ombra
dei picchi si allargava sull'acqua.
Freycinet sal sul ponte e lo chiam.
- Liam! Fermiamoci qui. Davanti ai Pitons.
- Non possiamo, - disse Blessington, anche se l'idea lo
attirava. Si sentiva stanchissimo.
- Fermiamoci. Gettiamo l'ancora. Marie sta male. Dobbiamo
riposare. Scendiamo a vederli.
- Dovremo passare la dogana, - disse Blessington. -
Arriveranno i poliziotti e i ragazzi sui barchini e Dio solo
sa chi altro.
Capiva benissimo cosa significava trascorrere la notte
alla fonda. Tutti sarebbero rimasti svegli, imbottiti di amfetamina
o della droga che trasportavano, con le armi in
pugno, a scrutare nella luce lunare l'eventuale silenzioso
avvicinarsi dei macheteros intenzionati a rubare il loro carico
e ucciderli.
- Se gettiamo l'ancora, - disse Freycinet, - non dobbiamo
presentarci in dogana.
- S, invece, - disse Blessington. -  inevitabile. Altrimenti
quei ragazzi con i loro fottuti barchini ci troveranno.
E se non li paghiamo o non compriamo qualcosa da loro
ci denunceranno -. Sventol la guida nautica. - Lo dice
qui che a Soufrire bisogna passare il controllo doganale.
- Aspetteremo che chiudano, - disse Freycinet.
- Cazzo, no, - disse Blessington esasperato. - Ci multeranno.
Saliranno a bordo.
Freycinet sorrise, un largo e sciocco sorriso che esprimeva
un'infinita, sprezzante presunzione. Cocaina. Sent
le braccia di Gillian cingergli le gambe.
- coutez, Liam. coutezbien. Ci fermiamo, amico. Ci
fermiamo dove dico io.
Si gir e lanci una risata nel vento, afferrandosi a uno
strallo.
- Cosa ti dicevo, - disse Gillian sottovoce. - Non sarai
costretto a sposarmi, dopo tutto. Siamo gi morti,
baby.
- Non pu essere, - disse Blessington. - Prendi il timone.
Le carte e la guida nautica non indicavano alcun ancoraggio
riparato dal vento sufficientemente lontano dalla
costa. L'unica possibilit era un bassofondo presso la punta
meridionale dell'isola, meta di occasionali escursioni subacquee,
quasi tre miglia al largo dei Pitons. Era sul versante
sottovento dei maestosi picchi, dove i banchi di corallo
arrivavano a meno di un braccio dalla superficie. La
carta indicava la presenza di gavitelli per l'attracco; presumibilmente
era vietato dare fondo all'ancora per non rovinare
il corallo.
- Per favore, Honor, pensaci bene, - disse Blessington.
Si schiar la gola. - Stai facendo uno sbaglio.
Freycinet si volt con lo stesso sorriso stampato in
faccia.
- Ehi, Liam. Puoi andartene, se vuoi. A Soufrire c'
un pub irlandese. Gestito con i soldi dei tuoi amici dell'IRA.
Perch non ci vai?
Blessington non aveva contatti con l'IRA, anche se aveva
incoraggiato Freycinet e i suoi amici a crederlo, e loro
avevano scelto di crederci.
- Vai al pub a ubriacarti, - gli disse Freycinet prima di
rivolgere lo sguardo all'isola.
Freycinet era in piedi a prua, aggrappato a uno strallo,
le dita nude dei piedi accarezzavano il bordo dell'imbarcazione.
Blessington e Gillian si scambiarono un'occhiata.
Senza preavviso, lei impresse al timone una rapida rotazione,
il boma sbatt contro il tetto della cabina, l'imbarcazione
roll, sbandando violentemente a sinistra. Per
un attimo Freycinet rimase sospeso sull'acqua azzurra.
Blessington si arrampic sul pozzetto ed esit in quella precaria
posizione. Poi allung una mano verso Freycinet. Il
francese ruot attorno allo strallo come una scimmia e
and a sbattere contro Blessington. Caddero tutti e due.
Balzando in piedi, Freycinet assunse una posizione di karat, imprecando.
- Pezzo di merda, - disse quando riacquist la capacit
di parlare inglese. - Bastardo! Cosa...
- Credevo che stessi per cadere in mare, Honor. Credevo
di doverti tirare a bordo.
-  cos, Honor, - disse Gillian dal pozzetto. - Eri
spacciato. Ti ha salvato il culo, amico.
Freycinet si morse il labbro e annu. - Bien, - disse.
Scese nel pozzetto e con atteggiamento deciso e professionale
assest a Gillian due sberle, una con il palmo, l'altra
con il dorso della mano.
Pass il timone a Blessington, poi afferr Gillian per il
braccio e la trascin fuori dal pozzetto. - Vai di sotto!
Non voglio pi vederti -. La segu in cabina e Blessington
lo ud parlare con Marie. La giovane cominci a gemere.
I Pitons sembravano ormai a un tiro di schioppo e il vento
portava l'odore intenso della giungla. Freycinet, tornato
sul ponte, annusava la minaccia. Un uccello dividivi si
appollai sul boma e subito vol via.
- Credo di avere trovato un posto, - disse Blessington,
- se proprio insisti. Un bassofondo.
- Un bassofondo, eh?
- Un bassofondo a circa quattromila metri dalla riva.
- Potremmo fare il bagno, non?
- Certo.
- Ma non so se mi va di farlo con te, Liam. Credo che
tu abbia cercato di buttarmi in mare.
- Io credo di averti salvato la vita, - disse Blessington.
Procedendo a motore si addentrarono tra gli scogli, con
Freycinet a prua a controllare il percorso mentre Blessington
teneva d'occhio lo scandaglio. Avevano dieci metri
di profondit quando arrivarono a distanza di braccio
dall'unico gavitello visibile. Blessington spense il motore,
vir di bordo e and a prua per assicurare una cima al gavitello.
Era verniciato di rosso, giallo e verde, gli stessi colori
rasta del braccialetto di Gillian.
Era tardo pomeriggio e scese una calma improvvisa. I
Pitons offrivano una protezione ideale dal vento e la pericolosa
corrente che proveniva da sud sembrava dividersi
attorno agli scogli corallini. Un luogo perfetto per le immersioni,
pens Blessington, e si chiese come mai fosse deserto,
bench fosse solo giugno. Il posto offriva un riparo
abbastanza affidabile anche per la notte, ma la guida nautica
lo sconsigliava a causa dei pericolosi scogli affioranti
da ogni lato.
Il grosso ketch era immobile sul mare piatto; la cima
galleggiava lenta tra la barca e il gavitello. Al di l dello
specchio d'acqua scorse una spiaggia sabbiosa orlata di palmizi.
Era un tratto di costa disabitato, collegato alla localit
pi remota dell'isola da una strada sterrata che attraversava
le montagne coperte di giungla. Con il binocolo
Blessington individu un paio di barche sulla spiaggia, ma
non vide nessuno che si apprestasse a metterle in mare.
Con un po' di fortuna, la lontananza dalla costa sarebbe
bastata a proteggerli.
Inoltre forse, pens, per qualche ragione metafisica l'aspetto
del Sans Regret incuteva timore. Tuttavia, proprio
quell'aspetto che dissuadeva i piccoli predatori, con il tempo
poteva attrarre quelli grossi.
Marie sal sul ponte, pallida e con gli occhi cerchiati, in
bikini. Rivolse a Blessington un'occhiata di rimprovero e
si stese sui cuscini a poppa. Gillian spunt dietro di lei e
and a sedersi sul gavone alle spalle di Blessington.
- Quel coglione non ha classe, - sussurr. - Hai visto
come mi ha picchiato?
- Certo. Ero accanto a te.
- Hai intenzione di fargliela passare liscia?
- Be', - disse Blessington, - per il momento ci conviene
lasciargli credere di essere al comando.
- Ci conviene? - chiese lei. - Dici che ci conviene?
- Esatto.
- Ehi, cosa stavi per fare poco fa, Liam? - gli chiese.
- Spedirlo ai pesci?
- Davvero non lo so. Poteva cadere.
- Me lo sono chiesto, - disse lei. - Se l' chiesto anche
lui.
Blessington scroll le spalle.
-  lui a carpire, - disse Gillian. - Noi ci limitiamo a
capire -. Guardando verso la costa aggiunse: - Guarda,
arrivano.
Blessington segu il suo sguardo e vide avvicinarsi l'imbarcazione,
una piccola macchia contro la sabbia lucente.
Impieg molto tempo a raggiungere il Sans Regret.
Sulla barca c'erano due persone, e non erano ragazzi
ma uomini sopra i trent'anni, magri e scuri in volto. Uno
portava uno sgargiante berretto scozzese di lana multicolore.
Il secondo sembrava originario delle Indie orientali.
La fascia nera attorno alla fronte gli dava l'aspetto di un
lascar.
- Dovete pagare per quest'ancoraggio, - grid quello
dal berretto scozzese. - Non  a disposizione del pubblico.
- Ora saliamo a bordo, - disse il lascar. - Ritiriamo noi
i documenti e i passaporti per l'ufficio doganale.
- Quanto volete per l'uso del gavitello? - domand
Blessington.
In quel momento, sulla scala del boccaporto comparve
Freycinet. Imbracciava un grosso fucile francese di precisione,
un mas 36, e lo puntava verso gli uomini sulla barca
mostrando loro i denti dalle rosee gengive.
- Levatevi dai coglioni, - grid. Lo seguiva una scia
puzzolente di ganja e vomito che esalava dalla cabina. - Capito?
I due non si mostrarono troppo sorpresi. Blessington si
domand se avessero percepito l'odore della droga.
- Stronzo di un francese, - disse l'uomo con il berretto.
- Chi crede di essere?
- Perch non abbassi il fucile, Frenchy? - chiese l'indiano.
- Questa non  un'isola francese. Dovete presentarvi
in dogana.
- Se vai a sbattere su quegli scogli, Frenchy, - disse l'uomo
con il berretto, - non venire a chiederci di salvarti.
Freycinet era fuori di s. Quanto a odio per les ngres batteva
ogni altro francese che Blessington avesse conosciuto
in Martinica, e non era dire poco. Durante le trattative a
Canouan era riuscito a controllarsi, ma ora pareva aver perso
ogni freno. Blessington temeva che facesse fuoco.
- Scimmioni bastardi! - gridava. - Statemi lontani. Vi
faccio saltare il...
Gli uomini si allontanarono prudentemente, fermandosi
al di l degli scogli con il fuoribordo al minimo. Non
potevano trattenersi a lungo, pens Blessington. Il loro
serbatoio conteneva poco carburante e la via del ritorno
era lunga e controcorrente.
- Be', - chiese a Gillian, - chi  che carpisce adesso?
- Non Honor, - disse lei.
Una cappa di caldo e un torpore drogato scese sul loro
ormeggio. I movimenti erano difficoltosi, persino parlare
diventava impegnativo. Blessington e Gillian sonnecchiavano
sul gavone. Marie doveva avere convinto Freycinet
a scendere in cabina. Prima di assopirsi, Blessington la ud
imitare la voce irata del francese per poi scoppiare a ridere
insieme a lui. Poi, la sua prima percezione cosciente fu
Marie, in bikini, in piedi sul tetto della cabina, che urlava.
Un colpo di fucile echeggi sull'acqua immobile. Improvvisamente
la pigra brezza port un aspro odore di cordite
e volute di fumo.
Freycinet gridava, impugnando l'arma rovente.
La barca con i due isolani era riuscita ad avvicinarsi indisturbata.
Ora stava allontanandosi a tutta velocit, puntando
prima verso il largo per aggirare la punta degli scogli
e poi virando verso la costa per tagliare la corrente.
- State tutti bene? - chiese Blessington.
- Scimmioni del cazzo! - imprec Freycinet.
- Be', - disse Blessington, guardando la barca che
scompariva, - per ora se ne sono andati. Forse, - sugger,
-  meglio fare un bagno e andarcene anche noi.
Freycinet lo guard senza espressione, come se non sapesse
di cosa parlava. Annu distrattamente.
Dopo mezz'ora Marie sal in coperta e si avvicin alla
murata, le braccia in avanti, pronta a tuffarsi. Entr in acqua
elegantemente, con la schiena diritta e quasi senza
spruzzi. Con un'unica bracciata guizz tra i coralli e la superficie
cristallina, poi emerse con grazia alla luce del giorno,
sbattendo le palpebre come una bambina, scuotendo i
capelli scintillanti.
Dal suo posto a prua, Freycinet aveva osservato il tuffo
di Marie, le evoluzioni subacquee, la leggiadra emersione.
Il suo volto non esprimeva affetto, era torvo e imbronciato.
I muscoli del collo risaltavano tesi, si muoveva a scatti
come un tossicomane di strada. Aveva un'aria esausta e
furibonda. L'odore di cordite gli aleggiava intorno.
-  una testa di cazzo, un perdente, - disse piano Gillian
a Blessington. Non guardava Freycinet ma le montagne
verdi. - Pensavo fosse in gamba. Un autentico figlio
di puttana, s, ma un po' lo rispettavo per questo. Ora moriremo
tutti. Be', - disse, - come volevasi dimostrare, no?
- Non preoccuparti, - disse Blessington. - Non ti abbandoner.
- Oh, - disse Gillian. - Meno male! - Ma il suo entusiasmo
non era sincero. Lo stava prendendo in giro.
Blessington la perdon.
Freycinet punt un dito verso Gillian. - Tuffati!
- E se non ne avessi voglia? - chiese lei, ma stava gi
alzandosi. Quando lui cominci a insultarla con voce roca
lei si tolse tutto quello che aveva addosso, eccetto il braccialetto
rasta.
- Nuoter un po', se permettete, - disse. - Dove vuoi
che vada, Honor?
- Vattene al tuo cazzo d'Amrique, - disse lui. Rise come
se gli fosse tornato il buonumore. - Tu la vuoi, Liam?
- Me lo chiedono tutti, - disse Blessington. - Perch?
- Vacci anche tu a quel cazzo d'Amrique con lei.
Blessington vide Gillian estrarre un paio di pillole dalla
tasca dei calzoni e inghiottirle senz'acqua.
- Troppo lontano, impossibile, - disse Blessington.
- Vediamo fin dove arrivi, - disse Freycinet.
- E tu? - chiese Gillian al francese. - Sei tu che hai voluto
fermarti. Non lo fai il bagno?
- Non mi fido di lei, - disse Freycinet a Blessington. -
Che ne pensi?
-  soltanto una bella donna, - disse Blessington.
- Non provocarla.
Gillian misur la propria bellezza contro l'acqua azzurra
e si tuff dalla fiancata. Ha lo stomaco pieno di pillole, pens
Blessington. Ma le sue bracciate, quando riemerse, erano
energiche e precise.  brava in tutto, pens Blessington. In
barca sapeva rendersi utile. Aveva una bella voce, adatta alle
canzoni country. La immaginava a cavallo, una cowgirl.
- Solo un'oca giuliva, eh? - chiese Freycinet.
- Gi, - disse Blessington. - Stile Texas.
- Oui, - disse Freycinet. - Il Texas -. Sbadigli. - Bien.
Fai pure il bagno con lei. Se ne hai voglia.
Blessington scese nella cabina puzzolente e indoss il
costume da bagno. Dignit fino all'ultimo. La mistura di
ganja, vomito, spray antiscarafaggi e deodorante al pino
era asfissiante. Se sopravviveva, pens, non avrebbe mai
pi fumato hashish. Mai pi bevuto rum, n preso amfetamine
o cocaina, e non avrebbe mai pi navigato n viaggiato
in paesi dove crescono le palme e ci sono troppe stelle
in cielo. Qualche costellazione invernale avvolta dalle
nebbie gli sarebbe bastata.
- Stasera cucino io, - disse Freycinet quando Blessington
risal. - Tu mi darai una mano.
- Buona idea, - disse Blessington.
In piedi sulla murata, si guard attorno. Nessuna imbarcazione
in vista. Marie nuotava sul dorso, muovendosi
prudentemente in circolo a circa venticinque metri dalla
barca. Gillian puntava verso il mare aperto. Aveva raggiunto
la corrente, dove il vento sollevava piccole creste
sull'acqua veloce.
Se Freycinet intendeva mollarli in mare, si chiedeva
Blessington, avrebbe abbandonato anche Marie? Non sarebbe
stata comunque una grande idea, perch Freycinet
non era un navigatore esperto. E c'era l'eventualit, per
quanto remota, che qualcuno li salvasse, o che riuscissero
a raggiungere la riva. D'altra parte, Blessington aveva notato
che spesso Freycinet agiva d'impulso, di solito sbagliando.
Era facile scambiare la sua temerariet per capacit
di comando, sul mare in tempesta quanto in cucina.
Era temerario, s, anche come cuoco.
Per non parlare delle altre mille oscure possibilit su
quell'oceano spaventoso. Che Freycinet avesse preso accordi
perch qualcuno lo prelevasse al largo della Martinica,
che fin dall'inizio qualcuno avesse fatto il doppio gioco.
Forse Lavigerie o altri a Fort-de-France.
- S, - disse Blessington. - C' il tempo di scongelare
la cernia dal freezer.
Guard le miglia di oceano che separavano la barca
dalla spiaggia ai piedi delle montagne. Molto pi lontano,
sulla destra, vedeva biancheggiare l'acqua dove la veloce
corrente incontrava un banco corallino che si stendeva
verso sud-ovest, con un'inclinazione di 45 gradi rispetto
alla spiaggia. Dopo il banco si apriva una lingua
di sabbia che costituiva l'estremit meridionale dell'isola.
Alla loro sinistra, le pendici delle montagne arrivavano
fino al mare, formando una parete di roccia contro cui
si infrangevano le onde. Secondo le carte, la parete scendeva
a una profondit di dieci braccia, e l'oceano celava
un labirinto di grotte e cunicoli subacquei scavati nella
roccia vulcanica dei Pitons. Al di l dell'imponente crinale
sorgeva, completamente invisibile,un famoso centro
turistico.
- Vado a tirarla fuori dal freezer, - disse Blessington.
Volendo raggiungere l'isola a nuoto, bisognava toccare
terra in qualche punto tra la parete di roccia a nord e il banco
di corallo e la lingua di sabbia sulla destra. Il primo miglio
sarebbe stato facile in quel pomeriggio senza vento, un
nuotatore non avrebbe percepito alcun intoppo. Poi per
avrebbe dovuto contrastare una corrente vivace, e forse
anche la marea. L'ultimo miglio gli sarebbe sembrato interminabile.
Per il momento, il vento era impercettibile.
Avvicinandosi alla riva si poteva sperare che la corrente si
attenuasse. Se solo si riusciva ad arrivarci in tempo.
- Stai tranquillo, - disse Freycinet. - Ci penso io. Tu
fai pure il bagno.
A quella distanza dalla spiaggia, inoltre, era persino possibile
incontrare qualche grosso squalo, attirato dallo sforzo
della disperazione. Blessington, esausto e disidratato,
non se la sarebbe sentita di nuotare cos a lungo. Si convinse
che Freycinet non li avrebbe abbandonati proprio l,
al largo dei Pitons. Erano praticamente davanti alla spiaggia.
I rischi erano elevati: la presenza di testimoni, l'eventualit
che sopravvivessero. Se avesse voluto ucciderli,
avrebbe tentato di farlo in alto mare.
Confuso dagli stupefacenti e dalla paura, non riusciva
a riflettere, a ritrovare la lucidit. Bevve un sorso di acqua
tiepida da una bottiglia di plastica, lasci cadere l'asciugamano
e si tuff.
Il contatto con l'acqua fresca fu piacevole. Si rilass e
sent che il battito del cuore rallentava. Come se l'acqua
lo purificasse dal fetore della cabina. Era nel suo elemento.
Marie stava avvicinandosi all'imbarcazione con evoluzioni
da sirena. Gillian aveva invertito la rotta e ora nuotava
verso di lui. Le sue bracciate erano ancora energiche
e precise; si diresse verso di lei.
Si incontrarono sopra un banco di corallo. Le formazioni
coralline erano cos vicine alla superficie che i piedi,
fendendo l'acqua, sfioravano la pellicola vellutata delle alghe
sopra le ramificazioni aguzze.
- Come va? - domand Blessington.
Gli rispose con un sorriso da lupo. Rise, guardando la
barca. Sembrava non riuscire a mettere a fuoco; le pupille,
scure e dilatate, riflettevano gli azzurri raggi pomeridiani
e i loro baluginanti riflessi cristallini. Inspirava freneticamente.
Era livida e gonfia in volto, dove Freycinet
l'aveva colpita.
- Guarda quello stronzo, - disse Gillian, ansimando.
Freycinet, in piedi sul ponte, stava parlando con Marie,
che era in acqua a tre metri da lui. Teneva in una mano
una maschera con il boccaglio, nell'altra un paio di pinne.
Uno a uno, gett a Marie quei giocattoli, con un gesto
timido e scherzoso.
C'era qualcosa di preoccupante in quella scena, ma
Blessington, nello stato confusionale in cui si trovava, non
riusc a individuarlo. Vide Freycinet indietreggiare, poi
correre in avanti e saltare a piedi uniti sul ponte come un
toro infuriato. In quell'istante, Blessington cap.
- Oh, Cristo, - disse.
Freycinet balz nel vuoto. Portava i soliti shorts bisunti
che indossava dall'inizio del viaggio. Mentre cadeva, si afferr
le ginocchia piegate. Nella mano destra stringeva una
paletta di plastica. Colp la superficie come una palla di
cannone, sollevando una piccola colonna d'acqua, abbastanza
vicino a Marie da provocarne gli strilli.
- Sai una cosa? - gli chiese Gillian. Aveva capito anche
lei. Incredibile.
- Lo so. Ci siamo dimenticati di abbassare la scaletta.
- Cazzo, - disse lei, e ridacchi.
Blessington si gir sulla schiena e si sforz di calmarsi.
Sopra di lui il cielo era sereno. Gli bastava muovere gli occhi
per vedere la grande torre verde del Gros Pitons, lucente
come la scala nel sogno di Giacobbe, che ascendeva
verso lo spazio azzurro. Ad altezza incredibile un aereo
tracciava la sua scia di vapore, minuscolo ricamo di un ago
quasi impercettibile nell'immenso e uniforme baldacchino
del giorno. Miglia e miglia sopra di lui, al di l dell'immaginazione.
- Come faremo a risalire? - chiese Gillian. Ora Blessington
non si preoccupava pi del comportamento di Gillian,
del fatto che agitasse troppo le braccia per rimanere
a galla e sprecasse il fiato.
- Dovremo arrampicarci lungo la cima del gavitello. Oppure
dovremo provare a salire sulle spalle uno dell'altro.
- Questo, - disse lei annaspando, - non mi piace troppo.
- Calmati, Gillian. Girati sulla schiena.
Quello che gli dava pi fastidio era la sua risata, l'acuto
gridolino che emetteva a ogni respiro.
- Ok, proviamo, - disse lei, sputando acqua salata. -
Proviamo prima che ci provi lui.
- Con calma e pazienza, - disse Blessington.
Nuotando a rana, l'uno accanto all'altra, si avvicinarono
lentamente all'imbarcazione. Si era alzata la brezza del
tardo pomeriggio e la temperatura cominciava a scendere.
Freycinet e Marie si erano lasciati trascinare lontano
dalla corrente. Blessington incit Gillian a seguirlo, finch
si trovarono dalla parte opposta del grande scafo
bianco.
Impossibile arrampicarsi. In parte si trattava di una
caratteristica strutturale: l'imbarcazione francese aveva un
quadro di poppa insolitamente alto e uno scafo liscio e arrotondato
che permettevano di salire a bordo agevolmente
solo da un molo o da un canotto. Era uno stile molto in
voga, per motivi di sicurezza. Inoltre, la societ di noleggio
aveva asportato alcuni accessori che avrebbero fornito
un appiglio o un appoggio. Blessington cerc ugualmente
un sostegno per permettere a Gillian di salirgli in
spalla. A un certo punto riusc a piazzarsi tra le sue gambe
e a spingerla in alto per una trentina di centimetri. Ma
non c'era nulla a cui aggrapparsi e lei era annebbiata. Imprec,
rise e ripiomb in acqua.
Mentre Blessington si spostava tenendo una mano contro
la superficie dello scafo, in cerca della cima, si accorse
che l'imbarcazione si muoveva. Se smetteva di nuotare,
la sentiva scorrere contro la mano. Con poche bracciate
raggiunse la prua e sent il peso del ketch che
avanzava, spingendolo in basso. Poi vide il gavitello con
i colori di Ras Taf ari. Era completamente libero. Honor
e Marie non si erano allontanati dalla barca spinti dalla
corrente - era la barca a muoversi lentamente con il vento,
accompagnata ora dallo stridere della fibra di vetro
contro il corallo. Gli uomini dei Pitons, che sapevano come
trattare con i drogati, avevano sciolto l'ormeggio mentre
loro dormivano o sonnecchiavano o stringevano altri
tipi di legami.
Blessington si mosse rapidamente attorno allo scafo, tenendo
una mano sulla superficie dell'imbarcazione, in cerca
della cima galleggiante sull'acqua, sperando che gli permettesse
di issarsi a bordo. Ma non la trov. I ragazzi della
barca, dopo averla sciolta, l'avevano avvolta, legata con
un cordino di nylon e gettata silenziosamente a bordo. Lui
e Freycinet erano stati cos incoscienti, il mare cos liscio
e il vento cos debole che la grande imbarcazione si era
semplicemente adagiata contro il gavitello, con la chiglia
incagliata tra il corallo sommerso, come se fosse saldamente
ormeggiata. Il Sans Regret, a cui Blessington tentava
di afferrarsi, era ormai perso. I suoi interni in tek erano
in un altro mondo, lontani quanto il minuscolo jet che
a chilometri di altezza volava verso il Brasile.
- Niente da fare, - disse Blessington.
- No? - ridacchi Gillian.
- Ti prego, - disse lui, - smettila.
Lei ansim. - Di fare che?
- Non importa. Vieni con me.
Avevano appena cominciato a nuotare quando una folata
improvvisa spost il Sans Regret, permettendo alle due
coppie, Blessington e Gillian, Honor e Marie, di guardarsi
in faccia da una distanza di una ventina di metri. Honor
e Marie fissarono perplessi i loro compagni di navigazione.
Fu un momento imbarazzante. Gillian rise.
- Cos'hai combinato? - chiese Honor a Blessington.
Blessington evit di guardarlo.
- Andiamo, - disse a Gillian. - Seguimi.
Imprecando in francese, Freycinet cominci a sguazzare
furiosamente verso la barca. Marie, con espressione
molto seria, lo segu. Gillian si ferm a osservarli.
Blessington guard il suo orologio subacqueo. Le cinque
e un quarto.
- Lasciali perdere, - disse. - Non voltarti. Resta con me.
Si gir sul dorso e cominci a nuotare sgraziatamente,
a braccia tese, remando con le palme e battendo i piedi.
Era lo stile pi economico che conoscesse, quello in cui si
sentiva pi a suo agio. Cercava di controllare il ritmo delle
bracciate, evitando di sollevare spruzzi a casaccio, per
non tradire panico o disperazione. Per sgombrare la mente
dai pensieri contava le bracciate. Quando raggiunsero
acque profonde, sent la corrente. Cerc di tagliarla con
un angolo di 45 gradi, osservando la grande montagna che
incombeva su di lui per determinare la direzione e il ritmo
con cui progredivano.
- Stai bene? - chiese a Gillian. Sollev la testa per
guardarla. Lei avanzava con un buon crawl energico. Di tanto
in tanto tossiva.
- Ho freddo, - disse. -  questo il guaio.
- Prova a riposare sul dorso, - le disse, - e a fendere
l'acqua con le mani aperte. Come se stessi remando.
Lei si gir, chiuse gli occhi e sorrise.
- Potrei addormentarmi.
- Dormirai a riva, - disse lui. - Continua a nuotare.
Udirono Freycinet che imprecava. Marie cominci a
gridare, ripetutamente. Sembravano piuttosto lontani.
Controllando la propria posizione rispetto alla montagna,
Blessington si sent invadere dalla disperazione. Le
pendici pi basse della giungla stavano scurendosi. La linea
che divideva la zona illuminata da quella in ombra
saliva verso la vetta. E la montagna non sembrava approssimarsi.
Anzi, Blessington aveva l'impressione che
si stessero allontanando, che la corrente li respingesse pi
velocemente di quanto riuscissero ad avanzare. Le grida
incessanti di Marie non si affievolivano. Forse si avvicinavano
addirittura, pens Blessington, forse la marea serale
li stava spingendo al largo.
- Povera piccola, - disse Gillian. - Povera bambina.
- Non ascoltare, - disse lui.
Gillian continuava a tossire, sputando acqua. Lui si
ferm per chiederle come andava.
- Mi dispiace, - disse lei. - Adesso ho davvero freddo.
All'inizio l'acqua sembrava tiepida.
- Ci siamo quasi, - disse lui.
Gillian smise di nuotare e alz la testa verso il Gros Piton.
Quando si gir di nuovo sul dorso, la bocca le si riemp
d'acqua.
- S... col cavolo.
- Resisti, Gillian.
Mentre cercava di tenere a galla il precario vascello di
corpo e mente, ebbe l'impressione che il cielo si scurisse.
La zona illuminata si ritirava sempre pi in alto lungo la
montagna. Marie continuava a urlare. Udirono tonfi lontani
nel punto in cui ora si trovava la barca. Marie e Honor
tentavano di aggrapparsi allo scafo.
- Liam, - disse Gillian, - non puoi salvarmi.
- Ti salverai da sola, - disse lui. - Basta che non ti
fermi.
- Non ce la faccio.
- Non fare la stronza.
- Non scherzo, - disse lei. - Non ce la faccio davvero.
Anche Blessington smise di nuotare, pur sapendo che
ogni volta che interrompevano la loro avanzata la corrente
li allontanava sempre pi dalla meta. Secondo la guida
nautica era solo una corrente da cinque nodi ma sembrava
molto pi forte. Probabilmente si combinava con la marea.
Gillian annaspava tra accessi di tosse. Teneva la testa
sollevata, avida d'aria, la bocca aperta come il becco di un
uccellino che spera nel cibo. Blessington le si avvicin. Il
senso del tempo che fuggiva, della corrente che li respingeva,
lo resero furioso.
- Devi girarti sulla schiena, - le disse dolcemente. -
Sdraiati e riposati. Poi inarca la schiena. Lascia scendere
la testa in modo che la fronte sia in acqua.
Cercando di seguire i suoi consigli, Gillian si dimen
nel groviglio delle proprie braccia e gambe. Inghiott acqua,
ansim. Poi rise.
- No, - sussurr lui.
- Liam? Posso riposare su di te?
Blessington, che stava avvicinandosi, si ferm.
- No. Non devi toccarmi. Non dobbiamo toccarci. Potremmo...
- Per favore, - disse lei.
- No. Girati sulla schiena. Lentamente.
Qualcosa fendette l'acqua accanto a loro. Gli sembr
uno squalo pinnanera. Una variet aggressiva, ma non tra
le pi pericolose. Ma poteva trattarsi di qualsiasi cosa. Gillian
aveva ancora al polso il braccialetto rasta.
- Liam, credo di avere un crampo. Sono troppo stordita.
- Sulla schiena, amore. Devi farlo.  l'unico modo.
- No, - disse lei. - Ho troppo freddo.
- Andiamo, - le disse, riprendendo a nuotare e allontanandosi
da lei.
- Sono troppo stordita. Sto per svenire.
In preda al panico crescente, lui torn indietro.
- Oh, merda, - disse lei. - Liam?
- Sono qui.
- Me ne sto andando, Liam. Non resisto pi.
- Girati sulla schiena, - le url. - Puoi farcela. Anche
se dovessi nuotare tutta la notte.
- Oh, merda, - disse lei. Poi riprese a ridere. Sollev
la mano con il braccialetto rasta e tracci nell'acqua il segno
della croce.
- Nam, - disse. - Nam myoho renge kyo. Figlio di puttana -.
Ridendo. Il resto delle parole fu soffocato da un'onda.
- Sto per svenire, - disse. - Non ce la faccio.
Poi cominci ad annaspare, a ridere e a piangere.
- Sia lode a Dio, fonte di ogni benedizione, - cant, ridendo.
- Lodatelo, tutte le creature di questo mondo.
- Gillian, - disse lui. - Per amor di Dio. Forse potrei
tirarmela dietro, pens. Ma era una pazzia e si tenne a
distanza.
Lei rideva e gridava a pieni polmoni.
- Lodatelo nei cieli, schiere celesti! Lodate il Padre, il
Figlio e lo Spirito Santo.
Ridendo, contorcendosi, affond nell'acqua con il volto
distorto, gli occhi sbarrati. Blessington cerc di non
guardare ma era troppo tardi. Temeva di seguirla.
In quel momento smarr il proprio equilibrio. Il potere
che esercitava sul suo corpo si disintegr e Blessington cominci
a inghiottire acqua e a dibattersi come lei.
- Aiuto! - grid disperato. Gli risposero un tonfo e le
urla di Marie. Forse ora le immaginava soltanto.
Alla fine ritrov il controllo. Quando tutta la montagna
ebbe assunto un colore verde scuro, Blessington sent
la corrente allentare la presa. Ora i frangenti lo spingevano
verso la sabbia, verso l'ultima lingua di spiaggia sabbiosa
dell'isola. A nord la montagna, il Gros Piton, dominava
tutto l'orizzonte.
Attravers un ultimo momento critico. A cinquanta
metri dalla riva una corrente di risucchio lo spinse dietro
la punta dell'isola. Ebbe appena la forza e la lucidit sufficienti
a superarla. Era il tramonto quando Blessington
usc dall'acqua, tra uva marina e mancinella. Voltandosi,
vide stagliarsi contro il sole gli alberi nudi del Sans Regret,
adagiato sul banco pi grande a sud dell'isola. Forse scorse
anche una figura umana che si dibatteva, scura, contro
il bianco dello scafo. Ma il buio scendeva rapidamente. Gli
sembr di distinguere un lampo verde. A tratti pensava di
cogliere ancora le urla di Marie.
Per tutta la notte, mentre arrancava nella fitta boscaglia
in cerca di una strada da costeggiare tenendosi al coperto,
gli sembr di udire l'ultimo inno di Gillian. Vedeva
il suo volto morente contro i neri campi di canna da
zucchero che stava percorrendo.
A un certo punto fu sicuro di sentire il barrito di un
elefante. Nel delirio, si convinse di essere in Africa - in
Africa, dove non era mai stato. Mormorava l'inno di Gillian.
Poi ricord di avere letto da qualche parte che la boscaglia
ospitava un elefante, un'attrazione per i turisti. Lui
per non voleva incontrarlo, cos decise di fermarsi e aspettare
il mattino. Per tutta la notte parl con Gillian, scherz
con lei e cant inni. Ogni volta la salvava e poi stavano insieme.
All'alba, quando il sole sorse fresco e pieno di promesse,
si incammin verso il pub irlandese di Soufrire. L,
pensava, qualcuno forse avrebbe saputo carpire.


OSCURIT ALL'ACQUARIO.

Nella casa di Noe Street, Big Gene cantilenava al telefono.
- Geerat, Geeroot. Neexat, Nixoot.
Riattacc ed esegu una marcetta, tamburellando con
le dita sul ricevitore e soffiando l'aria tra i denti per imitare
i colpi dei piatti.
-  cos che parlano gli olandesi, - disse ad Alison.
- Keroot. Badoot. Krackeroot.
- Chi era?
Lui si allung sui cuscini di velluto e si concesse un'energica
grattata. Sorrise e si stiracchi soddisfatto, sbattendo
le ciglia.
- Uno stronzo senza cervello. Di tutti lo zimbello. Soltanto
un pivello.
Rimase immobile con la bocca aperta, aspettando l'emergere
di altre caratterizzazioni in rima.
- Cercavano me?
Big Gene la guard con gli occhi lucidi. Scosse tristemente
il capo, come a indicare che quelle domande non
scalfivano la sua sublime indifferenza.
Alison lo maledisse.
- Perch cazzo rispondi al telefono se non hai voglia di
parlare? - disse. - Potrebbe essere importante.
Big Gene rimase supino.
- Non so a che fermata scendi, - disse distrattamente.
- Ti vedo regredire alla solita paranoia. Cadi nello stereotipo.
Hai perso energia.
Quei vaneggiamenti da tossico la fecero infuriare. Grugn
esasperata.
- Oh, Cristo!
- Mi deprimi, - disse Gene sottovoce. - Non ho bisogno
di te. Ho il controllo, capisci cosa voglio dire?
- Sei ridicolo, - gli disse Alison. - Parlare con te  un
totale spreco di tempo.
Mentre passava nell'altra stanza lo sent gemere, un lugubre
mormorio in falsetto, del tutto incongruente con la
sua mole ma indicativo dell'uomo che era diventato. A furia
di bucarsi si era sgonfiato.
In camera da letto, Io era sveglia; attraverso le sbarre
del lettino fissava timorosa con i grandi occhi scuri la finestra
illuminata dal sole.
- Ciao, tesoro, - disse Alison.
Io si gir compunta verso la madre e sbadigli.
 gi una vera personcina, pens Alison, sollevandola
sopra le sponde del lettino, il seme  germogliato. Passeggiate
e conversazioni. Finisce qui il nostro idillio da Madonna-con-bambino.
Sent in gola un lieve fremito di sgomento.
- Io, - disse a sua figlia, - dobbiamo darci da fare.
Erano a un punto di crisi. Uomini robusti si erano afflosciati
come sagome di cartone, la legalit e il buon senso
erano svaniti. Scarseggiava la materia grigia.
Perch proprio io, si chiese, accompagnando la bimba
in bagno. Perch devo essere l'unica a rimetterci?
Sul water, Io fece il suo dovere. Alison la pul e tir lo
sciacquone. Alison aveva una laurea in astronomia, anche
se non aveva mai esercitato.
Io sapeva vestirsi da sola, a parte le scarpe. Quando Alison
gliele allacci, si accorse che le stavano gi diventando
troppo piccole.
- Che facciamo? - chiese a Io con un gemito scherzoso
ma genuinamente spaventato.
- Andiamo dai pesci, - disse Io.
- Andiamo dai pesci? - Alison si strofin il mento in
un parodistico atteggiamento di riflessione, sfregando il
proprio naso contro quello di Io per farla sorridere. - Buon
Dio.
Io si ritrasse e annu risoluta.
- Andiamo dai pesci.
In quel momento, ad Alison torn in mente il frammento
di un sogno subacqueo. Il ricordo era particolarmente
piacevole e le concesse un palpito di felicit.
- E va bene allora, - disse a Io. - Andiamo all'acquario.
Ottima idea.
- S, - disse Io.
Davanti alla stanza di Io, su quel che restava di una terrazza
ora ingombra di immondizia, viveva un dobermann
feroce e malsano, battezzato Buck in ricordo di un cane
che Big Gene affermava di avere un tempo posseduto ad
Aruba. Alison fece scorrere la portafinestra per permettergli
di entrare, e lo osserv inquieta mentre annusava Io.
- Buck, - disse Io senza entusiasmo.
Alison afferr il cane per il collare e lo spinse fuori dalla
stanza da letto.
In soggiorno, Big Gene stava sollevandosi sui cuscini,
un cetaceo in emersione.
- Buck, mio fedele amico, - inton. - Bucky bonaroo.
- Puoi occupartene tu oggi? - disse Alison. - Voglio
portare Io all'acquario.
- Chi, io? - domand Gene. - Noo.
- Perch diavolo no? - fece Alison rabbiosa.
- Impossibile.
- Merda! Non posso lasciarlo qui solo, distrugger tutto.
Come faccio a portarmelo dietro?
Gene si strinse nelle spalle con aria insonnolita.
- Non  stasera che ti pagano? - le chiese dopo un attimo.
- Gi, - disse Alison.
In realt, Alison era stata pagata la sera prima, il suo
datore di lavoro le aveva gettato in faccia un'ottantina di
dollari in monete da cinquanta centesimi. Nel locale in cui
Alison faceva la ballerina si era avuto da ridire sulla sua
esibizione, e lei aveva risposto senza mezzi termini a Mert,
il direttore. Mert aveva reagito in maniera assolutamente
ostile: l'aveva licenziata, insultato i suoi seni e costretta a
raccogliere monetine dal pavimento sudicio, cos tante che
il profilo di Jack Kennedy le s'inchiod in mente. Alison
non aveva raccontato l'episodio a Gene; le monete da mezzo
dollaro erano nascoste sotto la tela cerata che proteggeva
il materasso di Io.
- Bene, - disse Gene. - Perch in tal caso devo vedere
il tipo.
Guardava Io dall'alto in basso, e Alison temette di cogliere
in lui segni di risentimento o disprezzo, ma sul suo
volto vide solo tristezza e nausea. Io non gli prestava alcuna
attenzione.
L'eroina lo aveva ammorbidito in modo sorprendente.
Di fronte a quella trasformazione, Alison gli aveva quasi
perdonato di averla picchiata, e si era accorta che in fondo
era un buono di cuore. Ma rubava ed era un irresponsabile;
la sua presenza la metteva in imbarazzo.
- Oh Cristo, come posso portare un cane all'acquario?
La prospettiva la irritava profondamente. Decise che
l'avrebbe sopportata meglio ricorrendo alle
white-crossjobbers. Le white-cross jobbers erano pasticche che un chimico
pazzo produceva a Hayward. Big Gene le chiamava
it-390 per distinguerle dalle IT-290 che, una volta ingerite,
avevano rivelato effetti del tutto diversi.
Alison apr il barattolo del sak dov'erano nascoste, ne
prese una manciata e le inghiott con l'acqua del rubinetto.
- D'accordo, Buck, - esclam, pronunciando con tono
disgustato il nome dell'animale, - maledetto te -. Gli mise
il collare, disse a Io di precederli in automobile e usc
trascinando il cane recalcitrante.
Con Io ben legata sul seggiolino posteriore e Buck accucciato
sotto il cruscotto, Alison percorse Lombard Street
sulla corsia esterna, affrontando le curve come un pilota
da corsa. Guidava a quell'andatura per battere la droga sul
tempo. Quando si ferm nel parcheggio dell'acquario, aveva
la bocca secca e sentiva tintinnare le campanelle del
sanctus che segnalavano l'alterarsi della consapevolezza.
Si avviarono rapidamente sotto gli eucalipti scossi dal vento
e salirono la massiccia scalinata verso il portico corinzio
dell'edificio.
- E adesso dove lo lasciamo il cane? - chiese a Io. Se
batteva le palpebre, sentiva bruciare le pupille. L'ho combinata
bella, pens. Ci sono cascata di nuovo. Che disastro.
Dopo un attimo di confusa esitazione, assicur con un
nodo scorrevole il guinzaglio di Buck a un idrante di ottone
accanto all'ingresso. Mentre eseguiva con cura il suo
compito, le sovvenne un bizzarro pomeriggio in cui aveva
legato Buck davanti a un bar su El Camino. Per la sicurezza
dei passanti, aveva improvvisato un cartello usando
un pezzo di cartone e scrivendo con un pennarello verde:
NON CERCATE DI ACCAREZZARE QUESTO CANE. Il SUO ultimo
ricordo di quella giornata era il pezzo di cartone che trascinato
dal vento svolazzava lungo la strada, davanti a una
stazione di servizio Exxon.
Gli ululati vendicativi di Buck li seguirono fino ai battenti
di rame ossidato dell'ingresso principale.
Era mattina presto e l'acquario non era affollato. Suoni
gorgoglianti si diffondevano su e gi per le pareti lisce,
voci infantili rimbalzavano dal soffitto. Tenendo Io per
mano, Alison girovag nella luce crepuscolare, oltrepassando
vasche di cavallucci marini, scorfani, tilapie africane.
Si fermarono davanti a un banco di salmoni che volteggiavano
senza sosta, e Alison si accorse che alcuni di
essi erano privi di occhi, le orbite vuote e perfettamente
pulite. I pesci ciechi nuotavano con gli altri, mantenendosi
in riga nel branco, virando in sincronia.
Io, a quanto pareva, non li aveva notati.
Nella stanza successiva, Alison e la bimba si soffermarono
a ogni vasca, leggendo sui cartelli illuminati il nome
dell'animale, il suo habitat e il nome latino. Io osservava
tutto con seriet.
Alla fine dell'ala orientale si apriva una sala pi luminosa
delle altre; ospitava i delfini, dentro vasche aperte
verso il cielo. Entrando, Alison prov una curiosa sensazione
di piacere.
- Guarda, - disse a Io. - I delfini.
- Delfini?
Si avvicinarono alla vasca pi grande; la parte inferiore
del vetro era costellata da piccole impronte di mani.
All'interno, un solitario esemplare grigio-azzurro girava
furiosamente in cerchio, descrivendo magnifiche figure
di otto, sfiorando le pareti. Alison lo guardava a bocca
aperta.
- Un delfino atlantico, - disse con voce sommessa e reverenziale.
- Viene dall'oceano Atlantico. Dall'altra parte
dell'America. Dove c' Providence.
- E il nonno, - disse Io.
- E anche il nonno, che abita a Providence.
Per parecchi secondi, Alison rivisse la sensazione del
sogno con un'intensit che le tolse il respiro. Evocava una
presenza amorevole e una scoperta.
Fiss la vasca finch la luce che filtrava attraverso l'acqua
ribollente assunse connotazioni mistiche. Io, intuendo
che la madre non aveva intenzione di proseguire, torn
sui propri passi e pass in rassegna una seconda volta i pesci
delle sale che avevano gi attraversato. Ogni volta che
un visitatore le sorrideva, distoglieva gli occhi terrorizzata.
Alison, pietrificata, si sforzava di ricordare. Erano stati
momenti speciali, importanti. Ma assurdi - come succede
nei sogni. Si scopr a ridere e poi, nell'attimo successivo,
si sent intorpidita dal senso di perdita, il sogno
le andava sfuggendo. Il cuore le batteva all'impazzata per
la droga.
Dio, pens, sono solo sprazzi e bagliori. Siamo qui in
questa merda.
Con orrore improvviso, si ricord di un'altra parte del
sogno, la cui implicazione era che lei e Io erano proprio li
e non in un sogno da cui ci si risvegliava. Perch erano, dopo
tutto.
Si gir ansiosamente a cercare Io e vide la bambina
parecchie sale pi indietro, davanti alla vasca dei pesci
ciechi.
Il sogno riguardava il tentativo di uscire dal sogno stesso,
cercare di rendersene conto e interromperlo. Alla fine,
nel momento pi terribile, era stata pietosamente trasportata
di fronte a una presenza che aveva risolto le cose.
Il ricordo di quella risoluzione la spingeva alle lacrime.
Il suo sguardo cadde sull'animale nella vasca. Ne segu
affascinata le evoluzioni.
Era in atto tra loro una sorta di comunicazione, con o
senza parole.
Alison, che aveva una formazione scientifica, amava la
logica sopra ogni altra cosa; era il suo unico piacere importante.
Se la parte sull'essere era vera - e lo era - qual
era la risoluzione? Pens, osservando il delfino, che pure
i sogni prendessero origine dalla verit, che a nessun livello
la mente fosse capace di interpretazioni totalmente
infondate. Perfino le allucinazioni - fenomeni che a Alison
erano tristemente familiari - avevano origini empiricamente
verificabili - un raggio di luce, un suono portato
dal vento. In qualche modo, pensava, da qualche parte dell'universo,
la presenza risolutrice deve esistere.
I pensieri le correvano nella mente a precipizio; si lecc
le labbra per alleviare il bruciore che le inaridiva. Il suo
cuore ebbe un balzo disperato.
- Sei stato tu? - chiese al delfino.
- S, - lo ud rispondere. - S, sono stato io.
Alison scoppi in lacrime. Quando fin di singhiozzare,
estrasse dalla borsa un fazzoletto di carta, si asciug gli
occhi e si appoggi al marmo freddo che orlava la vasca.
Psicosi. Disturbi del pensiero. Incapacit di astrarre.
- Tutto ci  ridicolo, - disse.
Da un luogo profondo dentro di lei, dal deposito dei
sogni, risuon una voce.
- Tu sei qui, - le disse il delfino. - Ed  l'unica cosa
importante.
Niente, nel comportamento della creatura, suggeriva
una comunicazione o il pi vago accenno di consapevolezza.
Tuttavia, si disse Alison, non ci si poteva aspettare
che adottasse modalit di contatto umane. Si sarebbe peccato
di antropocentrismo - una posizione limitante, reazionaria
quanto l'etnocentrismo o il sessismo.
-  molto difficile per me, - disse al delfino. - Non riesco
a comunicare bene neanche nelle migliori condizioni.
E l'ambiente di un acquario  alquanto bizzarro -. Non
sapendo come continuare, Alison si rifugi nell'indignazione.
- Per te dev'essere orribile.
- Bizzarro, s, - furono le parole che ud dal delfino.
- Ma non lo definirei orribile.
Alison tremava. - Come pu non essere orribile? Una
mente cosciente rinchiusa in una vasca sotto gli occhi di
stupidi visitatori? Non che io mi consideri migliore, - si
affrett ad aggiungere, - ma  vergognoso che tu sia imprigionato
qui con questi pesci viscidi e repellenti.
- Non trovo che i pesci siano viscidi e repellenti, - le
disse il delfino.
Mortificata, Alison cominci a balbettare una scusa, ma
la creatura tagli corto. - Gli unici pesci con cui entro in
contatto sono quelli che mi danno come cibo. Quelle che
invece vedo per tutto il giorno sono le persone. Mi chiedo
se vi rendete conto di quanto siate aridi tutti quanti.
- Buon Dio! - Alison si avvicin alla vasca. - Devi
odiarci.
Percep una risata.
- Io non odio.
Il piacere di Alison nel ricevere l'informazione fu temperato
da una preoccupazione politica. Il compiacimento
dell'animale suggeriva qualcosa di disdicevole; per un attimo
sospett che il suo interlocutore fosse un semplice
Delfino da Acquario, un fantoccio sradicato, uno Zio
Tom...
Echeggi nuovamente una risata.
- Chiedo scusa, - disse Alison. - Ho la testa piena di
stronzate.
- La nostra condizione  profondamente differente dalla
vostra. Non abbiamo le stesse esigenze. Le nostre anime
sono tanto diverse quanto i nostri corpi.
- Ho la sensazione, - disse Alison, - che le vostre siano
migliori.
- Lo credo anch'io. Ma sono un delfino.
Nella vasca, l'animale sal come un siluro verso la superficie
nebulosa, poi si immerse nuovamente in una colonna
di schiuma vorticante e ribollente.
- Mi hai chiamato tu qui, vero? - chiese Alison. - Volevi
che io venissi.
- In un certo senso.
- Solo in un certo senso?
- Noi abbiamo manifestato la nostra presenza qui. Un
certo numero di voi era in grado di rispondere. Personalmente,
sono soddisfatto che sia venuta tu.
- Davvero? - esclam gioiosamente Alison. Era consapevole
del fatto che le sue parole echeggiassero nella vasta
sala. - Sai, te l'ho chiesto perch ho fatto dei sogni particolari.
Mi sono successe cose strane ultimamente -. Si
interruppe, pensierosa. - Per esempio, a volte mentre
ascolto la radio percepisco dei suoni curiosi, magari solo
per pochi attimi. Come se captassi una specie di codice.
Eravate voi?
- A volte s. Abbiamo i nostri sistemi.
- E perch proprio io? - chiese Alison in un fiato.
- Non sai il perch? - sussurr l'animale.
- Forse perch sapevate che io avrei capito.
Non ci fu risposta.
- Forse perch sapevate quanto odio vedere come vanno
le cose nel nostro mondo. Perch sapevate che vi avrei
ascoltato. Perch ho tanto bisogno di qualcosa.
- Eppure, - disse severamente il delfino, - sono situazioni
che avete creato voi. Ritenevate che fossero necessarie.
- Non io, - disse Alison. - Io non ho bisogno di certe
stronzate.
Con occhi stralunati, Alison lo vide saettare nuovamente
verso l'alto, poi immergersi e sfiorare il fondo della
vasca, curvando abilmente prima di toccare la parete.
- Vi amo, - dichiar improvvisamente. - Voglio dire,
provo un grande amore per voi e sento in voi un grande
affetto. So che potete insegnarmi una lezione davvero importante.
- Sei pronta a conoscere la verit su di noi?
- S, - disse Alison. - Oh s. E a sapere che cosa posso
fare.
- Puoi essere libera, - disse l'animale. - Puoi imparare
a percepire in un modo nuovo.
Alison si accorse che Io era in piedi accanto a lei, e guardava
preoccupata la mamma in lacrime. Alison si chin e
accost la testa a quella della bambina.
- Io, vedi il delfino? Ti piace?
- S, - disse Io.
Alison si alz in piedi.
- Mia figlia, - disse al suo delfino.
Per qualche istante Io guard contenta l'animale, poi
and a sedersi su una panca in fondo alla sala.
- Ha solo tre anni e mezzo, - disse Alison. Temeva che
l'intromissione di una terza persona potesse aver interrotto
lo scambio tra loro. - Ti piace?
- Vediamo moltissimi vostri bambini, - replic il delfino.
- Non posso risponderti in questi termini.
Alison si preoccup. - Vuoi dire che non sentite alcuna
emozione? Che non potete amare?
- Se ti rispondessi s o no ti ingannerei comunque. Diciamo
che non facciamo le stesse distinzioni.
- Non capisco, - disse Alison. - Immagino di non essere
pronta.
- Con il mutare della tua percezione, - le disse il delfino,
- molte cose ti appariranno strane e sconosciute. Devi
dismettere i vecchi schemi di pensiero che ti sono stati
imposti. Ti verr richiesta una grande fede, una grande
determinazione.
- Non sar facile, - ammise tristemente Alison. - Lo
so. Ho un carattere molto scettico e frivolo. Ed  tutto talmente
strano e meraviglioso che non riesco a crederci.
- Ogni dubbio  il prodotto della tua natura animale.
Devi sollevarti al di sopra della tua specie. Devi confidare
in chi ti istruisce.
- Cercher, - disse Alison con decisione. - Caspita, 
incredibile! Voglio dire, per tutti questi secoli voi e noi
siamo state le uniche specie coscienti sul pianeta, e adesso
siamo finalmente in contatto! Mi manda fuori di testa
pensare che qui, ora, per la prima volta...
- Cosa ti fa pensare che sia la prima volta?
- Buon Dio! - esclam Alison. - Non  la prima volta?
- Ci sono stati altri prima di te, Alison. Erano deboli
e incostanti. Li abbiamo perduti.
Le parole gelarono il cuore di Alison.
- Ma non ha mai funzionato?
-  nella natura della vostra specie entusiasmarvi per
cose di cui poi vi stancate. Le vostre anime indulgono alle
passioni e la vostra concentrazione  debole. Nessuno
di voi ce l'ha mai fatta.
- Io ce la far, - grid Alison. - Sono unica e insostituibile,
e nulla potrebbe essere pi importante. Capire,
reagire internamente,  il mio grande talento. Posso farcela!
- Ti crediamo, Alison. Ecco perch sei qui.
Si sent invadere da una gioia sognante. Si gir di scatto
per cercare Io e la vide distesa sulla panca, fissava le luci
sul soffitto. In piedi vicino a lei c'era un giovanotto alto,
con i capelli lunghi, che osservava Alison. Alison ricacci
dalla mente quello sguardo che percepiva come
un'intrusione profana, e d'un tratto si sent di umore battagliero.
- So che dal vostro punto di vista non  importante, -
disse al delfino, - ma vedervi rinchiusi mi rende furibonda.
Il mare aperto deve mancarvi moltissimo.
- Non l'ho mai lasciato, - disse l'animale, - e con me
sprechi la tua piet. Sono qui per conto della mia razza.
-  il modo in cui sono stata educata. Ho avuto un'infanzia
orribile, ma per alcuni aspetti positiva. Vedi, mio
padre  un autentico stronzo ma  anche quello che noi
chiamiamo un libertario. Mi ha insegnato a odiare l'oppressione.
Le ingiustizie mi fanno venire voglia di ribellarmi.
Immagino che suoni stupido e insignificante alle tue
orecchie, ma per me  fondamentale.
La voce del delfino era bassa e confortante, infinitamente
dolce. - Sappiamo come stanno le cose per voi. Non
capite nulla del vostro stesso comportamento. Tutto quello che fate e pensate riflette semplicemente quella che noi
chiamiamo la Postura Arida. La vostra vita interiore, la
vostra intera storia non sono che questo.
- Per Dio! - disse Alison. - Postura Arida.
- Mentre lavoreremo con te, devi tenerlo presente. Devi
individuare la presenza della Postura Arida in ogni tuo
pensiero e azione. Quando l'avrai eliminata dalla tua anima,
ci che rimarr sar il legame tra noi. A quel punto la
tua vita comincer sul serio.
- Postura Arida, - disse Alison. - Wow!
L'animale nella vasca giocherellava sotto il pelo dell'acqua.
Nel suo crescente entusiasmo Alison si sentiva
sempre pi frustrata dall'espressione invariabilmente bonaria
del muso del delfino, che in effetti appariva del tutto
indifferente alla sua presenza. Ripet a se stessa che la
vuota dissimulazione, tipica del volto umano, era indegna
di lui, e colse l'occasione per sbarazzarsi di una Postura
Arida.
Il silenzio da cui il delfino parlava si riemp di musica.
- Nel mare  la nostra origine comune, - lo ud dire. -
Nel mare un tempo tutto era Uno. Nel mare trova la tua
resa, nella resa trova la vittoria, il rinnovamento, la sopravvivenza.
Ricordati del mare! Ricordati del comune
pulsare del nostro cuore! Torna alla pace della coscienza
primordiale!
- Che meraviglia, - grid Alison, mentre la sua coscienza
sprofondava in salmastri vortici di intuizione. - La
nostra vuota cultura occidentale non ha alcun valore, -
dichiar con entusiasmo. - E marcia e malata. Dobbiamo tornare
indietro. Ti prego, - lo implor, - spiegaci come!
- Se tu riceverai la conoscenza, - le disse l'animale, -
la tua diventer una vita di devozione e lotta. Sei pronta
a impegnarti in tale contesa?
- S, - disse Alison. - S!
- Sei pronta a servire quella forza che anima senza sosta
il progresso dell'universo cosciente?
- Con tutto il cuore!
- Sei disposta ad arrenderti a quel sublime destino che
la tua specie ha cos sventatamente negato?
- Oh, caspita, - disse Alison, - certo che lo sono.
- Ottimo, - disse il delfino. - Avrai il privilegio di assistere
la volont indomabile di una specie possente e superiore.
L'ordine naturale sar ristabilito. Chi  forte e sano
dominer. Chi  debole e decadente perir e scomparir.
- Avanti! - grid Alison. Sent le spalle raddrizzarsi, i
talloni unirsi l'un l'altro.
- Millenni di usurpazione saranno sovvertiti da una risoluzione
finale.
- Gi, - disse Alison. - Assolutamente necessaria.
Aveva l'impressione di cogliere un accento straniero
nella voce del delfino - se non un accento del Terzo mondo,
almeno quello di una civilt pi vecchia e pi compiuta
della sua.
- Dove ora sorgono le vostre citt e le vostre banche,
gli acquari e i musei, - continu il delfino, - rimarranno
solo rovine. La responsabilit ricadr esclusivamente sul
genere umano, la nostra pazienza  ormai esaurita. Quel
che non abbiamo ottenuto lottando per un dialogo equo,
lo conquisteremo con una lotta di altro tipo.
Alison ascoltava sbalordita mentre dietro i suoi occhi
il volume della musica cresceva.
-  infatti nostra convinzione, - la inform il delfino,
- che attraverso la lotta la vita possa purificarsi -. La sua
voce remota, eufonica, assunse una nota stridente di isteria.
- Nella disciplina del conflitto spietato si forgia la storia
e si tempra la volont! Lasciamo che i vili, i nati-una-volta,
evitino la mischia: noi invece colpiremo senza piet
la massa piagnucolante dei nostri inferiori naturali. Il nostro
destino  il trionfo!
Alison scosse la testa, confusa.
- Be'..., - disse.
Chiudendo le palpebre per un attimo, contempl con
sorprendente chiarezza l'immagine di un uomo dalla barba
bionda che indossava una maglia bianca girocollo e un
berretto da ufficiale. Il viso era stravolto dall'ira; accanto
a lui incombeva una grigia forma cilindrica, forse un periscopio.
Riapr immediatamente gli occhi e vide il delfino
nuotare con grazia lungo le pareti della vasca.
- Ma questo non  amore, n vita, n niente del genere,
- singhiozz. -  solo crudelt.
- Alison, bambina mia, non sai che  tutta la stessa cosa?
Senza crudelt non esiste amore. Se non sei pronta a
distruggere qualcuno, non sei pronta ad amarlo. Perch se
hai la conoscenza, la vera conoscenza, allora  compiendo
il tuo dovere che realizzi il karma di tutti. Se devi eliminare
qualcuno perch cos vuole l'universo, elimini semplicemente
la parte cattiva di te stessa. E un atto d'amore.
L'istante successivo Alison rivide l'uomo barbuto. La
sua faccia contratta e malvagia era immersa in una luce sinistra,
subacquea, riflessa in chiss quale diabolico strumento
di morte.
- Adesso so cosa sei, - esclam Alison inorridita. - Sei
un fascista!
Quando la bestia riprese a parlare, la dolcezza era sparita
dalla sua voce.
- La tua civilt ci ha regalato molti momenti di divertimento.
Ma purtroppo ora deve essere irrevocabilmente
distrutta.
- Fascista! - piagnucol Alison con voce strozzata.
- Nazista!
- Pace, - inton il delfino, e la musica di sottofondo si
fece lenta e sommessa. - Ecco la conoscenza. Devi ripetertelo
ogni giorno.
Ormai furibonda, Alison percepiva la beffarda ipocrisia
dei suoi toni melliflui:
Arrendetevi all'idea
del fluire della marea
Non appena ebbe udito quelle parole, esse occuparono
ogni frazione del suo spazio interno, come una stupida
eco che si propagava all'infinito. Si copr le orecchie
con le mani.
- Stronzate! - grid. - Tutte parole senza senso!
D'un tratto ebbe il sospetto che la voce non appartenesse
al delfino, ma all'uomo con la maglia girocollo.
Ma dov'era? In agguato all'imbocco di un celestiale buco
nero, al sicuro nella dimensione pi prossima? Qualche
miglio al largo di Sausalito, a profondit di periscopio?
Oppure - ipotesi ancora pi mostruosa - ingegnosamente
rimpicciolito e nascosto nel delfino?
- Aiuto, - invoc Alison sottovoce.
Affrontando il rischio di subire danni permanenti, Alison
sforz disperatamente la propria percezione lineare.
Doveva informare qualcuno.
- Sono coinvolta in un complotto, - rifer. - I delfini
stanno tentando di plagiarmi con un messaggio fascista, o
forse una specie di sommergibile nazista si nasconde al largo
delle nostre coste.
Esausta, frug nella borsa di maglia in cerca di una sigaretta,
la trov e l'accese. Si era trattato solo di una distorsione
mentale momentanea, si disse per rassicurarsi,
inalando profondamente. Un'insignificante vibrazione
cranica, forse una bollicina d'aria. Fumava e tremava, evitando
di guardare la vasca.
Un attimo dopo si rese conto che il giovanotto alto notato
poco prima aveva compiuto il giro della sala e si era
fermato accanto a lei.
- Questi pesci sono uno sballo, - disse il giovanotto.
- Aspetti un minuto, - gli domand Alison. - Aspetti
solo un minuto. Era...?
Il giovanotto le rivolse un sorriso ebete.
- Un vero trip quei pesci, eh? Cos', ti sei fatta?
Portava in spalla una borsa da fotografo e una cappa
nera sul braccio.
- Non so di cosa stia parlando, - disse Alison. Improvvisamente
si sent ardere d'odio.
- No? Sembri davvero fuori di testa.
- Be', non lo sono, - disse Alison in tono fermo. Vide
che Io si era alzata dalla panca e le veniva incontro.
Il giovanotto osserv la bimba mentre si stringeva alla
gonna della madre, lunga fino a terra.
- Andiamo mamma, - disse Io.
L'uomo accentu il suo sorriso idiota e si accoccol accanto
alla piccola.
- Ciao. Mi chiamo Andy.
Io lanci a Andy un'occhiata e tent di fuggire. Alison
la trattenne per una mano; Andy le afferr l'altra.
- Ho fatto delle foto, - le disse. - Ai pesciolini -. Insegu
Io che si era ritirata dietro le ginocchia di Alison.
Alison, ruotando su se stessa per non lasciarle la mano, si
trov sotto gli occhi la borsa del fotografo.
- Ti piacciono i pesciolini? - insisteva Andy. - Stupendi,
eh?
Nella borsa c'erano due obiettivi Nikon, uno accanto
all'altro. Alison lasci la mano di Io e ne afferr uno. Andy
chiese alla bimba se era timida, e Alison lasci cadere l'obiettivo
nella propria borsa. Poi, mentre Andy si rialzava,
prese anche l'altro e se lo premette contro la gonna.
Rimessosi in piedi, Andy ansimava leggermente.
- Vuoi venire a fumare un po' di roba? - chiese ad Alison.
- Sto andando alla galleria d'arte a scattare qualche
foto di nascosto. Mi accompagni?
- Veramente, - gli disse Alison, - ho un invito a pranzo.
Andy ammicc. - Fantastico.
- Fantastico? - chiese Alison. - Ti dir io qualcosa di
fantastico, Andy. Questo acquario fa sicuramente schifo.
 pieno di animali mostruosi e repellenti. Ma nulla qui
dentro  pi schifoso e repellente di te, Andy.
Ud echeggiare una risata e si rese conto che era la sua.
Strinse i denti per interromperla.
- Dovresti avere una vasca tutta per te, Andy.
Si diresse con Io verso l'uscita tenendo una mano sul
fianco, come un'indossatrice, per nascondere l'obiettivo.
Prima di uscire dalla sala si volt e vide che Andy fissava
la vasca del delfino. Aveva sul volto un sorriso agghiacciante.
- Mi piacciono i pesci, - disse Io mentre scendevano la
pretenziosa scalinata di fronte all'ingresso. - Mi piacciono
le luci nelle case dei pesci.
Buck le riconobbe e si lanci verso di loro tirando il
guinzaglio, con la lingua sgocciolante. Alison lo sleg con
tutta la rapidit e la calma di cui era capace.
- Torneremo, tesoro, - disse. - Torneremo un sacco di
volte.
- Domani? - chiese la bambina.
Nel parcheggio, Alison si volt indietro. Gli scalini erano
deserti; nessun allarme, nessuno le inseguiva.
Quando furono in auto, sent freddo. Colonne di nebbia
salivano dalla baia. Rimase immobile per un attimo, si
soffi il naso e copr le spalle di Io con una maglia trovata
sul sedile.
- La mamma si  sbagliata, - spieg.

 ORSO E SUA FIGLIA.

Era una vecchia casa da gioco che la mafia aveva costruito
sulla sponda settentrionale del lago negli anni Quaranta.
All'epoca, i direttori dei casin non avevano ancora
scoperto la necessit di isolare i loro clienti dal tempo
e dalla luce del giorno, cos dal bar principale una grande
vetrata panoramica guardava le acque scintillanti e l'imponente
sierra. Il sole era gi scomparso dietro le montagne
e il crepuscolo imporporava il lago. Smart, il poeta dalla
lunga barba, beveva un doppio scotch e acqua. Aveva
girato lo sgabello verso la finestra.
- Vino scuro! - esclam rivolto al barista.
Il barista, un giovanotto dall'espressione volpina, aveva
un taglio di capelli militaresco, ma i modi estremamente
indolenti.
- Come ha detto, senor?
- Vino scuro, - ripet Smart indicando il lago.
Il giovane barista parve letteralmente barcollare sotto
l'impeto di un'improvvisa illuminazione.
- Vino scuro? Il lago? Lei lo vede vino scuro?
- In effetti, non  un concetto del tutto originale, -
spieg Smart.
- Scuro come il vino, cazzo. Whoa, - disse scrollando
la testa, un po' frastornato. Erano soli al bancone, ma ben
presto arriv una cameriera dalla frangetta ramata per ordinare
un cocktail.
- Il senor qui, - le disse il barista, - vede il lago vino
scuro.
- Mica male, - fece la giovane. Rivolse a Smart uno
sguardo non privo di benevolenza.
- Non le fa venire voglia di un altro bicchiere, senor?
- chiese il barman.
- Certo, - disse Smart.
Il barista vers a Smart la misera dose prescritta dalla
casa. Smart gli ricord che la voleva doppia.
- Cos sar scotch scuro, giusto? - chiese il giovanotto.
- Finch diventer scuro davvero, - disse la cameriera.
Si allontan con il vassoio su cui aveva posato il cocktail.
Dopo aver sorseggiato per qualche minuto il suo terzo
doppio scotch, Smart chiese al giovanotto: - Crede che ci
siano ancora i salmoni nel lago?
Il giovane parve non capire a quali creature si riferisse.
Poi rispose: - Ehi, come no. Tutti quelli che vuole -. Squadr
Smart per un istante. - Salmoni? Le piacciono?
- Gi, - disse Smart. - Mi piacciono s. I salmoni sono
la mia passione.
- Sul serio?
Da un anno ormai Smart stava tentando di ricostruire
una poesia che aveva scritto trent'anni prima dopo
avere assistito alla migrazione dei salmoni sul fiume Tanana,
nell'Alaska centrale. Erano le due e mezzo o le tre
di una precoce mattina d'estate. Il sole era basso sull'orizzonte,
e sulla tundra, in lontananza, una mandria di
bisonti brucava la grama vegetazione subartica. Nell'acqua
limpida si distinguevano chiaramente i pesci risalire
la corrente. Erano i sopravvissuti, i veterani del Pacifico,
ormai a duecento miglia dal mare, venuti a morire nel
luogo dov'erano stati generati. Sopra di loro roteavano
gabbiani, aquile e falchi pescatori in un affollamento che
Smart non aveva mai visto. Non ricordava di avere mai
assistito a uno spettacolo cos commovente e nobile come
l'ultimo viaggio di quei salmoni. Aveva dunque scritto
una poesia, poi l'aveva messa da qualche parte e non
l'aveva pi trovata.
Come elefanti, dondolando
superando con sforzo ogni onda,
arrancano verso casa...
- Chieda al ristorante, - disse il barista. - Non si sa
mai. A me il pesce non piace -. Abbass la voce. - E se mi
piacesse, amico, non verrei a mangiarlo qui. La bistecca,
invece,  tutta un'altra storia. La bistecca viene direttamente
da Kansas City, non so se mi spiego.
Il fiume  eternamente rapido e giovane, ricordava di
avere scritto Smart, eternamente nuovo, oltre la storia.
Guard verso l'oscurit esterna, come se l fuori potesse
rintracciare le parole perdute.
Ma questi, con occhi d'elefante
sotto le grida e i voli e gli stridi di gabbiani
e il tuffo delle aquile,
sono creature della ruota del tempo.
- Scommetto che hanno delle trote, - disse il barista.
- Ne hanno sempre. Ma non posso servirle una trota qui.
Deve andare al ristorante. Vede laggi il maitre d'htel?
Smart, dopo un attimo di disorientamento, vide un uomo
in smoking sul lato opposto della sala. Tutto si paga,
pens, ogni momento soddisfacente, ogni verso, buono,
cattivo, mediocre. E tra tutte le poesie, perch aveva perso
proprio quella?
Sotto il pallido cielo ultraplanetario della notte bianca,
cos continuava, pi o meno:
provo per loro immenso amore
e, per la loro fredda lotta, immensa ammirazione
nel mio cuore appassionato.
Smart si alz dallo sgabello, stordito dallo scotch e dall'altitudine.
- Sta bene, senor? - chiese il barista.
Smart fiss il giovane con occhi luccicanti, gett qualche
dollaro sul bancone e si avvi verso la sala da gioco.
Incroci la giovane cameriera del cocktail.
- Ha dei bellissimi occhi, sa? - lei lo apostrof.
Ne fu tanto lusingato che riusc solo a sorridere. Un uomo
doveva accontentarsi di ricompense sempre minori.
Complimenti pronunciati con indulgenza. Si diventava
qualche verso sparso delle proprie poesie.
Quale saggezza pu racchiudere l'occhio di un pesce?
Dev'essere un'illusione.
Come possono i pesci, questi pesci, sotto il loro perduto cielo
color birra,
nella luce strana, tornando a casa, tornando dopo tutti questi
anni,
avere nei freddi occhi qualcosa di cui io ho bisogno
o credo di avere bisogno?
Era stata un'esperienza magica, quella notte, tutta poesia
e luce!
L'arredamento della sala da gioco era ispirato al vecchio
west, con candelieri a forma di ruota di carro, finti
tappeti navajo, teschi di bisonti e corna d'alce sulle pareti
di tronchi. Sul lago era una tranquilla notte di met settimana
e l'atmosfera era rilassata. Si giocavano cinque o
sei partite di blackjack, con giovani donne dai boccoli
biondi e le giarrettiere al braccio che distribuivano le carte.
Tre roulette riposavano immobili sotto le custodie di
plastica trasparente. Al tavolo dei dadi, due uomini silenziosi,
un croupier e il suo vice, stavano in piedi fianco a
fianco come spettatori di un funerale. Smart, che aveva
portato con s il whisky, si appoggi a una colonna di abete
lucido per osservarli.
L'uniforme della casa era country-and-western. Il croupier,
un uomo dal colorito giallastro, indossava una giacca
bicolore beige e marrone e una sottile cravatta di cuoio
con una spilla turchese. Il suo vice aveva una bandana rossa
annodata sotto il pomo d'Adamo. Era calvo e rubizzo.
Sulla pelle tirata degli zigomi not delle cicatrici pi lucide.
Smart decise di giocare.
Era a met di una serie di letture pubbliche in sei college
negli stati delle Montagne Rocciose, le prime letture
di poesia che teneva da tre anni. Ogni volta riceveva duemila
dollari. Si sistem i pantaloni di cotone kakhi e si fece
avanti.
- Bene, - dichiar. - Gioco.
Gli uomini lo fissarono con sguardi di serpente.
- Vuole puntare, amico? - chiese il vice.
- S grazie, - disse Smart. - Fiches da cinque dollari.
- L'amico  con noi, - cantilen il vice nel tono dei giocatori
d'azzardo. Spinse verso Smart i grandi dadi rossi.
Smart dispose dieci gettoni lungo la linea tracciata sul panno
verde, raccolse i dadi, li agit e li fece rotolare.
- Lancio regolare, - inton il vice. La voce ricordava a
Smart la propria giovent avventurosa, baldorie, la compagnia
di ladri d'auto e bari, la strada.
- Sette, - dichiar l'uomo, poich Smart aveva fatto
quattro e tre. Spinse la vincita di Smart sul panno verde.
Smart lanci di nuovo. Due cinque.
- Dieci pari, - dichiar il vice. - Dieci come si deve.
Nel lancio successivo Smart fece di nuovo dieci. Il vice
gli consegn i gettoni. Smart lasci sul tavolo la vincita
e tir un undici.
- Uun-dici, - esclam il vice. Smart gli rivolse uno
sguardo divertito, come per riconoscere che la sua fortuna
veniva apprezzata. Gli occhi spenti dell'uomo non offrivano
incoraggiamento n speranza, e tanto meno esprimevano
congratulazioni.
Una bella ragazza in calzamaglia, collega di quella che
aveva ammirato i suoi occhi, chiese a Smart se voleva bere
qualcosa. Aveva la carnagione olivastra ma pallida, il
sorriso infelice. Smart sospett che si drogasse.
- Oh, - rispose il poeta, - un doppio scotch, direi.
Era pi o meno a met del successivo doppio scotch,
un drink anemico per cui Smart nutriva scarso rispetto,
quando le cose cominciarono ad andare storte. Si scopr
incapace di calcolare quali somme rappresentassero i gettoni
sul tavolo. Il vice gli aveva cambiato alcune fiches da
cinque dollari in altre da venticinque, gettoni gialli con il
centro metallico. Incerto, ne ritir alcune e lasci le altre
in gioco. Lanci un dodici, poi un sette, e perse.
Esit un istante. Percependo l'impazienza dei croupier,
e unicamente per compiacerli, spinse avanti tutto il
resto del denaro. Poi lanci e vinse ancora. L'adrenalina
gli gonfi il cuore ma l'euforia aveva un risvolto inquietante.
Arrivarono altri giocatori, turisti con voci nasali,
uomini con berretti da baseball, donne con occhi da civetta,
che scommisero contro di lui. Era sempre pi confuso.
Nacque una disputa. Il croupier chiam il servizio
di sicurezza. Nella voce del croupier risuonava una tale
violenza, un tale odio che per un attimo Smart ne fu terrorizzato.
Una donna rise.
Improvvisamente si sent sollevare. Un enorme addetto
alla sicurezza chicano in uniforme marrone chiaro gli
aveva afferrato il braccio. Smart era un uomo grande e
grosso, ma la guardia lo sovrastava.
- Aspetti un secondo, - disse Smart. - Un attimo solo-. Non aveva altra scelta che lasciarsi trascinare. In caso
contrario, temeva di cadere e ritrovarsi in balia della
sala roteante e furiosa. Alzando gli occhi verso l'uomo che
l'aveva afferrato, Smart riusc a mettere a fuoco il volto.
Era scuro e ben fatto, senza espressione.
-  dura per il mio braccio, - disse, cercando di buttarla
sul ridere, sputacchiando troppa saliva. Allora si accorse
di una seconda guardia, una giovane donna con i capelli
biondi e lisci che gli stava dicendo: - Non si sente bene,
signore? In tal caso dovremo affidarla alla custodia
della polizia e provvederanno loro a fornirle l'assistenza
di cui ha bisogno, signore, se lo ritiene necessario. Esclusivamente
per la sua sicurezza, signore, se ha bisogno di
assistenza. Pensa di averne bisogno, signore?
- Ho capito, - disse Smart.
Ora erano sugli scalini d'ingresso del casin, ai margini
del parcheggio accanto alla strada. Il grosso messicano
rimase al suo fianco mentre la giovane guardia bionda recitava
la sua litania:
- Signore, l'albergo, il bar, la sala da gioco, il ristorante
e il parco sono propriet privata e lei non ha pi il permesso
di accedervi. Da questo momento per lei l'ingresso
 vietato. Lei  andato molto vicino, vicinissimo, signore,
a violare le nostre leggi, e finir in prigione se dovremo di
nuovo occuparci di lei personalmente. Mi ha sentito, signore?
Mentre Smart si avviava verso l'auto, si volt e la vide
parlare in una radio portatile, seminascosta dall'ombra del
suo gigantesco compagno.
- Mia figlia, - disse allora ai due, -  una guida forestale.
Sto andando a trovarla.
Il grosso messicano avanz verso di lui.
- Come ha detto? Come ha detto, amico? Qualche problema?
- No, no, - implor Smart. - Nessun problema.
Faticava a respirare. Alcuni anni prima aveva avuto un
esaurimento nervoso ed era stato coinvolto in un incidente.
Il braccio, dove la guardia lo aveva afferrato, si era completamente
intorpidito. Ora pulsava allo stesso ritmo del
cuore che gli palpitava in petto.
Sal in macchina e aspett che la coppia rientrasse. La
cosa peggiore, pens, era la rabbia che gli avevano riversato
addosso. Come se non avessero aspettato altro che
una sua mossa sbagliata. Avvi il motore, ingran la marcia
e senza accendere i fari si diresse verso il punto del parcheggio
pi lontano dalla strada. Li accanto, di l da una
staccionata, crescevano i primi abeti dei boschi che costeggiavano
il lago. L'ultimo suo ricordo fu l'atto di spegnere
il motore.
Sogn di essere nei guai - nei guai al centro addestramento
reclute, e poi in mare, e ancora tra le pile di libri
sugli scaffali della biblioteca universitaria. Commetteva
sbagli senza fine. Con gli studenti, con altri poeti, con le
donne. Il mondo era livido di rabbia.
A un certo punto, nel dormiveglia, raggiunse una sorta
di lucidit. Cercava ancora di ricordare la poesia sui salmoni.
Mai pubblicata. Perduta.
E cosa hanno veduto!
Lo scintillio della luna equatoriale sulla vitrea superficie
sovrastante
e balzarono, anelanti, sfuggendo per un soffio a fauci aguzze
fuori nel mondo d'aria sotto la cieca benedizione della Croce
del Sud
fuori sotto il Cigno, l'idra, Ercole,
ora navigano di bolina verso casa.
Quando si svegli l'alba era rossa. Apr la portiera dell'automobile
e scese, i movimenti legati, rabbrividendo nel
freddo mattutino. Dovette aprire il bagagliaio e rintracciare
tra le valigie vuote che teneva l dentro la sua vecchia
sacca da marinaio, da cui estrasse un maglione. Mentre
se l'infilava, gli tornarono in mente alcuni particolari
della sera prima. Si sedette di traverso al posto di guida
con la portiera aperta, i piedi a terra, la testa tra le mani.
Poi, cautamente, alz gli occhi chiedendosi se lo stessero
ancora sorvegliando. Ma ci che era accaduto lo preoccupava
meno delle parole della sua poesia perduta.
Era una vergogna, pens, che gli negassero l'accesso al
lago. Ne sentiva l'immensa presenza azzurra oltre la fascia
di vegetazione verde scuro che costeggiava il parcheggio.
Non si vedeva nessuno. Assetato e dolorante, Smart scavalc
la staccionata e si addentr nella penombra tra i grandi
alberi. Era a pochi metri dall'albergo, ma fu avvolto dalla
sensazione di trovarsi nel folto della foresta. Trov subito
un sentiero e lo segu. Era cos pulito che avrebbe
potuto essere in aperta campagna. Non era il genere di albergo
i cui clienti vanno a spasso nei boschi.
La pista portava a una cengia di granito digradante sull'acqua.
In contrasto con la pulizia precedente, la sponda
era insudiciata da lattine di Coors vuote, dagli anelli delle
aperture a strappo e da qualche pacchetto di sigarette
vuoto e accartocciato. Smart si accorse di una strada asfaltata
che dal viale di accesso al casin scendeva al lago. Sopra
le nebbie che aleggiavano sull'acqua ferma, un falco
volava in cerchio, come un presagio in un sogno sciamanico.
Il sole che sorgeva sui Washoes gli illuminava le piume
bianche sotto le ali.
Osserv per un attimo l'uccello volteggiare, poi chiuse
gli occhi e respir a fondo.
Scese allora verso il lago. Pareva immobile, solo qualche
increspatura si frangeva contro la sponda rocciosa.
Spinto dalla sete del risveglio, Smart si distese sulla pietra
fredda e puntuta e si sporse per bere. Aghi di pino galleggiavano
nell'acqua bassa attorno a lui. Immagin non fosse
consigliabile bere l'acqua del lago ma non era nello stato
d'animo adatto alla prudenza. Sent un gusto dolce nella
gola arida. I salmoni vivevano ancora nelle acque senza
sbocco al mare? Quando lui era ragazzo, ne erano piene.
I loro grigi corpi in disarmo
solcati e scanalati da cicatrici
di ami e denti, arpione, fiocina e argano e proiettile -
Sono sopravvissuti all'accerchiamento dello squalo lupo, all'astuzia
della foca per nutrire i cuccioli,
al fremere prigioniero nella soffocante ascesa della rete
questi sono sfuggiti.
Si rialz, si asciug la bocca con la manica di lana e si
guard attorno come un fuorilegge. Chiunque lo avesse
scorto, corpulento e furtivo alle prime luci dell'alba, avrebbe
pensato a un orso che si aggirava ai margini delle abitazioni
umane. Con passi lunghi e rigidi, per alleggerire la
schiena dolorante, si affrett a tornare in auto. Indeciso,
rimase seduto con le mani sul volante, ansimando. Guard
l'orologio e vide che erano passate le sei. Un'ora accettabile
per telefonare a sua figlia, che viveva nel parco dello
State Natural Monument, cinquecento miglia a nord-est.
Procedette per parecchie miglia lungo la strada intorno al
lago, finch trov un centro commerciale con una cabina
telefonica. Di l, chiam Rowan, che portava il nome con
cui in Gran Bretagna si indica il sorbo selvatico. Al primo
squillo all'altro capo della linea, percep la desolazione e il
terribile fascino del posto dove lei viveva, la roulotte sotto
le stelle, i campi di lava.
- Ehil, - rispose una voce d'uomo. Il tono strascicato
era quasi insolente, ma lo mitigava la dolcezza della voce.
Smart riconobbe John Ode Sorgere il Sole, amico e collega
di sua figlia. John era uno shoshone, nato nella riserva
che confinava con il parco. Aveva frequentato l'universit
nell'est, a Beloit, ed era tornato a lavorare come guida forestale.
-John? Sono Will Smart. Che c' di nuovo, fratello?
- Un po' di questo, un po' di quello, - disse John Ode
Sorgere il Sole. - Ti aspettavamo, in un certo senso.
- In un certo senso?
- La notizia del tuo arrivo mi ha sorpreso. Rowan dice
che se l'aspettava, da sempre. Comunque, abbiamo ricevuto
il tuo messaggio.
- Non disturbo vero?
Lo sent esitare,. Smart ne fu stupito e un po' offeso.
- No di certo.  eccitatissima. S, - disse John nel suo
tono rilassato. - Eccitatissima. Spero che tu abbia qualche
poesia da leggerci.
- Non sarei mai venuto a mani vuote, - disse Smart. -
Va bene se arrivo stasera? Dovrei riuscire a fare cinquecento
miglia.
- Da queste parti potresti riuscire a farne mille. Fai attenzione
per.
- Stai tranquillo, - disse Smart. - Sono sobrio.
Mentendo, cercava di rassicurare John. Ma intendeva
anche scoprire se Rowan, che condivideva i suoi problemi
con l'alcol e le droghe, era sulla sua stessa barca oppure no.
John sembr capire.
- Magnifico, - disse. - Rowan  stata bene per un lungo
periodo. Ma adesso ha problemi sul lavoro. L'hanno
trasferita al servizio di polizia ed  davvero scazzata.
- Servizio di polizia? - esclam Smart. -  ridicolo.
- Lo so, - disse John, - soprattutto considerando il suo
carattere. Sai com', sono a corto di personale e allora
mandano tutti al servizio di polizia. Biologi e storici. Uomini
e donne. Ti dico,  davvero scazzata. Non fa per lei.
- Gi, - disse Smart. Gli pareva di capire che, di conseguenza,
lei avesse ripreso a bere. Forse prendeva l'amfetamina
che i motociclisti portavano dalla costa del Pacifico
o producevano nel deserto. - La gente supera i limiti,
immagino.
- Oh, - disse John, - la gente  un ammasso di stronzi.
Cos lo stato mette in campo Rowan.
- Un vero abuso di potere, - disse Smart. - Quando
prende servizio?
- Esce di pattuglia domani. Oggi  il suo ultimo giorno
al Tempio.
Il Tempio era una piccola caverna in cui stalattiti e stalagmiti
rosse e azzurre decoravano con forme fantastiche
una galleria vulcanica che conduceva a una piattaforma di
lava nera vagamente somigliante a un altare sacrificale.
Tutti, dai shoshone ai pionieri fino ai primi mormoni, vi
si erano avvicinati con un certo timore. Isolata in mezzo
a tre miglia quadrate di tormentato paesaggio lunare costituito
da nere ceneri laviche, la galleria, nella sua sacerdotale
spettralit, sembrava quasi artificiale. Era il cuore
del parco e Rowan concludeva sempre l le sue visite guidate.
- Che mi venga un colpo, - disse Smart il poeta. - Be',
puoi dirle che sto arrivando, John?
- Certo.
Poco dopo avere ripreso il viaggio, si sent derubato di
tutto quello che la mattina sembrava offrire. Un po' di
chiarezza e di luce interiore. Di speranza.
Aveva ripreso a bere a Flagstaff, seconda tappa del suo
giro: una margarita prima di cena, nel rinomato, fantastico
ristorante messicano dov'erano andati insieme ai professori
e all'avvenente bibliotecaria venuti a sentire quella
che si erano divertiti a definire la sua conferenza sul
mestiere. Aveva bevuto perch si era accorto di piacere
alla bibliotecaria, aveva capito che se solo avesse preso l'iniziativa
sarebbe venuta a letto con lui. Ma temeva di non
essere all'altezza, temeva l'impotenza.
Lasciatosi alle spalle il grande lago, imbocc l'autostrada
verso est, attraversando Reno e inoltrandosi nel deserto.
Gli autocarri lo superavano rombando, la noia della
strada era opprimente. Montagne brune stavano in agguato
ai margini del suo campo visivo, un triste vento al
creosoto soffiava sulla pianura. Smart cerc di ricordare
la poesia. Ancora gli sfuggiva la parte sulla rapacit, sui
pesci che vivevano nel mare come gli uomini sulla terra. A
Winnemucca, usci dall'autostrada e punt verso nord.
A quattrocento miglia di distanza, durante la pausa di
pranzo, il ranger Rowan Smart era a bordo di un golf cart
color khaki, diretta dal Tempio alla roulotte che divideva
con John Ode Sorgere il Sole. John stava mettendo il bucato
in lavatrice. La roulotte non aveva un asciugabiancheria;
usavano un filo per i panni, seminascosto come la
roulotte stessa in un boschetto di araucarie a meno di un
miglio dagli uffici del parco. Le guide forestali percepivano
stipendi miseri.
- Ha telefonato tuo padre, - disse John udendo entrare
Rowan. - Arriva stasera.
- Me lo sentivo che era per oggi, - disse Rowan. Aveva
la pelle chiara, le lentiggini e i capelli biondi, il viso lungo,
regolare e attraente. Gli occhi erano di uno straordinario
azzurro elettrico, magici quanto quelli del padre, e le guance
arrossate. - Perch non mi hai chiamato al Tempio?
- Sapevo che saresti venuta a casa.
Lei and nel cubicolo in cui dormivano e cominci a
cambiarsi. Si tolse i pantaloni da lavoro grigi che portava
al Tempio e li sostitu con i calzoni militari con la banda
grigia e i costosi stivali che aveva comprato anni prima ad
Alexandria, in Virginia.
- Cosa vuoi per pranzo? - chiese John. - Sono andato
da Yamoto. Ho comprato dei bei pomodori.
- Io non mangio, - disse lei. And di fronte allo specchio
sulla porta del bagno e verific il proprio aspetto in
uniforme, berretto da poliziotto, camicia e stivali da ranger,
calzoni da cavallerizza.
- Non hai fatto nemmeno colazione. Hai deciso di digiunare?
- Gi, - disse lei. - Ho bisogno di una visione.
- Sbaglio o ha preso l'amfetamina, Rowan?
- Quello che mi ci vuole, - disse lei, -  qualcosa da
bere -. Si affacci alla porta della cucina e si guardarono.
- Un Martini, ti va anche a te? Senti, John, devi andare
allo spaccio a prendere del gin e del vermut. Mi servono
per lui.
- Sono di servizio all'ingresso questo pomeriggio. Ho
gi comprato il vino. Anche delle bistecche, nel caso tu voglia
preparargli la cena. Comunque, dice che di questi tempi
non beve.
- Impossibile, - disse Rowan. - Se non bevesse non si
fermerebbe qui. Se ne guarderebbe bene -. Torn nella
zona notte e si guard di nuovo allo specchio. - Proprio
come ai vecchi tempi, gi al college. Se pensava che potessi
procurargli fumo o coca, si faceva vivo. Ma se era nella
fase del professore irreprensibile, allora solo buongiorno
e buonasera, mia cara Rowan. D'accordo, - disse, - basta
il vino allora. Spero sia buono, lui se ne intende.
-  un George Deboeuf rosso, bottiglia grande.
- Andr bene -. Apr un cassetto di alluminio, prese
una busta, vi infil un dito e lo lecc.
- Non tormentarlo, - le disse John. - Il passato  il passato.
Non credo che si ricordi di tutto quello che gli  successo
durante i suoi viaggi.
- Come pu non ricordare? - chiese lei.
- Ti beccheranno, Ro, - disse John. - Peterson ti far
un test antidroga senza preavviso. Chiunque ti conosca si
accorge quando sei sballata. Hai intenzione di farti mentre
sei di pattuglia a cavallo?
- No, - disse Rowan, contrita. - Non succeder pi.
Una volta, dopo essersi drogata in servizio - non il servizio
di polizia ma quello che al parco chiamavano sorveglianza
a cavallo - in un impeto di entusiasmo romantico
Rowan aveva spronato un pony sfiancandolo fin quasi
a ucciderlo.
Quando Rowan usc dalla camera da letto, John Ode Sorgere
il Sole osserv i suoi stivali e i calzoni con la banda.
- Li hai messi per lui?
- Lui chi? - chiese lei. Era assolutamente incapace di
nascondere le proprie intenzioni o sotterfugi. - Peterson?
- Non Peterson, - disse John. - Lo sai di chi parlo.
- Gi,  cos, - disse dopo un istante. - E allora? Gli
piacciono. Gli piace quando li metto.
- Be', - disse John, - hai trentun anni.
- Ah, merda, - disse Rowan con dolcezza. - Speravo
te ne fossi dimenticato.
Nel primo pomeriggio Smart era ormai abbastanza a
nord, anche se lo circondavano ancora laghi asciutti, distese
salate e calanchi. Poco dopo vide le prime macchie di
pioppi tremuli e chamisa e avvert l'odore della salvia. Poi
cominciarono rocce rosse e buffalo grass, pini cembri e ginepro.
Pens a Rowan. Era il suo fiore selvaggio, fuorilegge,
la fanciulla del dorato west. Era nata a Mendocino, da
una estremista allora ricercata dalla polizia, era una figlia
dei vecchi tempi. Durante l'affare Patty Hearst l'FBI aveva
fatto pressioni su Smart perch rivelasse dove si trovava
la madre di Rowan. Ma a quell'epoca lui aveva perso le
tracce di tutte e due. Viveva a Boston con la moglie e i figli
legittimi, le cui avventure quotidiane erano allora la sua
vita.
In quegli anni l'FBI si interessava anche a Smart. La sua
opera aveva riscosso un grande successo in Unione Sovietica.
Da giovane aveva fatto il boscaiolo nelle foreste che
si stendevano poco pi a ovest della strada che stava ora
percorrendo; gli editori sovietici adoravano le sue poesie
sulle vibranti lame di sega e il sudore gelato tra i capelli,
la crosta ghiacciata di una palude che cedeva sotto i piedi,
le assurdit della religione. E naturalmente, in quell'era,
gli scritti contro la guerra del Vietnam. Era uno dei poeti
americani a cui il sindacato degli scrittori sovietici versava
diritti d'autore, e che veniva spesso invitato a tenere
letture pubbliche in Unione Sovietica e nell'Europa Orientale.
Aveva avuto molte donne russe.
Finalmente Smart attravers il primo fiume dalle acque
limpide, e parcheggi sul ciglio della strada per avvicinarsi
all'acqua, ascoltarne il mormorio e odorare la salvia.
Salmoni?
Con Moby Dick hanno condiviso i fondali del Giappone
e ora sotto il cielo del Tanana, a duemila miglia di l, a duecento
dal sale, in questa
chiara acqua battesimale, sono a casa
a rivendicare la loro parte, come i balenieri di Nantucket, la loro
quota di preda.
Mi riempiono di esultanza.
Udendo il rombo di un camion lungo la strada a due
corsie, Smart Torso, che piangeva per la sua poesia perduta,
si affrett, imbarazzato, a risalire in automobile.
Nella sede centrale del parco, situata accanto al piccolo
parcheggio da cui partiva il sentiero che conduceva al
Tempio, Rowan incontr Max Peterson, lo sceriffo della
contea, che la aspettava vicino alla cassa della libreria.
Spettegolava con Phyllis Stowe, la responsabile del negozio,
e all'ingresso di Rowan i due smisero di parlare.
- Ecco il mio nuovo agente, - disse Peterson a Phyllis,
strizzando l'occhio. Teneva in mano un cinturone con custodia
e pistola. Lui stesso portava in vita, in una fondina
messicana decorata d'argento, una grossa calibro 357.
- Ti sembra abbastanza tosta?
- Tostissima, - disse Phyllis, e non aveva l'aria di scherzare.
- Vieni con me, tigre, - disse lo sceriffo Peterson al
ranger Smart. Le indic un piccolo ufficio accanto alla direzione.
Sulla porta c'era la scritta privato. Se la richiuse
alle spalle. Peterson superava il metro e novanta, aveva
spalle massicce e un cranio rasato che impomatava
ostentatamente. Impomatava anche i feroci baffi a manubrio.
- Ecco qua, - disse. Sfil la pistola dalla fondina che
teneva in mano e gliela porse, la canna verso il soffitto.
- Devi firmare una ricevuta. Anche per i proiettili.
Rowan prese la pistola, la punt verso la finestra chiusa
e mir, impugnando l'arma con due mani.
- Oh, wow, - esclam. - Una 357! Roba pesante. A
chi posso sparare?
- Vedo che ci attende un grosso lavoro, - disse Peterson.
- Intendo dire che nel tuo caso il nuovo incarico dovr
essere accompagnato da un corso intensivo di orientamento.
- Ma figurati, - disse Rowan. - Non  affatto necessario -.
Si apprest a inserire le cartucce nel tamburo del
revolver. - E poi non mi  nuovo per nulla, l'ho gi fatto
altre volte, Max, ti ricordi? Sette mesi di servizio di ordine
pubblico nel '94 -. Impugn ancora l'arma con le due
mani e mir fuori dalla finestra, ruotando in modo da tenere
sotto tiro il settore di parco visibile all'esterno.
Peterson le sfil delicatamente la pistola dalle mani, le porse
il cinturone e la osserv mentre lo allacciava.
- Innanzi tutto, Rowan, - disse Peterson, - non si tratta
di una 357 Magnum.
- No?
- Spiacente. E una Colt Lawman. Un revolver di disegno
americano, prodotta in Spagna o gi di li. Doppia azione.
Canna da quattro pollici.
- Ok.
- Dunque, la Colt ne produce una versione calibro 357
e una versione calibro 45, ma questa che porterai qui  la
vecchia semplice calibro 38. Sei colpi. Con la doppia azione,
non c' bisogno di premere forte il grilletto per armarla.
Usi il pollice.
- Buon per me, che non sono un colosso. Ma non basta
per bloccare un orso, vero? E neppure un gangster strafatto
di crack. E allora a che mi serve?
-  un'arma molto precisa -. Peterson la guard mentre
firmava il modulo per ricevuta. - Stai bene, Rowan?
Tutto a posto?
Lei gli rivolse un rapido sguardo affettuoso con i suoi
straordinari occhi azzurri. Peterson si sentiva in svantaggio
con Rowan Smart poich, pur essendo sposato e vescovo
della chiesa mormone, era andato a letto con lei.
- Voglio dire, continui il programma di disintossicazione?
Tutto in regola?
- Cosa sei, Max, il mio giudice tutelare? Il mio confessore?
Il mio commissario politico?
- Ho sentito dire che il tuo vecchio era un pezzo grosso
comunista, - disse lui. - Cos si mormora in citt. Tra
gli allevatori.
- Tutto vero, - disse lei. - E anche la mamma. Lei  sepolta
tra le mura del Cremlino. Seppelliranno l anche me.
- Il fatto , Rowan, - sospir Peterson, - che sono
preoccupato per te. Non ti avrei assegnato al servizio di
polizia, ma non decido io.
- Ci risiamo, - disse lei. - Non sei neanche il mio capo.
Peterson arross. - Qui ti sbagli, tesoro. Ogni agente
in servizio di ordine pubblico in questa contea dipende da
me. E tu, cara mia, lavori sotto la mia supervisione personale.
Sarai sottoposta a controlli periodici. Giuro che se
ti sorprendo a drogarti mentre sei armata ti sbatto in prigione.
- Sono pulita, Max.
- Le cose sono perverse, - disse lui. - Ho scoperto dei
piccoli mormoni, figli di agricoltori, che si scambiano segnali
segreti con le dita. Io devo impedire tutto questo.
Cerco di proteggere il pubblico. Devo proteggerlo anche
da te? Ed eri pulita pure quando hai stramazzato quel cavallino
dalle parti di Sutler's Bar? So tutto sai.
Lei si imbronci, infantilmente.
- Te l'ho detto, sono pulita.
Peterson cincischiava.
- Sei l'unico agente da queste parti con un dottorato
di ricerca. Ti considero pi in gamba degli altri. Quindi
non fare la finta tonta.
- Non ho un dottorato di ricerca, - disse lei. - Non ho
mai finito la tesi.
- Cazzo, Rowan, - disse Peterson, - sai quanto me ne
frega. Ho bisogno di legge e ordine. Ho bisogno che questo
parco non diventi un ritrovo di sbandati e ho bisogno
del tuo aiuto. Sai che mi piaci, - le disse. - E facile andare
d'accordo con me. Voglio solo che tu sia responsabile.
-  facile andare d'accordo con te, Max, - fece lei.
- Quando ti ho conosciuto ho pensato che fossi uno dei dodici
Nefiti che percorrono la terra.
Lui arross ulteriormente a quel richiamo alla tradizione
mormone, poi rise. Aveva frequentato un college e si
era laureato in sociologia all'universit statale dello Utah,
poi aveva lavorato per qualche anno come assistente sociale
in un carcere. Apparteneva alla Mutual Improvement
Society ed era un capo scout.
- Non fare sciocchezze, piccola.
- Non preoccuparti, Max.
Mentre si apprestava a uscire, la calibro 38 allacciata
alla cintura, Peterson richiuse la porta che lei aveva aperto.
Lo guard perplessa.
- Non so come dirtelo, Rowan. Non voglio metterti in
imbarazzo. Hai intenzione di vestirti cos quando uscirai
di pattuglia?
- Domani sono di pattuglia a cavallo, - disse lei. - Perch
no?
Dopo una pausa, lui riprese lentamente.
- Non so come dirtelo.
- Ho capito, ma cos' che non sai come dirmi, Max?
- Per... ragioni psicologiche, - disse lui, guardando il
pavimento, - ritengo che le agenti in servizio di polizia
non dovrebbero indossare abiti troppo attillati. E trovo
che tu sia abbastanza attraente da... trovo che quella tenuta
ti sta proprio bene. E con il tuo cinturone, sai... sei
piuttosto provocante.
- Vuoi dire che sembro una kap? Istigo fantasie sadomaso?
- Voglio dire che so come funziona il cervello di certa
gente. Il cervello degli uomini. Mi chiedo cos'abbia tu in testa.
 questo che volevo dirti. Non mi piace che ti conci in
quel modo.
-  l'uniforme di servizio.
- Dammi retta, Rowan.
- Stronzate maschiliste, - disse lei.
- Io ti ho avvertito.
- D'accordo, d'accordo, - disse lei. - Ci vediamo.
Lungo un tratto di strada, a un certo punto del pomeriggio,
riusc a vedere le grandi vette brillare a occidente.
Con il calare del sole, gli parve che tornassero invisibili.
Procedendo nella guida, d'un tratto incapp in un temporale
da est. Le colline costellate di pini cembri erano pi
elevate ora e le dita adunche dei fulmini colpivano gli alberi
pi alti e li incendiavano, annerendo i tronchi e il terreno
circostante. Ma il temporale fin nel giro di pochi minuti,
lasciando solo l'odore di ozono e il fumo degli alberi;
anche la pioggia cess quasi del tutto.
La strada saliva gradualmente, tra i pini. Un cippo stradale
gli annunci l'ingresso nella Shoshone County, la cui
universit statale, distante ancora un centinaio di miglia,
avrebbe ospitato la sua lettura poetica. La strada di accesso
alla regione, che in apparenza correva su una modesta
altura, si elevava secondo il cippo a una quota di settemila
piedi sul livello del mare.
Dietro una curva s'imbatt in un cartello arancione con
la dicitura lavori in corso. Gli si fece incontro un giovane
segnalatore, pi o meno in et da college. Indossava un
giubbotto fosforescente sopra una mantellina e un elmetto
giallo da cui fuoriuscivano lunghi capelli biondi.
- Cinque minuti, - disse il ragazzo quando Smart abbass
di una fessura il finestrino. Impugnava una paletta
rossa con la scritta stop e rimase a fissarlo con insistenza,
riparandosi gli occhi dal sole che era riapparso.
- Lei  William Smart? - gli domand infine.
- Dio ti benedica, ragazzo, - disse Smart. - S, sono io.
- C'era la sua foto ieri al bar dell'universit -. Il giovanotto
lo fissava imbambolato. - Ho letto la sua poesia.
Ce l'hanno fatta leggere l'anno scorso in classe.
- Buon per voi. Quale?
- Uhm, - disse il giovanotto. - Non sono sicuro.
- Non te la ricordi?
- Diceva... parlava di campi. E di strade forse?
- Giusto, - disse Smart. - Ne ho scritte alcune del genere -.
Era dispostissimo a vedere il lato comico. - Che
combinazione, proprio in questo momento siamo su una
strada. E laggi ci sono dei campi -. Si schiar la gola per
non mostrarsi irritato. - Frequenti la Shoshone?
- C'era la sua foto ieri al bar, - disse il giovane.
- Pensi che ci sia ancora? - chiese Smart.
- Eh? - Si ud una sirena lontana. Il giovane gir il segnale,
che sull'altro lato aveva la scritta piano. Sembrava
ancora in cerca di una risposta quando Smart richiuse il finestrino
e ripart, superando gli operai sulle banchine, i loro
compressori e gli autocarri carichi d'asfalto.
Una cazzo di poesia che parla di campi, pens Smart,
ridacchiando. E di strade! L'universit della Shoshone
County doveva brulicare di piccoli ignoranti, riflett. Bei
ragazzi per, nipoti di allevatori mormoni e minatori baschi
e della Cornovaglia. E al bar si mangiava pasticcio di
carne. Quella settimana esponeva la sua fotografia perch
Smart avrebbe letto l le sue poesie.
Accese la radio e scopr che riusciva a captare le trasmissioni
del college. Suonavano un piacevole pezzo per
flauto di Cari Philipp Emanuel Bach. Al termine l'annunciatore,
che sembrava avere superato una malformazione
del palato grazie a una faticosa logoterapia, dichiar:
- Insieme possiamo rendere la fibrosi cistica una cosa del
passato. Smart spense la radio.
Ma non era colpa dei ragazzi. I docenti erano impreparati
e corrotti. Ex suore arrabbiate, terroristi di sinistra
e di destra in libert provvisoria, vecchi parlamentari ormai
rimbambiti. Chi doveva ringraziare, si domandava
Smart, per la propria inclusione nel sacro sillabo? Adesso
qualsiasi zotico a un incrocio di campagna poteva sperimentare
il piacere di dimenticare le sue poesie su campi e
strade.
E che cosa se ne facevano della propria vita da quelle
parti, si chiese anche, una volta che avevano diligentemente
letto e dimenticato? Gestivano supermercati? Incenerivano
scorie nucleari? Lavoravano come guardacaccia
o guardapesca? I ranch erano roba per miliardari adesso,
le miniere e le foreste oggetto di speculazioni. Com'era
stato bello un tempo, pensava, la luce del mattino, le trote
che salivano in superficie all'imbrunire. Era la sua terra,
lui l'aveva lavorata; la sua gente era venuta a ovest spingendo
un carretto sull'Oregon Trail, anche se si erano insediati
pi avanti, vicino all'oceano. In quei giorni, un boscaiolo,
un minatore metteva il cuore nel suo lavoro,
andava fiero della propria forza fisica, odiava i padroni,
amava i compagni di fatiche, giurava fedelt al sindacato.
I ragazzi con dieci anni pi di lui erano andati in guerra
contro Hitler. Smart si era arruolato, firmando per la marina
quando il giudice gliel'aveva imposto, dopo esser stato
sorpreso con i suoi amici a rubare attrezzature appartenenti
al corpo delle guardie forestali. L'alternativa era
la Scuola di stato per minorenni, un'istituzione cos temuta
e spaventosa che solo gli irrecuperabili e i pazzi vi si
facevano mandare. A quei tempi non c'era un'universit
nella Shoshone County, dove imparare e dimenticare la
poesia regionale.
Superando con i finestrini abbassati un boschetto di
ontani, si sorprese nell'udire il lamento robotico di un escavatore.
Decise di fermarsi.
Il boschetto era deserto. Il vento della prateria era carico
di silenzio e di colpo Smart si rese conto che a emettere
il suono era un tordo. Probabilmente aveva ascoltato
per giorni i rumori delle macchine della manutenzione stradale,
finendo per incorporare l'escavatore nel suo repertorio.
In momenti del genere diventava per lui inevitabile fare
poesia. E non poteva non pensare a quanto un tempo i
russi avrebbero amato versi scaturiti da un tale episodio.
Natura e macchina in letterale armonia, lavoro e terra selvaggia
sotto il vasto cielo. Ultimamente per, da quelle
parti Smart non riceveva pi il benvenuto di un tempo.
C'erano stati anni in cui le sue letture poetiche riempivano
di pubblico i palazzetti del ghiaccio; aveva girato i bar
con Evtuschenko. Forse i nuovi dirigenti lo ritenevano un
po' troppo vicino alla vecchia guardia, un po' troppo
accomodante verso le direttive culturali, i poetastri ufficiali
e i loro padroni. Per lui era stato un modo di opporsi
alla guerra fredda. Non si era mai considerato un autore
politico; aveva dato per scontato che in quel paese apprezzassero
genuinamente la sua opera e che avrebbero
continuato a farlo.
La fine della guerra fredda sembrava avere sminuito anche
negli Stati Uniti la sua importanza, le sue credenziali
di ribelle. Come se la gente fosse meno interessata, ora che
il pericolo svaniva. Poi c'erano stati i problemi nel campus.
Molestie. Assurdit.
Tornando all'automobile, pens per un momento all'Uccello
e l'Escavatore. Naturalmente era uno spunto
adatto a una poesia. Cos russa per, cos sovietica, con
quel tono edificante, quella muscolosit. Ne valeva davvero
la pena? Qualcuno una volta aveva detto che se Rilke
si fosse tagliato radendosi la mattina avrebbe sanguinato
poesia. Un tempo Smart pensava segretamente la stessa
cosa di se stesso.
Mi riempiono di esultanza,
questi pesci, semplici pesci, a costo di un tale viaggio, di tanto
eroismo, tante
selvagge avventure
per compiere un disegno che non fu mai il loro.
La possente volont spietata che cre il Leviatano
li cre, li invi nei mari, li destin a eterna lotta.
Non poteva certo paragonarsi a Rilke. Piuttosto a un
poeta sovietico di medio livello, o un suo equivalente. O
forse, pens, dopo tutto era qualcosa di meglio. Agli inizi
aveva preso a modello Thomas McGrath, un altro poeta
originario di quella parte del paese. Quanto alla poesia sui
salmoni, se solo fosse riuscito a ricordarla, avrebbe potuto
migliorarla, limarne i versi fino a renderli degni dello
straordinario momento che li aveva ispirati. In ogni caso,
pensava, a parte qualche frammento, era probabilmente
perduta. Ma l'eccitazione della poesia che riaffiorava a
tratti, delle possibilit che essa sembrava presentargli, gli
risvegliarono in petto un dolore di angina.
... affinch ci siano pesci, ci sia qualcosa anzich il nulla
nel luogo designato.
Per eseguire quell'inscrutabile comando,
accoglieteli ora al loro arrivo, con carnivore grida
i campioni della vita
che si affollano per prolificare.
Sopravvivere e prolificare e morire  gloria.
Sia fatta la volont di Dio.
Forse, pens, era meglio eliminare il riferimento a Dio.
Quel pomeriggio i visitatori del parco non erano numerosi.
Meno di una dozzina in tutto, si erano divisi in
due gruppi. Avevano attraversato il cancello d'ingresso alla
sede del parco, acquistato i biglietti da Phyllis Stowe e,
chi lo desiderava, entrava nel piccolo auditorium per assistere
a un filmato sulla parte occidentale del Nordamerica
all'inizio del Cenozoico e la formazione delle strutture
vulcaniche. Guardandolo, Rowan dovette fare appello a
tutta la sua buona volont - un filmato assolutamente
noioso, senza alcun riferimento specifico alla localit in cui
si trovavano. Lo usavano almeno altri tre parchi che vantavano
conformazioni vulcaniche.
Durante la seconda proiezione, Rowan and al gabinetto,
estrasse la busta dalla tasca dei pantaloni e si lecc
dalla punta delle dita i cristalli simili a neve, strofinandoli
sulle gengive. Si guard rapidamente attorno per verificare
la presenza di bambini in sala. Badava sempre a che
i pi piccoli vedessero la parte sui reperti fossili, le piante
dell'Eocene che la datazione con il carbonio 14 faceva risalire
a milioni di anni prima. La sua sollecitudine nel richiamare
l'attenzione dei ragazzi sulle relative implicazioni
evolutive, ogni tanto la impegnava in discussioni con i genitori
timorati di Dio. Talvolta trovava fastidiose quelle
dispute. In altri momenti sembrava non desiderare altro.
Il sovrintendente del parco, Mr. Bondoc, l'uomo che l'aveva
appena destinata al servizio di polizia, preferiva che
sorvolasse sulle questioni scientifiche pi complesse. Anche
i fondamentalisti avevano il diritto di godersi i parchi,
e spesso scrivevano ai propri rappresentanti al Congresso.
- Avete qualche film che illustri il creazionismo? - le
aveva chiesto una volta un barbuto pater familias con moglie
sottomessa e mezza dozzina di figli.
- Al momento, signore, - aveva risposto Rowan, - ci
manca la documentazione, ma abbiamo dei ricercatori sul
campo.
- E cosa fanno?
Una bella cagata, avrebbe voluto rispondere Rowan,
ma in quell'occasione era sobria.
- Molti credono che il Giardino dell'Eden si trovi l
dove Reskoi, lo spirito del cielo, cre la Ragazza Arcobaleno,
- aveva spiegato Rowan all'uomo. - E dove saremmo
oggi senza la Ragazza Arcobaleno, ragazzi? - aveva
domandato ai suoi figli. - Senza la Ragazza Arcobaleno
non avremmo il tacchino alla festa del Ringraziamento. E
neanche il granoturco.
- Si d il caso che noi non crediamo alla Ragazza Arcobaleno,
- aveva risposto l'uomo.
- Ma come, in una giornata come questa? Tutti credono
alla Ragazza Arcobaleno.
Fortunatamente per Rowan, la lettera di lamentele che
l'uomo aveva scritto a Mr. Bondoc, in cui tentava di confutare
la credenza nella Ragazza Arcobaleno con riferimenti
sarcastici alla sua presunta divinit, era sembrata
opera di un folle a quel funzionario privo di immaginazione.
Guidando i cinque turisti attraverso lo strato lavico,
Rowan era eccitatissima. Di tanto in tanto temeva che un
filo di saliva le scendesse dall'angolo della bocca, ma era
solo immaginazione. Gli uomini apprezzavano la sua divisa
e le donne non sembravano ingelosirsi. Cogliendo il proprio
riflesso nei vetri a specchio della direzione del parco,
trov una somiglianza con Ella Raines in Romanzo nel
West. La Regina delle cowgirls, la grossa pistola sul fianco.
Come al solito, spieg al gruppo che stavano attraversando
un composito terreno lavico di formazione femica
fluida. Erano soprattutto ceneri e scorie vulcaniche a conferirgli
quell'aspetto desolato e inquietante, anche se non
mancavano esempi di lapilli e persino di granito ramificato
di origine vulcanica, in mezzo al quale, nella stagione
giusta, crescevano fiori selvatici. Alcuni di quei fiori, fece
notare Rowan, erano ancora visibili, appassiti e mummificati:
digitali, lupini, camassie della morte.
Un'adolescente, la pi giovane del gruppo, volle sapere
perch si chiamavano camassie della morte.
- Perch si dice che crescessero sopra le tombe, tesoro.
Lungo la pista. Secondo altri  perch il fiore assomiglia
un po' a un teschio.
La lava ramificata ospitava altre piante.
- Gaulteria, - spieg Rowan. - E phlox. Questa mi piace
perch  anche detta bottoni del ranger - E, come sempre,
le rispose un risolino, come se avesse detto qualcosa
di divertente. - Cos quando morir, - disse, - e mi seppelliranno
qui nella prateria solitaria, vedrete sopra di me
qualche camassia e qualche bottone del ranger.
Un altro, pi sommesso risolino di cortesia.
- E forse un sorbo selvatico, - disse Rowan. - Qualcuno
sa perch?
Nessuno indovin. Tenendolo tra due dita, Rowan mostr
loro il cartellino con il proprio nome, che aveva appuntato
sulla camicia dal lato opposto del distintivo d'oro.
- Perch il mio nome  Rowan. E in Inghilterra il rowan
tree  un albero dalle bacche rosse di cui si parla nelle canzoni;
nel nostro paese esiste un albero della stessa famiglia
che ha le stesse bacche rosse e si chiama sorbo selvatico
Guard il paesaggio lunare attorno a s. - Purtroppo per
non credo che si riuscirebbe a farlo crescere qui. Neanche
per me.
Le sue dissertazioni venivano spietatamente definite
da alcuni suoi colleghi Lo Smarty Rowan Show perch
invece di trattare di fluido femico e roccia vulcanica, spesso
avevano molto a che fare con Rowan Smart.
Infine Rowan condusse tutti nella galleria vulcanica che
portava al Tempio, superando le stalagmiti policrome e
fermandosi davanti alla tavola di cenere e scorie. Rowan
sal su un rialzo accanto alla tavola. Phyllis Stowe aveva
chiuso la direzione del parco e li aveva raggiunti al Tempio
per assistere alla conclusione della visita. Erano in ritardo
e Phyllis era irritata.
- Questo, - disse Rowan agli astanti, -  quello che
chiamano il Tempio. Il perch  chiaro, vero?
Tutti annuirono.
- Sembra proprio un tempio, no? Alcuni Santi dell'Ultimo
Giorno, anzi, pensarono che si trattasse di un
tempio della trib di Zebulon venuta in America. Ma 
stato dimostrato che non  cos.
- Chi l'ha costruito? - chiese un uomo di mezza et.
C'era sempre qualcuno che poneva quella domanda. Il luogo
era cos fantastico con la sua gamma di colori e luci che
la gente era riluttante a considerarlo di origine naturale.
Come se avessero perso la fede nella natura.
Una volta, un turista europeo che partecipava alla visita
guidata si era chiaramente rifiutato di credere a Rowan.
Quella era l'America e il turista esigeva artificialit e illusione.
Ma c'erano mille grotte con gli stessi colori nel raggio
di qualche centinaio di miglia, tutte assolutamente naturali.
- Pensate che se l'avessimo costruito noi, - aveva chiesto
Rowan al turista, - vi faremmo pagare solo un dollaro
per entrare?
Era successo nel periodo in cui gli europei si erano innamorati
dei graffiti della metropolitana di New York e
portavano con s bombolette di vernice nelle discese di
rafting e molestavano gli indiani.
- Non l'ha costruito nessuno, - disse Rowan. -  opera
di Dio.
Gli effetti della metedrina stavano manifestandosi.
Rowan si ricord dell'imminente arrivo del padre e di tutto
quello che comportava. Ripens alle occasioni in cui lui
l'aveva abbandonata in lacrime, alle storie che aveva iniziato
a raccontarle per poi andarsene senza finirle. A volte
Rowan ne immaginava la conclusione, sperando di poterlo
un giorno sorprendere con i propri racconti, ma
quando lo incontrava lui non ricordava pi di che cosa si
trattasse.
- Si facevano dei sacrifici umani qui? - chiese la ragazzina.
La domanda suscit un mormorio generale. Phyllis
Stowe guard l'orologio.
- Sembra il posto adatto, eh? - chiese Rowan. C'era
un certo tipo di adolescente che poneva sempre la domanda,
e quella ragazzina, con la sua aria sgraziata e monella,
nel suo innocente flirt con Rowan, vi corrispondeva
in pieno. - Forse. Qualcuno celebrava cerimonie in questa
grotta. Prima che gli indiani moderni si stabilissero da
queste parti, vivevano qui genti di lingua caddo che praticavano
un tipo di sacrificio umano.
Cadde un silenzio insolito. Rowan li teneva avvinti con
il suo sguardo ammaliante.
- Avevano una leggenda simile a quella di Abramo e
Isacco. Credevano che il sole potesse muoversi solo al prezzo
del sangue umano. E che il sole fosse cieco e avesse bisogno
di occhi altrui per vedere e dunque spostarsi in cielo.
Altrimenti niente sarebbe cresciuto. Neanche i bambini.
Cos talvolta ragazzini prigionieri o ragazzine orfane
del clan dell'Orso venivano sacrificati sull'altare. Le ragazze
erano quelle che avevano sognato di morire. Venivano
uccise all'alba, allo spuntare di una certa stella, e il
rito prese il nome di Cerimonia della Stella del Mattino.
Non sappiamo di che stella si trattasse. Probabilmente era
il pianeta Venere.
- Le torturavano? - chiese la ragazzina.
- Non venivano mai torturate, - disse Rowan. - Morivano
molto rapidamente con una freccia nel cuore perch
erano ragazzine speciali. Erano le nipoti del Sole, figlie
dei suoi figli, appartenenti al clan dell'Orso, e il sole
necessitava dei loro occhi. Vedendo il loro sangue, il sole
percorreva il cielo. Non possiamo fermare il sole, - dichiar
Rowan, - ma possiamo farlo muovere. Forse era qui
che le uccidevano. Qui nel Tempio.
- Whoa, - fece l'adolescente.
Quelle come lei, pens Rowan, a quel punto provavano
strane emozioni. Indignazione per le bambine orfane.
Impulsi sconosciuti di morte e sacrificio. Cos, almeno, era
successo a lei, e immaginava che certi adolescenti provassero
la stessa cosa. Le sarebbe piaciuto parlare a tu per tu
con quella ragazza.
- E gli Orsi, - disse Rowan, - per mascherare il sangue,
per ingannare gli animali e le bambine, spargevano
farina di granturco tutt'intorno. Ed ecco perch qui
tutt'intorno c' la cenere, e le scorie, il fluido femico, tutto
un mondo nero -. Alz una mano per controllare le pulsazioni
alla propria tempia. Sentiva il viso accaldato, la
pelle arida. - Be', - disse al suo pubblico, - non abbiamo
tempo per altro. Spero che abbiate gradito la visita alla
grotta del Tempio tanto quanto noi abbiamo gradito la vostra
presenza.
Non mentiva, si era divertita davvero. Nella sua attuale
condizione mentale, avrebbe potuto proseguire per ore.
- Dove diavolo hai preso quel discorso sul sacrificio?
- le sussurr Phyllis mentre i visitatori uscivano. - Non
l'ho mai sentito prima.
-  stato come una rivelazione, - rispose Rowan.
- Mentre leggevo Karl Bodmer. Voglio dire, spiritualmente,
cazzo,  stato un momento sublime.
- Non fa per me, grazie, - disse Phyllis. - Be', in fondo
sei tu l'esperta.
- Gi, - disse Rowan.
- Be', - disse Phyllis, - sicuramente pendevano dalle
tue labbra.
- Grazie. Mi dispiace di averti fatto far tardi.
- Non importa, - disse Phyllis. - Buona fortuna per il
tuo servizio di pattuglia domani.
La strada che conduceva al parco del Temple State Monument
si imboccava a Deerdrum, un piccolo paese a trenta
miglia dalla cittadina universitaria dove Smart avrebbe
dovuto leggere le sue poesie. Proprio prima di Deerdrum,
la statale attraversava la riserva shoshone dove John Ode
Sorgere il Sole, l'amico di Rowan, aveva trascorso l'infanzia.
La riserva si stendeva su una vasta pianura di salvia
selvatica che si perdeva verso i monti lontani. Sparsi
sul territorio si alternavano gruppi di edifici beige rettangolari
e roulotte color khaki. Queste ultime erano ambulatori
medici, scuole e sale di riunione, alcune circondate
da recinti di rete metallica. Ogni gruppo di edifici era dotato
della tipica illuminazione stradale installata dal governo,
i lampioni che si vedono attorno alle prigioni e alle
basi militari. Le luci erano comandate da cellule fotoelettriche
regolate sulla luce del giorno, e via via che nel
cielo smisurato si alternavano nubi e sole, i lampioni si accendevano
e si spegnevano. Vicino alla strada si trovava
una chiesa di legno, bianca e quadrata, dipinta di fresco,
con un piccolo campanile decorato di verde e una croce
dorata.
Deerdrum era cambiato dall'ultima visita di Smart. Un
tempo le sue fortune crescevano e declinavano con l'andamento
dell'industria del molibdeno e della miniera di
molibdenite fuori citt. Quest'ultima era ancora attiva ma
era il turismo ora ad acquistare importanza. Le sorgenti
termali lungo Antelope Creek erano state incanalate. La
vicinanza della prospera universit attirava artisti e dispensatori
di saggezza, e uno dei bordelli neogotici della
citt era stato restaurato e trasformato in un bed and breakfast. Era sorto un Days Inn e persino un negozio di
fiori.
Smart avrebbe preferito fermarsi in paese, anzich dormire
nella scomoda roulotte con John e Rowan. Ma temeva
che Rowan si sarebbe offesa, e del resto la via del ritorno
dal parco a Deerdrum sarebbe stata troppo lunga e
buia, se com'era probabile avessero bevuto. Poco prima
del bivio Smart si ferm a uno spaccio statale e compr
due bottiglie di Rioja. Poi ripart, prendendo a sinistra la
strada verso ovest, in direzione delle distese di lava.
Non provava eccitazione n aspettative avvicinandosi
al parco, e la cosa un po' lo sorprendeva. In viaggio, inseguendo
la sua poesia, era riuscito a dimenticare le tempeste
che infuriavano attorno a Rowan e la terribile energia
che si sviluppava tra loro. Vecchi rimpianti lo tormentavano
mentre si lasciava alle spalle il paese addentrandosi
nel deserto vulcanico attorno al Tempio. Un senso di eccitazione
e paura. Alla fine si fa come si pu, pensava, si
dimentica quel che si ha bisogno di dimenticare. Segui la
tua beatitudine, come diceva quel tale. Smart desiderava
soprattutto bere qualcosa. Oltre a tutto, si era quasi dimenticato
della spietata solitudine del luogo.
- Oh cazzo, - disse Rowan quando John le venne incontro
nello spiazzo davanti alla roulotte, - vuoi dirmi che
non  ancora arrivato?
John guard la strada e scroll le spalle. - Non ancora.
- Speravo proprio che ci fosse gi, - disse lei cominciando
a passeggiare su e gi. Una sbiadita tenda a strisce
riparava dal sole una parte dello spiazzo, e anche se l'estate
era finita non l'avevano ancora smontata.
- Lo speravi e ancor pi lo temevi, vero? - chiese John.
- Per Dio, - disse lei dopo avere passeggiato per qualche
minuto. - Ho bisogno di bere qualcosa. Quanto vino
hai comprato?
- Due bottiglie grandi. Ve ne tocca una a testa, - disse.
- Io non bevo.
- Ne prendo subito un po'.
- Potrebbe metterci ancora delle ore, - disse John. - Se
cominci adesso, al suo arrivo sarai completamente sbronza.
- Ah, - fece lei, passandogli accanto diretta verso la
porta di alluminio, -  qui che ti sbagli. Sono troppo su di
giri. Praticamente ho pasteggiato a metedrina.
In cucina, estrasse una bottiglia di George Deboeuf dal
sacchetto di carta e la apr usando il cavatappi di un coltellino
militare svizzero. John la osservava dalla porta aperta.
- Perch l'hai fatto?
- Perch? Vediamo. Perch Max mi tormentava per i
miei calzoni troppo attillati. Perch avevo un gregge di pellegrini
da indottrinare. Due greggi anzi.
Una volta aperta la bottiglia, prese la chitarra dal ripostiglio
delle scope, la spolver con la manica dell'uniforme
e si sedette su una sedia di plastica per accordarla.
- Cos li hai portati in giro per il parco strafatta di
droga?
Rowan appoggi lo strumento, si riemp di vino rosso
uno sgargiante bicchiere da bibita, poi lo sorseggi delicatamente.
- Non  la prima volta, vecchio mio.
- Lo so, - disse John. Entr nella roulotte, pass davanti
a Rowan e si lasci cadere sul divano. - Scommetto
che hai inventato un sacco di storie raccapriccianti sul popolo
indiano. Come al solito.
- Io non invento niente, - disse lei. - Non invento mai
niente.
- Ti ho sentito. Ogni tanto mi meraviglio che non ti si
allunghi il naso come Pinocchio -. La squadr da capo a
piedi, con sguardo pigro. - E Max ha ragione per quanto
riguarda i tuoi calzoni.
- Nessuno del pubblico si  lamentato. Tu si?
- No, no. Trovo che ti donano.
- Mi donano? Perch non mi dici che sono bella?
- Sei bella comunque, - disse John. - Un po' di modestia
non ti farebbe male. Hai la faccia congestionata per
quella merda. E che ne diresti di posare la pistola? Hai intenzione
di cenare armata?
Rowan bevve una lunga sorsata di vino e fece una
smorfia.
- Cazzo se  buono, - disse. Si volt verso di lui, gli
prese la mano e la pos sulla fibbia del suo cinturone.
- Gli offrirai della roba?
- Stai scherzando? E un veterano dell'et d'oro della
droga. Potrebbe farsene mezzo chilo quando altri se ne
fanno un grammo.
John guard per un attimo il pavimento della roulotte,
intrecciando le mani.
- Non sono tranquillo, - disse, - quando bevi e ti fai.
Lo sai, vero? Quando stiamo insieme e tu hai bevuto...
Rowan imbracci la chitarra e cominci a cantare:
- Quando stiamo insieme e io ho bevuto, dopo un minuto...
- Oh, smettila, - disse John. - Non fare la furba.
- Smart  il mio nome, baby. Smart, furba,  la mia natura.
- Forse ti sei dimenticata, - disse John, - di esserti cacciata
in guai seri con quella roba. Ti ho visto superare ogni
limite.
Rowan annu. - Non si pu mai sapere quant' forte o
cosa c' dentro, - convenne, e strimpell qualche accordo.
- Immagino che sia perch la fanno gli Hell's Angels
e non la Croce Rossa.
John raccolse il giornale del pomeriggio e lo sfogli.
- Non so, ragazza mia. Non mi divertir stasera. Anzi,
dovrei andare a trovare mia madre. Mise da parte il
giornale e si alz. Suo fratello minore faceva disperare la
vecchia signora, era in una banda di strada. Anche la madre
di John aveva problemi con l'alcol. - Tra l'altro, voglio
comprare un biglietto della lotteria in citt.
- Oddio, - url Rowan con autentico terrore, - eccolo!
Mi pare di aver visto la sua macchina.
Il suo amico guard stoicamente di fronte a s.
- Devi dimenticare il passato, Rowan. Tu sai bene come
sono gli alcolizzati. Non ti ricorder a quel modo. Se
lo fa... non va bene.
- Cosa me ne importa delle opinioni di cittadini e pellegrini?
- gli chiese. - Me l'hai detto tu che si pu fare.
- Alcuni indiani pensano che si possa fare. Se lo vuole
il mondo degli spiriti.
- Be', io penso che lo voglia.
- Io invece penso di no, - disse John Ode Sorgere il
Sole. - Penso che quella roba un giorno si prender la tua
vita.
- Ges, - disse Rowan, -  lui.
- Farei bene a restare, - disse lui. - Ma solo se tu me
lo permetti. Guardandola, vide che si stava leccando i
cristalli sulla punta delle dita.
- Spero che Dio ti aiuti. Dovresti chiederglielo.
- Inviter anche lui a rimanere.
- Rowan...
Lei si copr le orecchie con le mani, senza togliere gli
occhi dalla strada.
- Non ti sento.
- S invece, - disse lui. - Mi senti benissimo.
Giunto al termine della pista che portava alla roulotte,
Smart parcheggi accanto alle due automobili. Quella di
Rowan era una Volvo della met degli anni Ottanta. Quella
di John un pickup Dodge, evocatore di pubblicit televisive
su scomparse domeniche da Super Bowl, lo Spirito
dell'America. Anche il veicolo elettrico della direzione del
parco era fermo li accanto.
Nel giardino crescevano ancora cavoli e carote. Lo strato
di terra sopra la roccia ignea era cos sottile, ricordava
Smart, che talvolta le carote diventavano piatte come medaglioni.
Si avvicin alla roulotte e buss alla porta. Aveva promesso
una nuova poesia a John Ode Sorgere il Sole. Forse
si sarebbe magicamente ricordato di quella sui salmoni.
Chiss, magari gli sarebbe tornata in mente parola per parola.
D'un tratto si domand che cosa avesse davvero provato
quella notte sul Tanana. Era quello stato d'animo l'argomento
della poesia. Se fosse riuscito a rievocarlo, forse
le parole sarebbero riaffiorate.
Sulla porta, Rowan lo guardava dall'alto in basso. La
ricordava flaccida per l'alcol durante il loro ultimo incontro,
ma ora il suo viso era magro e abbronzato, anche
se naturalmente il tempo era trascorso e dagli occhi si irradiavano
piccole rughe. Era in uniforme, snella ed elegante.
Aveva il volto arrossato e un'espressione un po'
stralunata negli occhi azzurri. Insieme alla crescente eccitazione,
Smart avverti nel petto un fremito di cautela.
Si scambiarono un bacio rapido e superficiale ed evitarono
di guardarsi negli occhi. John si alz e gli strinse la
mano. Poi si sedettero nel settore centrale della roulotte.
Smart, come ospite d'onore, si accomod sul divanetto grigio.
Rowan e John presero posto sulle poltroncine di plastica.
Il resto dello spazio era occupato dagli scatoloni con
i libri di Rowan. Altri volumi erano allineati su scaffali
montati in una rientranza della parete. Rowan era riuscita
a infilare in quello spazio anche un minuscolo scrittoio.
Guardandosi attorno nel piccolo ambiente, Smart vide un
paio di taccuini gialli con la scrittura di sua figlia: versi,
gli parvero.
- Scrivi poesie?
Lei rise imbarazzata e non rispose.
- Dovr leggerle, - disse lui, - o chiederti di leggermele
-  una brava poetessa, - disse John. Fedele ai suoi propositi,
aveva in mano un bicchiere di Sprite. Smart e la figlia
bevevano vino rosso. - Non brava quanto te, - disse
John a Smart, - ma se la cava.
- John se ne intende di poesia, - disse Rowan. - Ed 
anche molto diplomatico.
- Lo so che  brava, - disse Smart. - Lo  sempre stata.
Da quando era bambina.
- Vediamo il mondo con gli stessi occhi, - disse Rowan.
- Letteralmente. Abbiamo gli occhi uguali. Guardateli.
I due uomini cercarono un altro punto su cui posare lo
sguardo.
- Ricordi qualche mia poesia? - chiese Rowan al padre.
- Ricordi quelle che ti mandavo dalla California? Forse
non ti sono mai arrivate.
Smart ricordava che la figlia gli aveva spedito alcune
poesie. Lui le aveva scritto una dedica su un suo volume e
lei aveva raccolto le proprie composizioni in una cartellina
e gliele aveva inviate. Pi avanti, al college, Rowan aveva
pubblicato qualche poesia su riviste universitarie di letteratura
facendogliele recapitare. Lui non ricordava di
averle risposto.
- Qualcuna me la ricordo, certo, - disse.
- Ti ricordi quella che ho scritto sul vento nel deserto?
- Quella in cui tenevi il vento tra le dita?
Rowan pos il bicchiere e affond il viso tra le mani.
- Dio mio! Te la ricordi!
Era l'unica poesia di sua figlia che Smart ricordasse.
L'aveva scritta dopo che la madre l'aveva fatta trasferire
al collettivo femminista in Nuovo Messico. Parlava della
sensazione di non avere pi niente e nessuno.
- Certo che me la ricordo, - disse Smart, finendo il suo
bicchiere. - Credo di averla usata.
- Mio Dio, - disse Rowan. - Sono contenta che tu l'abbia
fatto.
- Che ne dici di suonarmi qualcosa? - disse Smart.
- Hai ancora quella chitarra presa al banco dei pegni?
- Ehi, credevo che non me l'avresti mai chiesto.
Gli suon una vecchia ballata scozzese che lui amava,
The Rose and th Linsey O', e poi una canzone che aveva
composto lei, musicando i propri versi. Ma lui non sembr
accorgersi trattarsi di una sua poesia.
- Ehi, e le bistecche? - disse John. - Vogliamo mangiare
o no?
- Certo, - disse Rowan senza entusiasmo. Non staccava
gli occhi dal padre. - Faccio io.
- No, no, - dichiar Smart. Si alz a fatica dal divano
e riemp di vino i due bicchieri da bibita, uno per Rowan
e uno per s. - Cucino io. Vedo che ci sono funghi e jalapenos
del vostro orto. Sono io lo chef.
- Sapete, - prosegu mentre barcollava qua e l per la
cucina, - mi hanno buttato fuori da un casin gi al lago.
Perch ero ubriaco, credo.
- Perch sembri un pagliaccio del circo, - disse Rowan.
Suon un accordo e mise da parte la chitarra. - Ecco perch.
John la guard con disapprovazione.
- Avevano un'aria cos incazzata, - disse Smart. - Come
se mi odiassero.
- Probabilmente  cos, - disse lei. Si alz ed entr in
bagno. John si avvicin a Smart, tenendo d'occhio la porta.
Il suo tono di voce abituale era cos sommesso che
Smart a volte faticava a udirlo; ora poi parlava ancora pi
piano,.
-  piena di metedrina, Will.  tutto il giorno che va
avanti cos e ho pensato che era meglio dirtelo.
- Sembra di buonumore.
- Pu cambiare da un momento all'altro. E non riuscir
a dormire n a smettere di parlare. Quindi spero che tu sia
preparato.
- Veramente, - disse Smart, - non lo sono.
- Allora non dovevi venire.
- Non dovevo venire perch ho ripreso a bere?
- Sai cosa voglio dire, - disse John. Aveva parlato con
gli occhi chiusi, come fanno alcuni indiani del nordovest
in segno di rispetto. - Adoro ascoltare i tuoi versi, Will.
Ma non ho intenzione di rimanere qui a difendere uno di
voi due. Non nelle condizioni in cui siete.
Mentre John teneva le palpebre abbassate, Smart si
scol il bicchiere di vino. Era il terzo.
- La poesia  tutto ci che hai, - disse John Ode Sorgere
il Sole a Smart. Questa volta lo guardava negli occhi.
Aveva lo sguardo opaco, totalmente inespressivo. - E la
tua anima, un'anima buona.
- Grazie, - disse Smart, commosso.
- Ma non devi avvicinarti a lei. Non in questo momento.
Se ne and senza aspettare una risposta.
Mentre Rowan usciva dal bagno, si ud rombare il motore
del pickup. Dopo una fulminea retromarcia, John inchiod
le ruote e ripart come un razzo in direzione della
strada principale.
- Meno male che se n' andato -. Le guance di Rowan
erano piu accese. Si guard attorno in cerca del suo bicchiere.
-  geloso.
- Geloso.
- S, e ha ragione... io lo sarei se fossi in lui.
- Torner?
Rowan rivolse a Smart un sorriso cupo e folle e scosse
la testa. - Non stasera.
Lui la osserv mentre inseriva un nastro nel registratore
Sharp 4. Era Vivaldi, L'estro armonico .Vide che portava
un cinturone con una pistola nella fondina. I libri
riempivano dal pavimento al soffitto la piccola rientranza
in cui Rowan si trovava. L'et d'oro dell'antropologia americana,
Lewis Henry Morgan sulla lunga casa degli irochesi,
stampe di George Caitlin. Parecchi ripiani erano dedicati
alla religione: i vangeli gnostici, le opere di Hans Jonas,
la cabala, la stregoneria, Wicca.
- Guarda tutti questi libri, figliola. Ti fai ancora abbindolare
dalla magia.
- I miei libri? - rise lei. Invece di sedersi, rimase in piedi
accanto alla sedia di Smart mentre Vivaldi suonava.
- Sai che quand'ero al liceo la polizia controllava chi
prendeva a prestito dalla biblioteca i libri sulla stregoneria?
Mi hanno perfino portato dentro. Credevano che il
mio ragazzo castrasse il bestiame. O che lo facessi io. Mi
ingiunsero di infiltrarmi come spia nella congrega delle
streghe del liceo altrimenti mi avrebbero spedito in riformatorio.
- Eri una strega?
- Ero un piccolo topo di biblioteca. Scrivevo le mie poesie.
Non c'era nessuna congrega -. Rise di nuovo. - Sai,
avevo cercato di formarne una, ma poi mi ero stufata.
Fu lui a ridere questa volta, assestandole una pacca su
un fianco.
- Ti piace come sto, Will?
- Hai un'aria molto... ufficiale. Voglio dire, con la pistola
e tutto.
- Mi hanno assegnato all'ordine pubblico. Te l'immagini?
Ne so pi io sul Tempio e sulle tradizioni paiute e
shoshone di qualsiasi indigeno locale. Invece devo inseguire
per monti e valli qualche stupido bracconiere. Una
vera cazzata, ti pare? - Si lecc le labbra e gli offr una busta
sgualcita. In fondo c'era una polvere cristallina. - Vuoi
un po' di neve?
- No grazie.
- Di, - gli disse, avvicinandosi a lui, increspando la
bocca. - Sai che ci sbronzeremo e altrimenti finirai per addormentarti
davanti a me, e quando avr la prossima occasione
di vederti?
- Gi, ti capisco.
- Dai.
Lui affond il dito nella busta e si lecc la punta del
dito.
- Piano, - disse lei, -  roba forte. Ti sembrer di farti
sparare da un cannone.
- Bene, - disse Smart. L'effetto sembr manifestarsi
quasi immediatamente. - Credo di poterti raccontare una
cosa, - prosegu. - Ti considero un'amica.
- Puoi raccontarmi tutto, Will.
Il cuore gli batteva all'impazzata.
- Sai, sono andato fuori di testa durante l'ultima serie
di letture. Devo darmi una calmata.
- Cosa hai fatto?
- Mi trovavo in un ufficio pieno di miei libri. L'ufficio
di un professore. Aveva tutte le poesie che ho pubblicato.
Allora ho preso la ventiquattrore, l'ho riempita dei miei
libri e l'ho scagliata contro la finestra. L'ufficio era in una
allucinante torre di mattoni -. Smart aveva l'impressione
di parlare sempre pi in fretta. - Ho cercato di sfondare
la finestra, capisci. Volevo sfondare la sua finestra con i
miei libri.
- Eri ubriaco?
- Certo che ero ubriaco.
- Volevi buttarti?
- S, credo di s. Ma sono riuscito a rompere solo il vetro
interno. Gli ho riempito l'ufficio di vetro e sangue. Era
dopo la questione molestie gi nell'est. Ed  stata la fine
delle mie letture pubbliche.
Si alz, e di nuovo si sent girare la testa. L'altitudine,
la droga. Si vers un altro bicchiere di vino.
- Ma tu non devi morire. Hai ancora tanto da dire.
- Forse.
- Per me sei un grande poeta. Anche per mia madre.
- Davvero?
- Certo. E anche per tutti i suoi amici.
La madre di Rowan viveva ancora nella comune di
Mendocino dove Rowan era nata e dove, tra fiori e flauti
e ostetriche, aveva trascorso gran parte dell'infanzia, cos
che Smart l'aveva vista di rado.
- Avevo una poesia per te, Rowan.  da quando sono
arrivato nell'ovest che cerco di ricordarla. Bevve un altro
sorso di vino per rallentare l'impeto del cuore.
- Oh, devi farcela, - disse lei. - Prendi ancora un po'
di roba.
- Sei una serpe! Mi vuoi avvelenare?
- Non sono una serpe. E neanche una volpe o una faina, -
disse Rowan. - Voglio la mia poesia.
- Una volta ho trascorso anni cercando di ricordare una
poesia, - le disse Smart. - Vent'anni forse -. Attraverso il
finestrino della cucina vedeva la lunga catena montuosa all'orizzonte
ed era come se stesse cercando lass i versi perduti.
- Era su un aeroplano carico di rappresentanti di commercio
americani che precipita sul monte Fuji. Avevano
vinto un premio per le loro vendite, un viaggio in oriente.
E si erano schiantati sul Monte Fuji con mogli, portafogli
e Kodak. I monaci buddisti ne avevano ricomposto i corpi.
Mi era sembrato cos assurdo che avevo scritto una poesia,
ma l'ho persa e non sono mai riuscito a ricostruirla.
- Ma certo, - disse Rowan. - La tua poesia sulla caduta
del capitalismo. Non voglio quella. Voglio quella che
hai scritto per me.
- Mio Dio, - disse Smart, - se mi siedo non riuscir
mai pi ad alzarmi. Come fai a reggere quella roba?
- Ti prego, cerca di ricordartela.  importante per me.
- Rowan, - disse Smart, - farei meglio a mettermi in
cucina. Stiamo sprecando della buona carne di manzo.
- Come puoi pensare a mangiare? - gli domand lei. -
Non ne ho nessuna voglia.
- Be', forse neanch'io. Ma dobbiamo buttar gi qualcosa
o sballeremo di brutto.
Come per fargli un dispetto, Rowan fin di bere il suo
vino e riemp i due bicchieri.
- Ti aiuter a ricordare, - disse. - Ti aiuter a ricordarti
di me. Allora ricorderai la poesia.
Si avvicin, gli afferr la mano e gliela baci. Lui le tocc
la guancia arrossata e le accarezz i lisci capelli biondi.
- La mia fanciulla del west, - disse. Distolse lo sguardo
per osservare la triste distesa di salvia fuori dalla finestra.
- La mia cowgirl. Il mio sorbo selvatico.
Quando, ansimando, si sedette sul divano, Rowan si
accoccol accanto a lui.
- Ero in Alaska, Rowan. Dev'essere stato venticinque
anni fa. Tu eri piccola. Ho visto i salmoni risalire il Tanana
per deporre le uova. L'ho trovato cos commovente.
- Ti vedo. Come un grande orso.
Lui scoppi in lacrime. - Scusa, piccola. Sono a pezzi.
Lei infil un braccio sotto il suo, gli prese la mano e la
pos sulla sua coscia, strofinandola per qualche attimo.
- Non vedi, - gli domand, - che abbiamo gli stessi
occhi?
- Gi. Be', cerca di vedermi in quella notte bianca -.
Con la mano ancora sulla coscia di Rowan, appoggi la testa
allo schienale del divano, guard i pannelli di finto legno
sul soffitto e cerc di recitare la poesia:
Come elefanti, dondolando
superando a fatica ogni onda,
arrancano verso casa.
Il fiume  eternamente rapido e giovane,
eternamente nuovo, oltre la storia...
Riprese fiato a fatica e inghiott un altro sorso di vino.
Ma questi, con occhi d'elefante,
sotto le grida e i voli e gli stridi di gabbiani
e il tuffo delle aquile,
sono creature della ruota del tempo.
Sotto il pallido cielo ultraplanetario della notte bianca
provo per loro immenso amore
e, per la loro fredda lotta, immensa ammirazione
nel mio cuore appassionato.
- Non mi viene altro, piccola, - disse alla fine. - Comunque,
non credo che valga molto.
- Quanto amore, - disse lei.
- Non so cosa stessi cercando di dire. Ammiravo quei
pesci. Prossimi alla fine, al ritorno a casa. Avevano compiuto
il loro dovere. Non come me -. Chiuse gli occhi e si
pos una mano sul petto, dove il cuore batteva all'impazzata.
- O forse mi interessava solo quel preciso momento.
Non lo so.
- Quanto amore, - ripet lei.
- Quando tra te e me  successo quel che  successo,
Rowan... quel che non doveva succedere, che non avrei
mai dovuto permettere... fu durante quel giro di letture.
Ero distrutto.
- Capisco, - disse lei.
- E desideravo un po' di conforto e di amore. Lo desideravo
tanto Piangeva. Si strofin il naso, come un orso.
- E lo desideri anche adesso?
- S.
In piedi davanti a lui, gli prese le mani e le congiunse
dietro la propria schiena. Lui le ritrasse subito. Rowan si
irrigid e serr le labbra. Quella rabbia lo spavent.
- La poesia parla di noi, - disse Rowan. Quando lui
tent di replicare, lo interruppe. - S,  cos, parla di noi.
Smart si rese conto che stava cercando di baciarlo sulla
bocca.
-  solo la droga, - disse Smart. Si alz, cercando di
fuggire. Era come un sogno, evocatore di qualcosa accaduto
in un altro mondo. - John sar qui tra poco. Che cosa
penser di te?
Lei rise e si appoggi a lui, alzandosi sulla punta degli
stivali, premendo il volto contro quello del padre.
- John non torner, Will. John  uno shoshone del
Wind River e il suo comportamento, credimi, segue i modelli
peculiari di quella cultura. E poi la sua aggressivit 
di tipo passivo.
Smart si lasci cadere sul divano in miniatura. Lei cercava
ancora di baciarlo, palpandolo, tastandogli la cintura,
gli abiti.
- Rowan, - disse lui, - tesoro. Mi sento solo. Volevo
vederti.
- Ma non mi vuoi.
- Oh s, - disse Smart, - ti voglio. Vorrei recuperare
tutte le cose che non abbiamo avuto. Sul serio.
- Ma non mi vuoi, - ripet lei.
- Ascoltami, per me, in quel momento, eri solo una bella
ragazza.
- Allora non avremmo mai dovuto farlo, - disse Rowan.
Lo fiss con lo specchio dei suoi occhi. - Non avresti dovuto
provarci e io non avrei dovuto accettarlo. Ma l'ho
fatto. E sei l'unico che voglio. Da allora. E per tutta la mia
vita, forse.
- Ero ubriaco, - supplic Smart. - Ero drogato. Da ricovero.
Ho chiesto un po' di conforto. Ero disperato.
- E io non conto?
- Abbiamo combinato un casino, piccola. Succede.
Lei si rivolt con tale violenza da farlo sobbalzare. Era
robusta quanto un tempo era stato Smart, solo qualche
centimetro pi piccola del suo metro e ottantacinque. Gli
assomigliava moltissimo.
- Io ti piaccio. So di piacerti.  tutto il giorno che ti
aspetto.
- Dio, - disse lui. - Sei ancora una bambina, eh?
Le afferr le mani e la fece sedere accanto a lui.
-  andata cos, piccola. Ti conoscevo appena. Come
se tu non fossi mia figlia -. Era difficile per lui affrontare
i suoi occhi angosciati e folli. - Eri la creatura pi incredibile
che avessi mai visto. Rise, senza volerlo. - E mi
adoravi. Non ho saputo resistere -. Cerc di abbracciarla
ma lei si sottrasse.
- Sono l'unica tra i tuoi figli, - gli disse, - che ha i tuoi
occhi. Siamo uguali.
- Solo una bellissima ragazza, - stava dicendo Smart.
E in un certo senso ricordava o credeva di ricordare com'era
successo. La ragazza pi bella che avesse mai visto. Cos
giovane e bella e infatuata di lui. Che stupido era stato,
un ubriacone debole e indulgente con se stesso. In quei
giorni, quando aveva permesso che accadesse, quando l'aveva
fatto, era convinto di non poter sbagliare. Si era addirittura
lamentato con gli amici per l'eccessiva attenzione
che riceveva. Dio solo sapeva cosa avevano pensato di
lui. Come se prima o poi non gli sarebbe stato presentato
il conto.
La droga gli accelerava le pulsazioni di cuore e cervello a un ritmo che Smart non riusciva a sopportare.
- La tua poesia, - disse Rowan, - parla di me. Parla di
te che torni da me. Di noi due che torniamo l dove apparteniamo.
Insieme. Sempre. Perch siamo fatti della
stessa carne, abbiamo la stessa mente, gli stessi occhi.
Smart trattenne il fiato. -  colpa di quella droga, -
disse.
- Vediamo le stesse cose nello stesso momento. Conosco
le tue poesie quanto te.
Smart si alz in piedi e cerc di scuotersi di dosso il tremito
che lo assaliva.
- Senti una cosa, - disse. - Ho trascorso molte notti
resistendo a molte droghe. Canter per te come facevo un
tempo. Be', almeno qualche volta l'ho fatto. Ci leggeremo
qualche poesia. Cos verr il mattino, capisci. Sentiremo
gli uccelli. Sorger il sole. L'effetto della droga sar finito.
Saremo sopravvissuti.
Senza guardarlo, lei scomparve nell'oscurit della camera
da letto. Rimasto solo, Smart torn in cucina e bevve
dell'altro vino. Aveva sbagliato, ancora. Un altro vecchio
conto presentato all'incasso. Non c'era fine. Si rannicchi
sul divano con la luce accesa. All'estremit opposta
della roulotte, dove si era coricata sua figlia, solo buio e
silenzio.
Poco dopo, incominci a perdere conoscenza, scivolando
in un sonno superficiale dal quale la metedrina continuava
a svegliarlo. Ogni volta ricadeva in una pozza di
sogni inquietanti. Ogni volta ne riemergeva contro la propria
volont, svegliandosi assetato e ansimante sotto la luce
aspra della roulotte. A un certo punto sogn i salmoni.
Nel sogno ricordava tutto, verso dopo verso, con la voce
di Rowan:
Aprendosi un varco su per il Tanana
ormai a duecento miglia dal mare
e quando cerco di vederne gli occhi,
quello che vedo, sotto la corrente,
sono occhi di vecchi elefanti
saggi d'aspetto eppure
non pi saggi della Creazione.
Sent contro la tempia la tiepida guancia di Rowan che
recitava:
Per tutti i loro lunghi anni hanno eluso i predatori,
mentre allo stesso tempo le loro prede li nutrivano.
Che vita, girovagare i mari!
Dove i pesci, diceva il poeta, vivono
come sulla terra gli uomini.
Aveva una voce dolcissima e lui l'amava tanto. Smart
stesso era un apprezzato lettore. Poi si rese conto di non
aver mai recitato a Rowan quella poesia. Erano parte dei
versi che aveva dimenticato. Prima che potesse aprire gli
occhi per indagare, il proiettile gli spappol il cervello.
Lei non rimise l'arma nella fondina ma la premette, calda,
contro la mano sinistra. Dopo la detonazione, l'orrore
sordomuto, il vetriolo del dolore si diffuse in ogni angolo
del corpo dove potesse raccogliersi e raggrumarsi.
Rowan lo sentiva bruciare anche attraverso il vino e la droga.
Per quasi un'ora, finch non svan l'effetto della metedrina,
premette le labbra macchiate di vino contro la
bocca rossa del padre, cercando di infondere vita nell'ammasso
informe a cui l'aveva ridotto.
- Mi dispiace, pap, - disse. - Mi dispiace, Orso.
Non era riuscita a traghettarlo fino all'alba. N lui a
farlo con lei.
Rabbia. Ma non avrebbe voluto ucciderlo. Niente affatto.
Solo avere qualcosa. Qualcosa, qualsiasi cosa, tra
l'infanzia e la morte.
Per tutta la notte rimase seduta a guardare l'orrore che
aveva provocato. Suo padre aveva i pantaloni aperti. Spaventoso.
Era stata lei? Forse s, inseguendo l'atto della
propria procreazione. Cercando di tornare a casa. Evidentemente,
pens, faceva confusione su quale accoppiamento
l'aveva generata.
Tutti e due, pens. Era Rowan, creatura di entrambi
quegli amplessi. Sotto le montagne, sull'erba morbida, tra
il frassino muschioso e il lauro. Dillo e rivendicalo. Non
riusciva a ricordare il momento dello sparo. Cos si  dimenticato
di avermi scopato. E io mi sono dimenticata di
averlo ucciso. Mi dispiace, Orso.
Gli aveva distrutto gli occhi. Non sarebbe successo una
seconda volta. Questo glielo doveva.
Qualcosa le imponeva di aspettare l'alba, l'amore, il rispetto
o la paura del buio. Quando non riusc pi a bere,
continu a impiastricciarsi il viso con la droga. Forse cos
si sarebbe imbalsamata la mente, come quei prigionieri
che gli indiani delle pianure spalmavano di miele e terra
per poi arrostirli, e il risultato non era pi un uomo ma
un essere simile a un orso, senza occhi n bocca, consumato
dal fuoco, annerito come creta, che bruciava vivo
in un silenzio glassato. La neve poteva raggiungere lo stesso
scopo.
Quando usc dalla roulotte, il cielo stava schiarendosi.
Da qualche parte sui pianori sent tossire un coyote. Sopra
di lei Venere aveva raggiunto l'estremit occidentale
del suo corso. Fosforo, Lucifero, la Stella del mattino.
Sulla strada per il Tempio rimise nella fondina la pistola
che aveva tenuto in grembo per tutta la notte. Nella
mano sinistra stringeva la bottiglia del vino; la busta con
la droga era nel taschino dell'uniforme. All'ingresso del
Tempio si sofferm a guardare la luce pura del primo mattino.
Momento dopo momento, era bellissimo.
Apr la porta del Tempio e super le colonne, leccando
dalla busta gli ultimi cristalli, trangugiandoli insieme a un
sorso di vino. Era impaziente di andarsene. Si ferm accanto
alla pietra del sacrificio. Aveva condotto li a morire
i caddo, le vergini pawnee, dalle pianure del Nebraska.
Tutto nella sua immaginazione, e in quella dei giovani visitatori
a cui raccontava la storia. Ma sotto la Stella del
mattino erano morte autentiche vergini pawnee, come
avrebbe fatto lei. Per un momento pens di stendersi sulla
pietra e farsi trovare cos.
Ma sono solo la figlia bastarda e drogata del poeta morto,
pens. And nel ripostiglio accanto all'entrata della
grotta e stacc il pennarello giallo che era appeso alla porta
con un pezzo di spago. Li accanto c'erano i servizi pubblici,
e lei li us, lasciando tutto il pi pulito possibile. Poi
si lav le mani e nel cestino dell'immondizia, insieme all'asciugamano
di carta, butt la bottiglia di vino e la busta
vuota dell'amfetamina.
Si sedette accanto alla pattumiera posando il revolver
accanto a s sulle piastrelle del pavimento e cerc il battito
del cuore. Era addestrata agli interventi di pronto soccorso.
Se alzava in alto le braccia e reclinava la testa all'indietro,
le costole si separavano un po', e questo le
avrebbe facilitato il compito. Quando fu certa di avere individuato
il cuore, prese il pennarello e, tenendo ferma la
stoffa dell'uniforme, tracci una croce nel punto esatto.
Che studino pure l'anatomia di Rowan, pensava. Non
sulla pietra del sacrificio, grazie, semplicemente contro la
parete del cesso. Ma non gli avrebbe rovinato gli occhi una
seconda volta, non avrebbe pi accecato l'orso.
Appoggiando la schiena alla parete fredda, rovesci la
testa all'indietro e sollev quanto pi poteva il braccio sinistro,
le dita distese. Appoggi la canna della Lawman
sulla croce che aveva disegnato, pronunci il proprio nome
e quello del padre e premette il grilletto.
Max Peterson arriv attorno alle sei e mezzo, solo, subito
dopo essere stato avvertito da John Ode Sorgere il Sole.
John gli aveva telefonato a casa anzich chiamare la centrale.
Andarono insieme, a piedi, dalla roulotte al Tempio.
- Immagino che non li abbia uccisi tu, vero, John?
- No, - disse John.
Entrarono nei gabinetti femminili: il cadavere di Rowan
sedeva sul pavimento, con un'espressione di vacua sorpresa
negli occhi del padre, che stavano lentamente annebbiandosi.
Peterson batt il pugno sullo sportello oscillante
della pattumiera, dove trovarono la busta.
- Quel fottuto figlio di puttana pervertito e comunista.
 stata colpa sua. E lu che ha ucciso lei, cazzo. Ecco com'
andata -. Cazzo era una parola che Peterson usava di
rado.
-  stata la droga, - disse John. - La mandava fuori di
testa. Era un po' matta gi di suo.
- Deve averla portata lui.
- No, l'aveva lei.
- Be', perch diavolo gliel'hai lasciata?
- Se l'avessi trovata, - disse John, - l'avrei gettata via.
L'ha portata a casa dal lavoro. Come potevo prendergliela,
avrei dovuto legarla.
- Potevi provarci.
- Forse, - disse John.
Tornati alla roulotte, si avvicinarono al corpo di Smart,
e Peterson osserv quanto rimaneva di lui.
- Che Dio lo maledica, lo sporco bastardo.
- Lei lo amava, - disse John.
Peterson guard John Ode Sorgere il Sole come se fosse
completamente impazzito.
- Era suo padre, Cristo. Il farabutto.
- Non era cattivo, - disse John. - Ed era un bravo
poeta.
- Che diavolo ti prende? - grid Peterson. - Per ogni
maledetta cosa che dico, tu devi contraddirmi? Quello
stronzo era suo padre, John. Era un rapporto perverso. Chi
se ne frega del bravo poeta o cazzate del genere?
- Ha scritto una poesia sui salmoni che mi piaceva, -
disse John.
Peterson sospir. - Sei uno svitato figlio di puttana indiano,
John. Sto veramente perdendo la pazienza -. Si
guard attorno un'ultima volta. - Aveva strani libri satanici
di ogni tipo. L'ha allevata lui cos?
- Non lo so, - disse John. - Credo di s -. Inutile fare
arrabbiare ulteriormente Peterson.
Peterson and all'automobile per chiamare la centrale.
Ben presto sarebbe arrivato il personale del parco, i fotografi,
dodici tipi diversi di poliziotti e probabilmente i
giornalisti e anche la televisione.
La poesia di Smart dedicata ai salmoni era tra le pagine
del Dizionario di mitologia classica di Rowan, che pochi
fogli dopo ne racchiudeva un'altra, riguardante un gruppo
di turisti americani che precipitavano su una montagna
giapponese. John Ode Sorgere il Sole preferiva quella sui
salmoni. Riusciva a vedere con grande chiarezza i pesci e
i bisonti e il luogo di cui Smart scriveva. Gli ricordava un
po' Robert Frost, il suo poeta bianco preferito.
John usc e vide l'alba dilatarsi sulle basse montagne
verso est. Aveva intenzione di vendere la roulotte, ma i libri
li avrebbe tenuti. Non come ricordo di Rowan - non
ne aveva bisogno - ma perch erano buoni e interessanti.
Quanto al resto, inutile conservarlo. La gente scompariva.
L, nella terra della danza degli spiriti, la gente scompariva
insieme ai propri canti. Diventavano spiriti e i
loro canti, canti di spiriti. C'erano studenti del liceo indiano
che si ubriacavano e morivano, scomparendo per
sempre, senza sapere quasi nulla che li aiutasse nel mondo
degli spiriti.
Quella polvere cristallina significava morte; appena l'aveva
vista luccicare sul dito di Rowan, con quel bagliore
mortale, sotto il suo naso, mentre il sangue del cuore affluiva
alle guance, aveva capito che erano entrambi destinati
a morire. Smart il poeta sarebbe andato dove aveva
visto i salmoni; chi passava di l ne avrebbe forse incontrato
lo spirito e udito i canti.
- Will? - chiese John al silenzio. - Mr. Smart? - Davanti
a s aveva il manoscritto di Smart. Lesse il primo
verso del canto per i salmoni.
Come elefanti, dondolando.
Un giorno forse avrebbe provato a cantarlo. Cantarlo
nella lingua dei shoshone-paiute. Nessuna traduzione per
elefante, basta dire elefante.
- Rowan?
Quanto a lei, avrebbe vagato sulla prateria con le mille
poesie che conosceva, i suoi canti e tutte le storie che
inventava. Ben equipaggiata per il mondo degli spiriti. La
gente avrebbe udito i suoi canti e ne avrebbe avuto timore.
I suoi occhi, come quelli del padre, sarebbero apparsi
in luoghi azzurri e solitari. Laghi di montagna a una certa
ora del pomeriggio, il cielo della sera, il fiordaliso, la violetta.
Facile richiamarne lo spirito - brucia un po' di erba
dolce, accorda la sua chitarra e suonala, forse lei verr. Lei
e suo padre, di nome Smart, tutti i loro canti, due poeti.
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FINE.
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NOTA DELL'AUTORE.
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Senza piet  la storia pi autobiografica che io abbia mai scritto. Di solito mi tengo alla larga dall'autobiografia, in parte perch ho sempre pensato che uno dei vantaggi della fiction (a prescindere dalle sue funzioni pi importanti) sia la possibilit di evasione. Evadere da se stessi  uno degli scopi della fiction per me. Cos non sono mai stato davvero autobiografico in quello che ho scritto, n direttamente n indirettamente. Questo racconto  un'eccezione.(...)
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Ho visto soffrire cos tanta gente a causa della droga che non l'associo a nulla di affascinante. Penso che poche famiglie in America non siano state toccate e ferite dalla droga, in un modo o nell'altro. Negli anni Sessanta, quando facevamo uso di droga, non avremmo mai pensato che prima o poi sarebbe circolata in ogni scuola media. Ci consideravamo discepoli di Baudelaire e di Joan Mir, nella tradizione dei consumatori di hashish bohmien. Almeno, cos mi consideravo io. Non ho mai visto la droga come una cura universale per la nevrosi del mondo.
Robert Stone, The Salon Magazine, 14 aprile 1997.
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FINE.